ROMANA PETRI.
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Il mio cane del Klondike.
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2017 NERI POZZA Editore, Vicenza.
Collana: I NARRATORI DELLE TAVOLE.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Lei  una giovane insegnante alle prese con un lavoro precario, lui uno di quei cani portati a casa per compiacere un bambino subito dopo il rientro dalle vacanze e poi, lanno successivo, buttato in strada con un collare dacciaio che nel frattempo si  fatto un po stretto.
In una afosa giornata di settembre, una di quelle che aspettano una pioggia gi in ritardo, i due si incontrano. Osac, il cane,  riverso a terra contro il marciapiede, pi morto che vivo. Lei, la donna, sta per salire in macchina, ma quando lo nota, si ferma e decide di prenderlo con s.
Il loro incontro sembra scritto nel destino, ma Osac non  un cane come gli altri. Ingombrante, indisciplinato, scontroso e selvatico,  senza mezze misure e sembra arrivare direttamente dal selvaggio Klondike. Non , tuttavia, un cane da slitta.  uno di quei cani indomabili che vivono sempre fuggiaschi, che sentono il richiamo della foresta e faticano a lasciarsi addomesticare. Il terrore dellabbandono si  riversato nei suoi occhi, dandogli unaria forsennata, infernale. Un animale primitivo che non riesce ad accettare interferenze nel rapporto esclusivo e assoluto che instaura con la sua salvatrice, amata in modo morboso, senza riserve. Fino a quando la notizia di una gravidanza inaspettata stravolger, nuovamente, la sua vita.
Dopo aver dato voce alla figura del padre ne Le serenate del Ciclone, Romana Petri torna a raccontarsi attraverso gli occhi di un altro gigante buono: il selvaggio Osac, un cane che, con la sua furia ribelle, sembra uscito da un libro di Jack London.
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L'Autrice.
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Romana Petri  nata a Roma e vive attualmente tra questa citt e Lisbona. Ha ottenuto numerosi premi come il Premio Mondello, il Rapallo Carige, il Grinzane Cavour e il Bottari Lattes.  stata due volte finalista al Premio Strega. Traduttrice, editrice e critico letterario collabora con ttl La Stampa, il Venerd di Repubblica, Corriere della Sera e Il Messaggero.  tradotta in Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Spagna, Serbia, Olanda, Germania e Portogallo. Tra le sue opere: Ti spiego (BEAT, 2015), Ovunque io sia (BEAT, 2012), Alle Case venie (BEAT, 2017) e Le Serenate del Ciclone (Neri Pozza, 2015), vincitore del premio Super Mondello 2016 e del Mondello Giovani.
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Lo dominava limpeto della vita, la marea dellessere, la gioia perfetta di ogni muscolo, di ogni giuntura, di ogni tendine, poich questo era il contrario della morte, era ardore e violenza, si esprimeva nel movimento, nello sfrecciare esultante sotto le stelle
Jack London, Il richiamo della foresta.
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Per strada, mentre cammino, non c cane che non mi guardi.  vero, non lo dico per darmi delle arie. I nostri sguardi, anche furtivamente, si incrociano sempre. Tra loro e me c una forte attrazione, siamo obbligati a guardarci, e in quel minuscolo spazio di tempo, in quel pochissimo, mi comunicano un pettegolezzo, affari di casa loro e dei loro padroni, un pensiero, triste o allegro, che stanno coltivando da un po. Conosco piuttosto bene la lingua dei cani, o meglio, ai loro pensieri sono riuscita a dare una voce. Per un po li osservo e li studio, e alla fine il loro vero timbro si modula da s. A questa voce, sono i primi ad affezionarsi. Posso stare in cucina, e allimprovviso commentare qualcosa con il loro linguaggio e dal loro punto di vista, ed ecco il diretto interessato, fino a un momento prima acciambellato accanto a un termosifone, che arriva caracollando, scocciato di essersi dovuto alzare. A quel punto, ancora insonnolito, alza lo sguardo verso di me con lespressione di chi chiede: Che ho detto?
Sulle loro capacit sentimentali  stato detto molto. Infinite sono le storie di cani che si sono lasciati morire dopo la morte del loro padrone, che sono stati abbandonati e hanno ritrovato la strada di casa, che hanno atteso un ritorno durato ventanni di circumnavigazioni per poi rendere lanima pacificati. Sanno amare, lo sanno fare in modo buono, coraggioso e disinteressato.  per questo che non si trasformeranno mai, come  successo a Pinocchio, in esseri umani veri.
Ho avuto cani in casa fin da bambina, e fra tutti ce n stato uno speciale che per me ha contato pi di ogni altro.  a lui che ho dato la prima voce e con lui ho imparato quel che so sul linguaggio dei cani. Ma non  la sua storia, caro lettore, quella che ascolterai. La sua  stata una normale vita felice.
La storia che ti voglio raccontare, invece,  quella di un cane selvaggio, di un abbrutito spesso in preda a spasimi suoi incomprensibili che lo rendevano anche un po ottuso. Un cane binario e bipolare, un sofferente psichico, un disadattato. Un cane nero.

1.

Lo incontrai un 2 di settembre uscendo da scuola, dopo il primo collegio docenti, in una giornata ancora afosa e carica di umidit, di quelle che aspettano una pioggia gi in ritardo. Mi avviai verso la macchina e trovai questo enorme cane riverso a terra contro il marciapiede, gli occhi arrovesciati, la lingua di fuori, le natiche magre, ricoperto di ferite dove avevano fatto il loro lugubre nido grappoli di zecche grosse come acini duva fragola. Era esausto, mi parve quasi moribondo. In casa avevo gi una boxer femmina sopravvissuta al suo compagno e in uno stato di profonda malinconia. Passava le giornate raggomitolata sulle due cucce. Quella del suo compagno avevo provato a metterla via, piegata e riposta sopra un armadio allingresso. Ma lei sera messa a piangere. Stava seduta in quel modo che spesso assumono i cani quando non vogliono stancarsi troppo, su una chiappa sola, e con la testa rivolta verso lalto un po piangeva e un po ululava rauca.
Non torna le dicevo io.
Ma lei roteava i suoi occhi tiroidei dandomi a intendere che non potevo capire. Non aveva molto senso che la tirassi gi, tra laltro per tutta la loro vita di coniugi ne avevano sempre usata una soltanto dove stavano stretti ma abbracciati, che fosse nel freddo dellinverno o nella calura estiva. Non ci fu verso, per lei quella cuccia messa via era pi dolorosa della perdita. E allora la tirai gi. E se per una vita intera ne avevano condivisa solo una, adesso pretendeva di occuparle entrambe assumendo scomode posizioni, suppongo anche dolorose, visto che i bordi erano di metallo. Era una boxer tigrata, diversa dal suo compagno che era stato un biondo chiaro, di pelo non fittissimo e pelle sottile. Aveva la pelle delicata pure sui polpastrelli che spesso, su zone di campagna accidentate, si ferivano e lo facevano zoppicare fino a che non gli si formavano i calli. Ogni volta che andavo a trascorrere qualche giorno nella casa di campagna dei miei, era la stessa sinfonia: per i primi giorni gli sanguinavano i piedi. Glieli curavo con impacchi di acqua e sale che poi lui leccava. Il sale non fa bene ai cani. E cos gli dovevo fare la guardia. Mi teneva docchio, con quellespressione tra lingenuo e il malizioso, tipica dei cani. Mi voleva fregare, ma nel suo intimo era pi forte di lui: voleva anche farsene accorgere.  complicata da descrivere questa loro dedizione. Nellintenzione c gi incluso il pentimento.  una specie di confessione, sono dei cattolici bigottelli che si affrettano a peccare per poi chiedere il perdono e lassoluzione. Da questa loro incantevole doppiezza, io sono sempre stata affascinata. Guardate i cani al guinzaglio, soprattutto quelli di piccolissima taglia. Osservateli per bene. I padroni, spesso, si distraggono. Hanno i loro pensieri, commissioni da fare che uniscono alla passeggiata del quadrupede. Di avere un cane di piccola taglia al guinzaglio nemmeno se ne accorgono. Non  come un cane di buona stazza che quando vuole fermarsi per mingere contro un albero punta i piedi, mette in moto i muscoli e ferma anche chi dovrebbe condurlo. Di un cane di piccola taglia che si ferma, non se ne accorge nessuno, e cos vengono trascinati via ancora sgocciolanti. Avete mai notato cosa fanno? Si mettono a zoppicare, fingono di non poter usare una delle due zampe posteriori, camminano tenendola sollevata, come fosse un arto paralizzato, e intanto che camminano cos, da storpietti, tengono la testa puntata in alto, verso quel padrone che sperano si accorga di loro e si intenerisca nel vederli in difficolt. Ma il poco peso impedisce il progetto, il padrone continua ad andare per i fatti suoi e il cane di piccola taglia, deluso, dopo un po rimette gi la zampa e riprende a camminare normalmente.
Pensai a molte cose vedendo quel cane nero buttato a terra come morto. Alle due cucce che avevo in casa, al fatto che grande comera, se fosse sopravvissuto, non avrebbe mai avuto bisogno di sollevare una zampa posteriore per far fermare nessuno. Quello era un cane che da sano ti strattonava a piacer suo. Sempre che fosse sopravvissuto. Ma da chi poteva dipendere? Da me. Da quanto fossi disposta a sacrificarmi. Potevo prenderlo, curarlo e cercargli un padrone. Ma chi lavrebbe voluto un cane cos? Era gi grande, poteva avere pi di un anno. A occhio e croce, era uno di quei cani presi per compiacere il bimbetto di casa subito dopo il rientro dalle vacanze. E poi, lanno successivo, al momento delle nuove vacanze, buttato in strada con un collare di acciaio che nel frattempo gli si era anche fatto un po stretto. Si vedeva a occhio nudo che, pure magro come sera ridotto, lo stava ferendo. Per qualche istante, restai nella fantasia di poter individuare gli abbandonatori. Un monitor me li inquadrava, da quel momento in poi un segnale mi avrebbe trasmesso ogni loro spostamento, avrei saputo doverano finch mi avesse comodato. Il tempo di raccogliere il cane, portarlo da un veterinario, lasciarlo l per farlo rimettere un po in sesto, salire in macchina e, come nei cartoni animati di South Park, nei film di Tarantino, nei pi antichi western o nei tanti vendicatori della notte, ritrovarmi in spalla un bazooka e con quello Beh, sono pensieri che fanno piacere, caro lettore. Ogni tanto, per cosucce e fatterelli tuoi li avrai fatti anche tu. Sono sbagliati, ma danno una gran soddisfazione. Una cosa simile la diceva anche Diderot. Una cosa simile, in verit, lhanno detta in tanti. Ma a quel punto cera poco da fare: tornarmene a casa diventando anche io unabbandonatrice (meno colpevole, ma colpevole comunque), oppure prendermi quella responsabilit scaraventatami dal cielo. Rientrai a scuola e chiesi al bidello uno spago.
Che ci deve fare? mi chiese.
Ci devo chiudere la bocca a un enorme cane addormentato che ho deciso di portarmi a casa.
E allora venne fuori anche lui, e poi si form un bel capannello di studenti che si misero a guardare loperazione. Sembrava mezzo morto, ma chi poteva garantirmi che, dolorante comera, non mavrebbe dato una bella morsicata? Gli passai lo spago sotto il muso. Arrovesci solo un occhio ma rest tramortito come stava. Lo legai ben stretto.
Mi dispiace gli dissi. Ma chi ti conosce?
Dopo andai a prendere la mia Renault4 lasciando qualche studente a sorvegliare il cane, parcheggiai per un momento in doppia fila davanti a un poliziotto che si interess anche lui alla faccenda.
Se lo vuole prendere? mi chiese.
Non ho scelta gli risposi.
Il bestione non promanava proprio un buon odore.
E poi, che se ne fa? mi chiese ancora un po schifato.
Senta, non mi ci faccia pensare adesso, va bene?
Non mi aiut nessuno a metterlo nel portabagagli della macchina. Nel momento in cui lo presi in braccio fece uno strano verso, sembr quasi masticasse, ma di bocca allappata, come chi ha mangiato un cachi troppo acerbo.
Trovai parcheggio abbastanza vicino casa. Dovevo essere uno spettacolo con quel cane in braccio. Ogni tanto mi dovevo fermare per riprendere le forze. Era vero, lo provai quel giorno, un corpo morto pesa il doppio. Infilai la chiave nella toppa e apersi la porta. La reazione la potevo prevedere. La vedova volt la testa dallaltra parte come nauseata e si precipit a occupare per intero le sue due cucce. Come darle torto? Mi sentii in colpa verso di lei. Andai a prendere una vecchia coperta e la misi in soggiorno, lontano dalle due cucce che stavano allingresso, e il peso morto lo misi l. A quel punto, gli tolsi lo spago e gli poggiai accanto una ciotola dacqua. La prima leccata la diede da sdraiato rovesciandosene molta addosso, poi tir su il busto, come uno sportivo paraplegico, mostrando due avambracci magri ma ancora ben muscolati. Ebbi paura che la parte posteriore fosse partita. Invece, intanto che ingurgitava acqua in un modo abbastanza spaventoso (sembrava che quel liquido gli andasse gi cos in fretta da recuperarlo, come un canotto moscio che qualcuno stava gonfiando con una pompa a pedale, qualcuno molto ben polpacciuto), in un battibaleno me lo ritrovai in piedi. Su un lago dacqua. La ciotola vuota sembrava veleggiasse.
Ne vuoi ancora? gli chiesi.
Starnut tre volte in modo reboante, sgrullando la testa come dovesse venirgli via. E rimase l, in piedi, con le zampe un po allargate per via della forza dello starnuto. Era abbastanza mostruoso e bello insieme, di una bellezza che per il momento solo si intuiva. Restava l, a zampe aperte, usmando laria che aveva intorno. Doveva avere un animo piuttosto curioso, solo lo frenava la spossatezza. Eppure, con un po dacqua era gi risorto. Da quanto era magro poteva essere da un pezzo che non mangiava. Dovevo dargli qualcosa ma doveva essere poco. Andai in cucina e lui non mi segu. Ma da l dove rimase, cominci a ululare. Tutto molto chiaro: non se la sentiva di camminare ma non dovevo lasciarlo solo. Della vedova non si era ancora accorto. O forse ne sentiva la presenza come una minaccia. Quanto a lei, non sera mossa dalle cucce, si era addirittura voltata dalla parte del muro per non vedere nulla. Le andai vicino e le dissi: Sta buona,  solo di passaggio. Giusto il tempo di farlo riprendere un po. Una buona azione. E poi tornai da lui con la ciotola e gliela misi davanti. Chin la testa, il rumore che fece ingurgitando fu simile a quello di un aspiratore. Sentii perfettamente il cibo andargli gi come in un gran risucchio, senza nemmeno sfiorare i denti. Fin e sollev la grossa testa da capodoglio facendo un enorme rutto che risuon in tutta la stanza. Maccasciai sul divano coprendomi il volto con le mani per non fargli vedere che ridevo. Lui prese a testate la ciotola fino a che me la fece arrivare davanti ai piedi.
Chiss da quant che non mangi gli dissi. Mica lo so se posso dartene ancora.
Lui ricadde a terra in un tonfo e torn a sembrare morto. La strategia canina, pensai. Il gran teatro, il cialtronesco. Ecco il buffone: O me ne dai ancora oppure crepo.
Giusto un pochino dissi io alzandomi. Quel tanto per farti resuscitare unaltra volta.
E lui mi venne dietro.
Saccorse in quel momento che in casa cera un altro cane. Si avvicin, mandando avanti quel tartufo umido che aveva al posto del naso. Lei, che era gi anziana, ringhi e mostr i denti con una rabbia che non le avevo visto mai. Ringhiava a lui ma guardava me. Cominciai a battere forte le mani.
Allora? dissi.
Il mostro era troppo affamato per darle retta, le fece addosso un altro starnuto e si present in cucina scodinzolante. Al primo movimento della coda venne gi lo spazzolone con tutto il secchio: il bastone colp il vetro della finestra, che and in frantumi. Di fronte a quel disastro rimasi impietrita. Fuori, il sole saccese ancora pi prepotente provandomi che il vetro era piuttosto sporco. Tolsi il grosso che era andato a finire in terra con lui che mi stava tra i piedi.
Bada! gli dicevo. Bada che ti fai male. Ci manca pure che ti tagli. Bravo, eh? Bellinizio.
E poi gli diedi ancora un po da mangiare assistendo di nuovo al gran risucchio. E altra acqua, che bevve avidamente facendola uscire tutta fuori, andandoci dentro con le zampe sporche che mi lasciarono un numero incalcolabile di impronte dovute alla sua felicit di stare a pancia quasi piena. Si mise a camminare per tutta casa con latteggiamento fiero di chi prende possesso di quanto gli spetta. Ficc il naso dappertutto, in camera da letto prese a zampate larmadio affinch laprissi. Lo feci per sfinimento e lui ci salt dentro.
Vieni subito fuori! Accidenti a te!
Retrocesse in quel piccolo spazio tra pullover e pantaloni riducendo tutto a un ciaffo che si raggomitol sotto le zampe puzzolenti. Puzzava dappertutto quella bestia. Avrei dovuto mettere ogni mia cosa in lavatrice. Ci fosse entrato, avrei dovuto infilarci pure larmadio. Provai ad allungare una mano e a prenderlo per il collare, ma lingrato mi ringhi.
Bravo! Bella riconoscenza. Adesso ti frego io.
Andai in cucina e misi altro cibo nella ciotola.
Vieni bello, su, vieni.  buona la pappa, no?
Prese a fare un verso strano con la bocca. Come chi, dopo mangiato, con la lingua cerca di pulirsi i denti. Ma allo stesso tempo, era anche una specie di tremore, un rictus. Alla fine, vinto dalla brama, si catapult fuori tirandosi dietro tre grucce con tutte le camicie, seguite dal ripiano, da dove caddero in terra calze, mutande e maglie. Dalla ciotola, che in preda allo stupore avevo poggiato a terra, cominciarono a schizzare chicchi di riso, carne macinata e pezzi di zucchine. Finalmente pago, su tutto quellabbigliamento sparpagliato sulla moquette si sdrai e, in colpa per avermi ingiustamente ringhiato, si mise a pancia allaria mostrandomi tutti i suoi bei grappoli di zecche.
Ero pentita, disperata. Lo lasciai l senza fargli nemmeno una carezza. Mi sedetti accanto alla cuccia della vedova per almeno un quarto dora. Lui era rimasto l, nellidentica posizione, con i suoi grappoloni bluastri che si gonfiavano a vista docchio. In quelle condizioni, in casa non lo potevo tenere. Allora, visto che un collare, pure se pi simile a cappio, ce laveva, presi un guinzaglio e glielo attaccai. Abbandonai la casa in quel disastro che era diventata. Sul pianerottolo chiamai lascensore, ma quando arriv, di farcelo entrare non ci fu verso. Cera salito da mezzo svenuto quando lavevo portato, ma adesso sembrava che l dentro ci fossero le fiamme dellinferno. Dentro il mio armadio s, nellascensore no. Scendemmo i quattro piani a piedi. Ogni tanto, per lo sfinimento che aveva addosso, scivolava dando delle gran culate sui gradini. A ogni culata sua applaudivo di cuore. Al secondo piano si ferm, stette un attimo immobile e poi si diede una potentissima sgrullata. Mi parve di vederla al rallentatore. E vidi, giuro che li vidi, i filamenti della sua bava misti a cibo uscirgli dalla bocca con lestensione degli elastici, avvolgerlo, e infine ricadergli addosso.
Che schifo! sussurrai. Sei tutto unto.
Di farlo salire in macchina non era pi il caso. Per fortuna cera un veterinario con toeletta per cani a pochi isolati. Non ci ero mai andata perch i miei li portavo dal medico del quartiere dove vivevo prima, dallaltra parte di Roma.
Saranno state le quattro del pomeriggio e non cera nessuno. Prima fortuna della giornata, pensai entrando. Il veterinario era un ometto calvo che se ne stava sulla porta a fumare una sigaretta. Dentro cera il suo assistente che lavava il pavimento.
Cosa deve fare? chiese il medico rientrando senza togliersi la sigaretta dalle labbra.
Lho appena trovato risposi.  pieno di zecche, denutrito e forse anche malato. E poi, se  in condizioni, vorrei fargli fare un bagno.
Lo visitiamo subito disse il dottore facendo un passo indietro per buttare la sigaretta sul marciapiede.
Entrammo in una stanzetta modesta con un tavolo di metallo al centro.
Lo metta su mi disse.
 una parola.
Lo faccia saltare.
Mica mi obbedisce.
Allora mettiamogli qualche biscotto sul tavolo. Ci andr da solo.
Gli mise dei biscotti e lui rest immobile, molto sospettoso. Sembr usmare laria in generale. Secondo me usm solo i biscotti e poi mi guard dritto negli occhi. Quanto meno ero gi il suo referente.
Sono buoni, mangiali. Dai, bello, vai su dissi battendo con la mano sul tavolo di ferro.
Niente da fare. Allora, pazzo, inconsapevole e ignaro, il veterinario lo prese per il collare con una mano e laltra gliela mise sotto la pancia per sollevarlo. Dapprima ci fu un boato spaventoso, poi si sent un battito quasi metallico che non si capiva da dove mai venisse, e quella che vidi fu una scena molto spaventosa. Il veterinario lo teneva sollevato, ma non poteva fare altro, qualsiasi altra mossa e rischiava una mano. Quel pazzo di cane apriva e chiudeva la bocca facendo rimbombare quel rumore, quello scatto, che non erano altro se non i suoi denti che mordevano rabbiosamente il vuoto.
Museruola! grid il dottore. Museruola!
Lassistente, un tipo magro dallaria malaticcia, accorse con una museruola in mano e unespressione terrorizzata.
Anvedi! gli disse. Ma chi sei?
Ma quando si avvicinava, il bestione non gli permetteva nulla e il dottore era stremato di tenerlo in aria.
Gliela metto io dissi.
Stia attenta grugn il dottore. Lha appena trovato, non la conosce.
Quasi gliela lanciai. E feci canestro. Lassistente fu veloce nello stringere bene i lacci. Ora era sul tavolo ma si dimenava in modo forsennato. Le unghione, sul metallo, scivolavano, rigavano, e il tavolo tremava come ci fosse finito sopra un fulmine, lepicentro dun terremoto, di una maledizione. Forse trem lintera stanza, vidi vibrare un mobiletto in vetro con dentro vari flaconi. Adesso stavamo cercando di tenerlo fermo in tre. Non ci poteva mordere, ma ci feriva con le zampe. Si difendeva contro noi che eravamo i suoi nemici. Eravamo tutti sudati, il cane schiumava, una spuma bianca usciva dai rettangolini in plastica della museruola.
Per visitarlo lo dobbiamo sedare un po disse il medico.
Vidi entrare lago nella chiappa. Piano piano cominci a dibattersi meno, la lingua gli usc di fuori, arrovesci gli occhi, e infine si arrese. Respirava con un rumore di sfiatamento, come avesse avuto i polmoni di un vecchio fumatore, un enfisema trascurato. Vidi che lo manipolavano a corpo morto. Gli aprivano a piacere le zampe, lo auscultavano. Il veterinario a un certo punto alz la testa per dirmi che era molto disidratato. Gli misero il catetere. Sebbene addormentato, fece una smorfia di dolore, un gemito. Provai una grandissima pena a vederlo cos abbandonato in mani straniere, anche se lo stavano curando. Mi parve la caduta di chi era stato grande, fiero. Mi parve una cattura.
Provai a ricostruire il suo passato. Abbandonato in mezzo alla strada da chi non sera fatto scrupoli, da chi magari aveva preso in affitto una casa per lestate dove gli animali non erano ammessi, e tra scegliere unaltra sistemazione o, alla peggio, metterlo in pensione, aveva preferito buttarlo in strada con quel tranello che gli umani sempre adottano con i cani: facendolo scendere dalla macchina, perch loro scendono sempre con grandissimo entusiasmo, pronti ogni volta a fare unescursione. E ogni volta partono in avanscoperta, ricordandosi di voltarsi indietro sempre troppo tardi, quando lauto  ripartita, con tutti gli amori che conteneva, amori come mai stati, dissolti dai molti metri che gi avevano macinato. Forse si sar voltato verso di lui solo il bambino per il quale era stato preso. Ma no, non sera voltato nemmeno lui, della stessa vil razza dannata. Glielavranno data a bere e lui lavr bevuta con piacere, magari gi con un videogioco nuovo a emanare luci e razzi su quel piccolissimo schermo dove il cucciolo duomo annega e si estrae dal mondo. Che nome potrebbe avergli dato gente cos? Capace che lavevano chiamato Rambo. Me lo immaginavo, grande comera adesso, piccolo come doveva essere stato allora, le zampe enormi, indizio di gran crescita futura che sempre inorgoglisce i padroni fino a che la crescita non occupa troppo spazio, quando le gran pisciate in casa sono laghi per mesi. Ma come ci  venuto in testa? avr detto la mater familias raccogliendo le cacche e la piscia che disseminava. Chi lo porta gi?, domanda alla quale rispondeva il silenzio, e lei, rabbiosa, gli avr messo il guinzaglio, lavr portato fuori facendogli fare solo il giro dellisolato per poi riportarlo a casa senza che avesse fatto niente. Questo cretino se la tiene apposta per mollarla in casa! Un cucciolo nero, meticcio, con una piccola macchia bianca sul petto e anche sulla punta della coda. Mica ce li avr avuti, allora, quegli occhi infernali che aveva adesso, tutto quel carico di spavento che proprio dentro gli occhi gli si era riversato dandogli quellaria forsennata, quello strabismo da fuggiasco. Fu guardandolo cos indifeso che presi linsana decisione di tenerlo. No, non lavrei dato a nessuno, lavrei tenuto io, la vedova lavrebbe accettato, le avrei spiegato che era un senzatetto, un povero cane abbandonato. Rimestando con un cucchiaio, gli avrei fatto spazio nel mio cuore. Avrei diviso e moltiplicato gli affetti. La parte pi grande per il cane morto, lEuridice che mi sarei andata a riprendere a piedi fin nellaltro mondo che immaginavo ghiacciato, groenlandico, dove lui, come ogni trapassato, aveva laspetto del fiore dei suoi anni. Io che arrivavo, contrattavo, pagavo il prezzo e me lo riportavo a casa. Col cucchiaio avrei spinto quel mio sentimento nello spazio pi in cima al cuore, luogo piccolo, ma dove centra cos tanto. Subito sotto ci sarebbe stata la vedovella, ch erano sempre stati insieme, vissuti luno per laltra, e a prendere quel bestione le stavo facendo un torto, le rovinavo di certo la vecchiaia. Pi gi, avrei costruito un piccolo recinto dove ci avrei messo lui, un posto tranquillo dove non avrebbe dato fastidio agli altri.
Approfittiamo che ancora  mezzo addormentato per lavarlo e pulirlo disse il veterinario. Tante zecche non lavevo mai viste nemmeno io. Gli faremo anche uniniezione di antibiotico. Il resto glielo dar lei per bocca insieme ai fermenti lattici, ch la flora batterica di questa bestia chiss che fine ha fatto. A proposito, che ne far?
Me lo tengo dissi decisa.
Ne  sicura?
Sicura.
Guardi che di controindicazioni ce ne sono molte. La vita che ha fatto la sa solo lui, ma di certo deve avergli dato alla testa. Non si faccia illusioni, questo cane deve aver superato lanno di et, ormai normale non ci torna. Non lo raddrizza pi nessuno.
Me lo tengo lo stesso. Sono una tenace.
Allora le conviene farsi una passeggiata e tornare almeno tra unora, qui il lavoro sar lungo. Nel caso gli faccio ancora un po di sedativo.
Lo lasciai che lo portavano in braccio verso il lavaggio.
Mi raccomando dissi, usate lacqua ben calda che ha mangiato da poco.
Sarei potuta tornare a casa e cominciare a mettere a posto tutta quella confusione, e invece me ne girai sempre l intorno, andai a sedermi a un bar che aveva proprio uno strano nome: La farmacia dei sani. Lo commentai col proprietario che ci rideva ancora. Gli dissi che avevo trovato un cane. Non fece commenti. Di solito, alla gente poco importa dei cani. A me, invece, sembrava proprio una gran cosa. Era molto male in arnese, povera bestia, ma si vedeva che era bello. Laraldico cane, dissi tra me. Beh, dovr pure dargli un nome. E cos, lontano da lui che dormiva mentre veniva ripulito, gli diedi nome Osac, come il personaggio di un libro che mi era piaciuto molto. Osac, lanagramma di Caos: gli stava proprio bene quella permutazione di lettere. Era il nome suo. Feci giusto un salto da un vetraio, ma solo perch ci passai davanti e gli diedi appuntamento per il giorno dopo. E intanto guardavo di continuo lorologio, fino a che, con cinque minuti danticipo, andai a riprendermelo.
Meno male che  arrivata disse lassistente. Da quando s svegliato ha fatto il finimondo. Guardi, sta a catena, ma tra un po tira gi le piastrelle e anche tutto il muro. Ha una forza
Quando mi vide tir fuori una voce in falsetto che mi strinse il cuore, e sempre in quel tono si mise a ululare mettendosi in piedi sulle zampe posteriori, mentre con le anteriori scavava laria per accorciare la distanza che ci separava. Tirato a lucido era bellissimo, cibo e vitamine presto gli avrebbero reso tutto il suo splendore. Gli andai incontro e lo abbracciai. In piedi era alto quasi quanto me, che bassa non sono di certo. Mi appoggi il muso su una spalla. Inalai quel buon profumo di cane pulito, gli diedi un bacio su una guancia, lui ricambi con una leccata. Il fiato non era ancora dei migliori, povera bestia mia. Me lo strinsi, lo strinsi forte, e poi gli presi quel testone tra le mani e gli sussurrai allorecchio: Osac, Osacchio, Osacchino! Pagai e a casa ci tornammo di corsa, come due matti. Anzi, non  che corsi proprio, feci una specie di sci sullasfalto, perch da quanto tirava, sotto le scarpe pareva avessi le rotelle.
Furono giorni tremendi. Il mattino seguente andai a scuola dopo averli portati gi entrambi separatamente. La vedova aveva ringhiato piano tutta la notte, e ogni tanto veniva ad appoggiarmi il muso triste sul materasso: quando accendevo la luce, mi guardava con rimprovero.
Che dovevo fare? le chiedevo.
Nei suoi occhi lo leggevo chiaro quello che secondo lei avrei dovuto fare: lasciarlo l dovera. Non mettercelo in casa noi due che portavamo ancora il lutto.
Senti, non ho avuto cuore.
Osac, invece, cadde in un sonno profondissimo. Ma era impressionante parecchio e mi spaventai per il futuro: mentre dormiva faceva versi tremendi, boati che venivano su dai visceri della terra, soprattutto quando cambiava posizione. Lo sentivo che si alzava in piedi, grattava ossessivamente lo straccio pulito che gli avevo messo in terra fino a farne un mucchietto sul quale si rattrappiva per entrarci tutto. Ma non si metteva gi come qualsiasi altro cane, si lasciava cadere, sentivo il rumore delle sue ossa sul marmo del soggiorno, e poi quel boato gutturale, che chiss da quali sogni gli veniva. Lo presi come un fatto dovuto alla novit, a tutto quel trambusto che, anche se positivo, per lui era comunque stato un grande cambiamento. Non lo potevo sapere che Osac avrebbe dormito cos per sempre, lottando contro la notte come si fa con un nemico.
La mattina uscii di casa. Gi in ascensore, per, sentii i suoi ululati di disperazione e immaginai la povera vedovella acciambellata nelle sue due cucce, alle quali non gli avrebbe mai permesso di avvicinarsi e che comunque non sarebbero mai state sufficienti a contenerlo. Mentre lascensore scendeva, feci un fischio di richiamo che non serv a nulla. In macchina, prima di accendere il motore, guardai distinto le mie finestre al quarto piano e pensai: Speriamo bene.
Quando tornai da scuola, la mia casa si era trasformata in una stravagante installazione. Mi chiusi la porta alle spalle e rimasi senza fiato. Tutto, proprio tutto era stato capovolto. In quel momento di terrore, prese il sopravvento linventario. Nella parete dellingresso cera un buco fatto con i denti, ma in terra non cera traccia di quello scavo. Dunque, quello che aveva tolto se lera mangiato, segno evidente che gli mancava il calcio. Il secchio della spazzatura era stato rovesciato a terra e il contenuto sparso per tutta casa. Bottiglie vuote di plastica morsicate, ben strizzate, bucce di banana, quelle di mela non cerano pi, le aveva mangiate, una scatola di pelati davanti alla finestra della cucina, ma dentro era pulitissima, doveva averci passato la lingua con cura, la carta oleata che aveva contenuto il prosciutto cotto era stata masticata e poi sputata, ma in varie fasi, un po qui e un po l. Nel centro del soggiorno, sulla moquette, cera una grossa cacca compatta. Sembrava di quelle finte che si vendono per carnevale. Gli asciugamani del bagno erano stati trasportati per tutta casa e fatti a brandelli, anche una parte del lenzuolo di sopra tolto dal letto. Il gioiello finale fu una fetta del divano che mancava. Un pezzo di uno dei due sedili in gommapiuma era stato staccato di netto, il biancore del taglio risplendeva nella luce di quella stanza sempre cos luminosa. A volte, quando tornavo verso il tramonto, aprivo la porta e la prima cosa che pensavo era: ho lasciato tutte le luci accese. E invece era lesposizione di quella mia casa: il tramonto la dorava in modo quasi elettrico. In quel momento, invece, cera la luce delle due del pomeriggio, in un mese di settembre che faceva ancora da appendice allagosto. Tutto, in quel momento, mi parve travolto. E Osac, che nel vedermi manifest una felicit inaudita, sembrava mostrarmi quel suo bel lavoro con una punta di orgoglio. Ogni tanto, qualcosa la prendeva in bocca e me la portava lasciandomela ai piedi, come un gatto con i topi quando ne fa omaggio al padrone.
Davanti a quellesplosione che era diventata casa mia, restai quasi rapita. Stravolta, ma pure estasiata, perch cera da chiedersi se mai sarebbe tornata come prima. E poi, nella disperazione, mi parve avesse il suo fascino anche cos. Tale langoscia che mi ero dimenticata la porta aperta. Lascensore scese, chiamato da qualcuno, e poi risal fermandosi proprio al quarto piano, dove vivevo io. Era il signor Toccaterra dellappartamento accanto. Un uomo sempre ubriaco da far spavento. Entrava in casa ed erano subito urla. Le figlie si chiudevano a chiave in camera loro e mettevano a tutto volume le canzoni dei Pooh. La moglie gridava come unaquila e lunica frase che si capiva era sempre la stessa, e detta da entrambi: Tammazzo!
La porta dellascensore saperse e Osac si scaravent fuori come una furia emettendo prima un boato, poi un ringhio feroce, digrignato. Luomo richiuse subito la porta e rest dentro il gabbiotto metallico smadonnando. Solo quando afferrai il cane per la coda, lui si azzard ad aprire, ma Osac mi sfugg, ch una coda  solo una coda, e quello fece appena in tempo a richiudersi dentro, con la bestia che stava dritta in piedi, le zampe a battere sulla porta, i denti a morderne la grata laccata in color ocra che il tempo aveva grattugiato e ora si tingeva del sangue delle sue gengive. Non ebbi scelta, mi tocc prenderlo per il collare rischiando di essere morsa: le fauci si voltarono aprendosi, ma quando si accorse che le mani erano le mie non infier, continu invece a spingere con tutta la forza verso lascensore. Il signor Toccaterra mi stava insultando senza misurare le parole. Ci stava andando pesante. I fiati delluomo e della bestia si fusero promanando nel pianerottolo un odore non certo buono. Il desiderio di aprire la porta e richiuderla dopo averci fatto entrare il cane, per un momento mi colse. Sto stronzo, pensai. Con tutte le urla che fanno l dentro ogni notte senza far dormire nessuno! Con tutte le volte che ci ha fatto chiamare la polizia!
Prendi sto cazzo di cane! mi url.
Che brutta frasetta. Moffendeva il bestione che gi faceva la guardia a quella casa che aveva ridotto Beh, laveva arrangiata a piacer suo, ci aveva messo il tocco del cane.
Senti chi parla! gli dissi. Parla lubriacone! Modera, eh? Ti conviene che moderi.
Perch, altrimenti?
Non ti rivolgere a me. Rivolgiti a lui dissi indicandone il testone.
Io te lammazzo sto cane!
Allora racimolai le poche forze che merano rimaste. Trascinai in casa il cane tenendolo per il collare intanto che continuava a ululare in un modo che sembrava fatto anche di parole, ma di unaltra lingua, sintende, incomprensibile, eppure Consonanti, ecco, consonanti e anche assai gutturali. Una lingua senza vocali. Una lingua grugnita. Maialesca. Magari le vocali cerano ma non si sentivano bene, erano vocali mescolate a consonanti, ma non come nella nostra lingua, dove stanno insieme, fuse, incollate. Era una lingua barbara, un po come quella che abbiamo sentito nelle prime scene del Gladiatore, quando i romani mandano ai barbari un messaggero che poi torna indietro, sul cavallo, ma senza pi la testa. E tutto quel popolo, alle pendici di un monte fumoso, nebbioso e freddo, risponde ai romani che stanno dallaltra parte, gi pronti alla guerra, con versi umani e bestiali insieme. Insomma, con una lingua tutta umlaut. Con la testa in pieno ragionamento sulla linguistica sua, solo di Osacchio, tirai fuori i muscoli tanto allenati per anni in palestra e alla fine ce la feci, chiusi il cane in casa. Ma io restai fuori, sul pianerottolo, e al signor Toccaterra, la porta dellascensore la apersi io.
Chi ammazzeresti? gli urlai facendo il gesto di chi la porta  gi pronto a sbattergliela in faccia.
Sti cani rispose sfiatando alcol gi a quellora. Non sembrava vero che te nera morto uno. Mo ce nhai gi un altro. I cani, poi, li devi porta pe le scale, non nellascensore che lo mpuzzoliscono.
I cani, eh? Tu invece profumi. Ma non ti vedi quanto fai schifo?
Fece il gesto di alzare un braccio. Lo feci anchio. Vediamo come si mette, pensai. Le chiavi sono rimaste nella toppa, alla peggio apro la porta e se la vede col barbaro. Ma era un vecchio ubriaco, e puzzava. Gli presi i polsi e gli alzai le braccia. In quella posizione la sua faccia si avvicin alla mia e quello che sfiat mi diede il capogiro. Aprendo la porta di casa, sul pianerottolo apparve la moglie.
Ma che succede? chiese pulendosi le mani sul grembiule. Osvaldo, ma guarda in che stato sei!
Tammazzo rispose lui docchio velato.
Oggi vuole ammazzare un po tutti dissi alla signora.
Lei lo prese per mano, se lo port dentro casa che ancora un po bofonchiava, con la porta aperta mi chiese scusa, disse che ormai lo sapevamo tutti com fatto. Mica  cattivo. Beve.  un vizio che ha rovinato tanta brava gente. Poi, prima di richiudersela alle spalle, un po impaurita mi chiese:
Ma chi cha dentro casa? Pare venga gi tutto.
Era vero, nella quasi colluttazione mero come assordata. Ma ora sentivo benissimo, sembrava che dietro la mia porta ci fossero tanti uomini che prendevano la rincorsa e poi ci battevano contro con unarma dassedio. Con un ariete.
Apersi e lo trovai sconvolto, locchio arrovesciato e rosso di furia, quasi senza fiato, schiumante come un cavallo dopo una corsa. Per tutto il tempo non aveva fatto altro che battere con le zampe sulla porta. Ora che lavevo chiusa me ne accorgevo. Aveva sistemato pure quella, laveva rigata tutta.
La vedova era annichilita, non mi guardava nemmeno pi. Era vecchia, povera bestiola, avrei dovuto lasciarle vivere quegli ultimi tempi in pace. Credevo di portarle un po di compagnia, e invece amici non furono mai. Osac ci prov spesso, ma in quel modo suo che la disgustava. Ogni tanto le dava unamichevole zampata che le faceva perdere lequilibrio, e lei se ne andava di corsa nelle sue due cucce. Praticamente, per tutto il poco tempo che sopravvisse a quellintruso, di l non si mosse quasi pi. Giusto per mangiare e per uscire.
Rimettere tutto in ordine fu unimpresa per la quale non ero molto portata. Non sapevo da che parte cominciare. Trascorsi mezzo pomeriggio a guardarmi intorno, raccogliendo qua e l qualcosa. Mi sembrava unimpresa vana, l dentro era come se ci fosse passato uno di quei disastri che si vedono in televisione. Per prima cosa, rimossi dalla moquette la gigantesca cacca. Lo feci prendendola con un giornale, venne via abbastanza facilmente dal momento che era soda, ma la macchia era gi stata assorbita. A quel punto mi tocc un gran lavoro di detersivo e spazzola che lo divert moltissimo. Io me ne stavo l a quattro zampe e lui mi ballava intorno, faceva pure il suo verso in falsetto.
La cacca ti fa ridere, eh? gli dicevo. E bravo il cacone. Proprio bravo, e gi olio di gomito. Senti qua che odorino!
Dal divertimento, sabbassava sulle zampe anteriori tenendo culo e coda per aria, muovendo quella punta bianca cos velocemente che sembrava quasi sparire. Gemeva di divertimento, commentava. Qualche vocale mi parve di cominciare a sentirla, sempre molto risucchiata dalle consonanti, ma il suono
Che vuoi dire?
Myyh myyh myyh.
Ah, ecco. Tutto chiaro.
Con la zampa cercava ogni tanto di togliermi la spazzola di mano. Io gli facevo la vociaccia, lui qualche passetto indietro, no, non proprio dei passi, erano pi saltelli. Poi rest per qualche secondo fermo a guardarmi con la fronte corrugata, due rughe verticali in mezzo a quegli occhi da matto. A un certo punto allung il collo tenendo la bocca semiaperta e prov a prendere la spazzola con i denti.
Ma che schifo! gli dissi io. La bocca  una cosa e il culo unaltra. Sei un sozzone, un porco! Un grandissimo porco. E metti via quelluccello, hai capito?
Era cos contento che gli era uscito fuori. Una cosa non proporzionata alle sue dimensioni, una specie di pennelletto color carne e tutto lucido. Doveva essere molto giovane e non abituato a quellevento, perch subito si mise seduto, sollev una zampa posteriore come fanno anche i gatti, e rest l un po a guardarselo e un po a guardare me.
Sai che spettacolo! Hai proprio di che andarne fiero gli dissi.
Myyggyh. Mbrrrr.
Alternava versi da foresta a una vocina flautata da tortorella. Poi, visto che la finestra era aperta, and in balcone e urin direttamente attraverso le sbarre. Un getto giallo e potente and dal mio terrazzo direttamente in strada. Una pisciata gigantesca che non seppi come fermare. Anzi, proprio non feci nulla. Restai l, in ginocchio, solo sollevai il busto e lasciai la spazzola in terra sulla moquette fradicia e puzzolente. Con le mani mi copersi gli occhi e riuscii solo a dire un disperato: Nooo!!!
Non ebbi il coraggio di affacciarmi per vedere cosera successo. Decisi che non mi sarei affacciata mai pi. E se stava passando qualcuno? Come la prende un passante una raggiata simile che, vista laltezza dalla quale proveniva, doveva essergli arrivata gi tutta nebulizzata? Allimprovviso, camminando per i fatti suoi, si era ritrovato dentro a una nuvola di piscio.
Rientr tutto contento e scodinzolante. Abbai con vocina di cucciolo, continu a girarmi intorno ancora un po e poi si accasci in terra in quel modo suo spaventoso, come colpito da un fulmine, con un clangore di tutte le ossa a risuonare nella stanza. Come si addorment si mise a sognare. E di certo devono essere stati sogni molto terribili, recenti ricordi suoi di abbandono. Dormiva e sembrava stesse meditando una vendetta. O forse no, forse solo soffriva. Passai il resto della giornata a rimettere a posto quello che lui aveva sconclusionato. Lo feci con una certa rassegnazione, ma anche con una allegria incosciente. In fondo non era successo nulla di tanto spaventoso, avevo solo incontrato un cane con una personalit disturbata. Ma non cerano dubbi, un grande cane.
Il giorno dopo pensai di agire diversamente. Lasciarlo in casa sarebbe stato come rimettere in atto la stessa sinfonia. Legittimarla. Decisi che lo avrei portato con me. Non certo a scuola. Cani a scuola non se ne portano. Lo avrei lasciato in macchina. Contai sul fatto che la macchina, per lui, dovesse significare il salvataggio, una cosa profondamente nostra. Linizio della nostra storia. Portai prima la vedova a fare la sua passeggiatina, le diedi da mangiare sorvegliando che lui, dopo aver mangiato il suo, non le desse una spinta danca, come aveva gi provato a fare, per poi ingurgitarsi pure ci che non gli spettava. E dopo ce ne uscimmo. Gli feci fare il suo giretto del palazzo, mi lasciai trascinare camminando in un modo nuovo, che sarebbe stato per sempre il mio con lui, e cio puntando i piedi bene in terra, una camminata basata sulla resistenza fisica che mi svilupp due bicipiti mai visti. E poi salimmo in macchina. Era felicissimo. Me lavrebbe distrutta nellattesa? Lo misi in conto, era una prova che dovevamo fare. Prima di andarmene, siccome faceva ancora caldo, gli lasciai un finestrino posteriore leggermente aperto. Giusto un filo. E parcheggiai allombra, calcolando il giro che avrebbe fatto il sole in quelle ore. Sarei tornata e lo avrei ritrovato allombra. Non so perch, ma la mia naturale fiducia nella vita mi fece andare via a cuor leggero.
A scuola furono le solite riunioni preliminari che tanto mi annoiavano e mi allontanavano da quel mestiere. Quel giorno ci saremmo riuniti per materie e, visto che io insegnavo francese, la mia sarebbe stata la riunione Lingue. Non si sapeva mai cosa fare in quei frangenti, dopo aver concordato i test di ingresso, le ore successive venivano trascorse davanti alla macchinetta del caff, a scambiarsi tecniche su come mantenere a lungo labbronzatura estiva che io non avevo perch non ero stata al mare, ricette che mi mettevano sempre di cattivo umore o storie sui figli (che allepoca non avevo e non capivo), oppure ognuno a sfogliare il suo giornale. Quando finalmente termin il tempo di quella stupida burocrazia che avrebbe potuto risolversi in cinque minuti (dato che i test di ingresso erano sempre gli stessi), finalmente me ne tornai fiduciosa alla macchina. Da lontano sembrava tutto a posto, mano a mano che mi avvicinavo limpressione rimaneva sempre la stessa. Quando fui proprio l, con la chiave gi in mano per aprire lo sportello, mi venne un colpo. Il finestrino anteriore era stato aperto. Per forza, razza di illusa, nella Renault4 i finestrini sono scorrevoli. Con una musata lo aveva aperto e con un salto era uscito. Non era scappato, non era questa la sua intenzione. Mi era venuto a cercare per paura che lo avessi abbandonato, e adesso chiss dovera, si era sicuramente allontanato, forse si era perso, forse nella frenesia di ritrovarmi aveva avventatamente attraversato una strada e poteva essergli successo qualcosa. Andai di corsa nel negozio di fiori che stava l, davanti a dove avevo parcheggiato. Chiesi notizie di un cane nero. E non furono delle migliori. S, lo avevano visto verso le nove del mattino (praticamente cinque minuti dopo che me ne ero andata) uscire proprio dal finestrino, attraversare la strada come una furia, essere investito da una macchina che lo aveva preso su un fianco. Stavo per svenire. No, non sera nemmeno accasciato a terra, aveva continuato a correre zoppicante. Il proprietario della macchina, invece, si era fermato e aveva constatato il danno, gli aveva fatto una bella ammaccatura sulla fiancata destra.
Quel cane sembrava una valanga disse il fioraio.
Lo , pensai tra me. Ma pure venni assalita da una grandissima apprensione. Storie di persone che venivano investite e continuavano tranquillamente a camminare per poi crollare qualche metro dopo stecchite, ne avevo sentite. Cominciai a vagare per il quartiere chiamandolo per nome. Che cosa stupida, mica poteva gi saperlo come si chiamava. Lui, per lui, di certo portava ancora il nome che gli avevano dato quelli della maledetta famigliola che lo avevano abbandonato. Contai sul fatto che riconoscesse la mia voce. Che mi stava succedendo? Di un cane cos, tutti sarebbero stati ben contenti di liberarsene senza nemmeno sentirsi addosso il peso della colpa. Potevo salire in macchina, tornarmene a casa dicendomi che il destino fa il suo corso, cos come ceravamo trovati due giorni prima ora ci perdevamo. Era quellincontrarsi e dirsi addio che tante volte succede nella vita. E invece no. Cos non era. Lo volevo ritrovare, quella furia mi spettava e mi toccava per diritto. Non lo so quanto camminai. So che a un certo punto mi parve di aver perso anche la voce da quanto avevo gridato. Distrutta, andai verso la scuola. Come avevo fatto a non pensarci prima? Era l che ci eravamo incontrati, di certo era l che era andato a cercarmi. Corsi in salita perdendo lultimo fiato. Non cera. Chiesi al bidello. Era stato sempre dentro il gabbiotto, non ne sapeva niente. Andai al bar di fronte, dove spesso facevo colazione al mattino, il bar degli egiziani.
Avete visto un enorme cane nero? chiesi senza speranza.
 tutta la mattina che lo vediamo, non fa che girare da queste parti mi rispose uno dei camerieri.
Allora uscii dal bar. Di forze non ne avevo pi molte. Le gambe erano stanche, il cuore cominciava a perdere qualche colpo. Racimolai quello che potevo e lo chiamai ancora, e ancora, e ancora, appoggiata a uno dei tavolinetti metallici allaperto, entrambe le mani chiuse a pugno. Fino a che vidi una valanga uscire da dietro un angolo di strada, fermarsi un istante per mettermi meglio a fuoco, tirare fuori tutta la lingua e staccare una corsa che io aspettai accovacciata a terra e dalla quale venni travolta, ammaccata, leggermente ferita su un braccio da quelle unghione. E per terra, davanti agli egiziani che ridevano, ci abbracciammo a lungo. Io anche piansi, un po dalla stanchezza e un po perch lo avevo dato per morto. Ancora a terra, gli passai una mano su un fianco e lui gua. Povero Osacchio mio che per venirmi a cercare a momenti muore gli dissi intanto che gli accarezzavo tutto quel corpaccio. Povero bestiolone solo al mondo. Povero bestiolone mio.
E poi ci alzammo. Purtroppo non avevo con me il guinzaglio, che era rimasto in macchina, cos dovetti prenderlo per il collare, cosa che mi slog quasi una spalla, e in quella sfiancante posizione tornammo, anzi, caracollammo fino alla Renault4 dove, nonostante quel caldo sempre feroce, chiusi ermeticamente tutti i finestrini.
Prima di mettere in moto, appoggiai la fronte sul volante. Lui, che stava dietro, con un balzo si mise seduto sul sedile anteriore, ben eretto. Sembrava un signore elegantissimo, ma euforico, un musicista dopo un concerto, un corridore dopo una corsa, un ladro dopo un gran furto ben riuscito, uno che era scappato di galera, uno che con gli occhi, coi boati e le bave cavalline che gli colavano lungo il collo, sembrava non dirmi altro che: Metti in moto, che aspetti?
Ce ne tornammo a casa molto allegri. Su come avrei risolto la situazione il giorno dopo non mi davo pena. Declamavo in tutte le tonalit possibili: Del doman non v certezza. E lo facevo rivolgendomi a lui che stava seduto accanto a me e a ogni frenata oscillava leggermente in avanti tenendosi a culo duro sul sedile. Credo gli piacessero tutte quelle diverse intonazioni, soprattutto quella con voce da strega che facevo arricciando il naso abbarbicata al volante. A un certo punto del tragitto appoggi la schiena contro il finestrino per godersi meglio lo spettacolo. Rideva. Anche i cani possono ridere. Si capisce guardandone gli occhi, il modo in cui tengono la bocca a rondine, la lingua che lasciano fuori senza ricordarsi di rimetterla ogni tanto dentro per non farla sgocciolare. Cominci a fare i suoi versi daltro mondo, cupi, reboanti, tenaci. E, ne sono certa, stava ripetendo la stessa frase anche lui. Con tutte le volte che lavevo detta se lera registrata. Fu per sempre il nostro ritornello, il richiamo, la parola dordine, lappello. Bastava che io la sussurrassi e lui si scapicollava, si metteva seduto davanti a me per fare quei versi selvaggi che mi erano diventati tanto familiari. Potrei anche dire che ogni tanto la frase la diceva lui e io mi scapicollavo ovunque fossi. Ma non ci crederebbe nessuno, caro lettore. Forse nemmeno tu.

2.

Non ebbi scelta. Mi diedi malata per una settimana, problemi con la visita fiscale non ce ne furono perch cera un orario preciso, dalle dieci del mattino a mezzogiorno e dalle cinque del pomeriggio alle sette. Dovevo provare a educarlo: uscire per poco tempo e fargli vedere che quella era casa nostra, dove ogni volta tornavo. Uscivo, facevo il giro del palazzo e rientravo. Poi gli mettevo il guinzaglio e lo portavo a fare una passeggiatina. Tornavamo a casa e dopo un po riuscivo. Lui ululava dietro la porta, io, aspettando lascensore, lo tranquillizzavo. E in cuor mio pregavo, pregavo di riuscirci in una settimana, ch altrimenti ero fritta. Avevo anche telefonato al mio veterinario di fiducia, Angelo Antonio DAmore, un uomo formidabile che aveva un ambulatorio in via Salaria: Chez Pluto. Un medico come ce nerano un tempo, di quelli che non avevano bisogno di analisi del sangue e radiografie, che non ti spellavano vivo aprendoti il portafogli con gli occhi. Lui auscultava lanimale, faceva una visita lunga e accurata e poi dava il suo parere, le medicine che credeva opportune, e cane e padrone potevano star certi che se cera da guarire si guariva eccome. Lo chiamai verso lora di pranzo, quando sapevo che si concedeva una pausa facendosi portare dallassistente un caff che beveva in sala dattesa, leggendo il giornale. Non pranzava mai. Un caff appena sveglio e un altro a pranzo. E con quelli tirava fino a cena. Il suo lavoro gli piaceva, si vedeva da come intuiva gli animali, da come riusciva a farsi rispettare, da come se li faceva amici. E quello che aveva da dire, quando non erano cose gravi, lo diceva con ironia, dando a intendere che mentre parlava col padrone parlava anche con lanimale, e dando a intendere che lanimale capiva.
Credo di essermi messa in un guaio gli dissi. Ho preso un cane abbandonato per strada, un bestione di almeno quaranta chili.
E poi gli raccontai tutto quello che era successo.
 un guaio grosso mi rispose. Ma te lo sei cercato tu. Non ti voglio demoralizzare troppo, qualche miglioramento lo otterrai, ma non riuscirai mai a domarlo. Per un animale non c niente di peggio che essersi fidato di qualcuno e poi essere stato tradito. Siccome non sono come noi, loro schermi non ne hanno. Adesso lui ha incontrato te e ti amer in modo morboso, senza riserve. Per non smetter mai di avere paura. Sono un po come i pugili suonati, quando sentono il gong dellinizio ripresa si mettono in posizione. E il gong  ogni volta che esci di casa, che lo lasci in macchina, che lo leghi davanti a un negozio dove lui non pu entrare. Rassegnati, sar un cane che ti dar filo da torcere. Ma se pesa quaranta chili, con uno cos puoi fare pure delle belle passeggiate alle quattro del mattino. Stai attenta per, eh? Questo non  come laltro che hai avuto. Lui gli amici dai nemici non li sapr distinguere. Per uno cos, chiunque ti star intorno sar sempre un nemico. Attenta quando porti gente a casa, quando fai una cena, quando ti fermi a parlare con qualcuno per la strada. Basta una museruola. Nessun cane  mai morto per portarla. In ogni caso, per stare ancora pi tranquilla, io lo assicurerei.
Lo assicureresti?
S. Che ne puoi sapere? Questi sono cani che quando partono partono, non li fermi pi. Dammi retta, una bella assicurazione.
E di quanto?
Informati da un avvocato. Chiedigli quanto pu valere una vita e con quella cifra ti regoli.
Un colpo mi venne dopo quella telefonata. Misi gi il ricevitore e Osac venne subito a farmi le feste. Per lui anche una telefonata era unassenza, un isolamento dal quale poi riemergevo per tornare a lui. Gli feci un po di carezze soprapensiero sul capoccione.
Ti devo assicurare per il valore di una vita umana. Ti rendi conto? Sei un pericolo pubblico. Praticamente mi ha detto che con te non posso avere nemmeno una vita sociale normale. Ma siamo matti?
Quelle parole lo resero felicissimo, corse in cucina, bevve un po dacqua a modo suo, sbrodolando tutto il pavimento, poi and alla porta, prese il guinzaglio e me lo mise sulle gambe.
Guarda che siamo usciti mezzora fa. Ci sono cani che escono due o tre volte al giorno. Io ti faccio uscire quattro o cinque. Siamo sempre in giro. Ho anche altre cose da fare, sai?
Quello era il problema. Il concetto non lafferrava. Se leggevo, si metteva in mezzo. Allimprovviso tra il braccio e il libro spuntava la sua testa, guaiva, frignava come un cuccioletto, poi gli uscivano i suoi boati spaventosi, quindi, solo per lo sforzo, era capace di fare uno dei suoi rutti giganteschi che facevano rintronare le pareti e mi mettevano sempre di buon umore. Fino a che piagnucolava tenevo duro, ma se ruttava non potevo resistere, scoppiavo a ridere e imitavo tutti i versi che faceva. Allora lui si fermava, gli comparivano le rughe verticali sulla fronte, indietreggiava di tre passi e poi abbaiava serio, con un leggero digrignar di denti.
Myyhh gryhh myhhh.
Capito, capito.
Non ce laveva quellironia innata dellaltro, quella pensosit che poi lo portava anche alla battuta sagace. Era la bestia, poteva far ridere di suo, ma lui mica aveva il senso dellumorismo. E se saccorgeva che di lui ridevo io, allora soffendeva e pure minacciava un po. Su una cosa non ebbe mai mezze misure: se gli davo un osso non dovevo nemmeno ipotizzare di poterglielo togliere come avevo sempre fatto con laltro e con la vedova. Se glielo davo era solo suo, e fino a che gli durava, chiunque, io compresa, se si avvicinava era il nemico. Era cos anche sul mangiare, quando metteva il muso nella ciotola, non stava a guardare chi aveva intorno: lui mangiava e ringhiava insieme.
La visita del medico fiscale arriv, non avevo dubbi. Il problema fu fargli fare serenamente il suo lavoro. Chiusi Osac in terrazzo subito dopo aver risposto al citofono. Dovetti trascinarlo a forza, ch le cose le sapeva far quadrare a meraviglia anche dopo cos poco tempo. A suonata del citofono corrispondeva lidea che qualcuno stava venendo su. E per lui, su non ci doveva mai venire nessuno, quella era la torricella nostra dove, tuttal pi, viveva anche la vedova che lui, dopo i primi tentativi, ignor. Lo trascinai dunque in terrazzo correndo qualche rischio, perch Osac, per tutta la sua vita, ogni volta che si  sentito ostacolato non sempre ha guardato in faccia lostacolatore. Lo tenevo per il collare e intanto lui si voltava nel tentativo di togliersi le mie mani di dosso. Secondo lui dovevo essere una matta: veniva su qualcuno, poteva essere un nemico, lui era il mio unico salvatore e io lo mettevo fuori gioco. Per precauzione abbassai anche un po la serranda. I know my chicken, mi dissi intanto che sentivo venire su lascensore. La vedova la misi in cucina, solo per non creare problemi, lei era buonissima, ma era pur sempre un cane abbastanza grande, di muso rincagnato, con un canino inferiore storto che le spuntava fuori dal labbro in modo assai poco rassicurante.
Apersi la porta e il medico entr con la solita aria sospettosa dei medici fiscali. Quella volta, per, laria sospettosa era ben giustificata, io non avevo nessuna malattia, nemmeno un principio di raffreddore. Ciononostante, dovevo avere laria un po provata perch il medico and dritto in soggiorno, e mi disse:
Ha una brutta cera, cosa si sente?
Devo aver mangiato qualcosa che mi ha fatto male mentii sentendone tutto il disagio.
Ha vomitato?
Un po.
Febbre?
Leggera.
Mi fece togliere la maglia e mi visit. Le solite cose. Faccia un gran respiro, butti fuori tutta laria, un bel colpo di tosse forte, e poi mi palp la pancia. Beh, quella non mi tradiva mai, la mia colite ormai cronica non lasciava scampo a nessun medico. Ma intanto, il povero medico pure era a disagio, ch da dietro la serranda abbassata si sentivano colpi fortissimi, i soliti boati indecifrabili per chi non aveva il bene di sapere di cosa si trattasse. Non era roba canina, era daltro mondo, rocce che si staccavano da una montagna, frane, terra che sapriva in due, tornado che savvicinava, tremore che annunciava il terremoto.
Cos? mi chiese inquieto.
Un cane gli risposi.
Pericoloso?
Molto.
Deve stare attenta.
Lo so. Mi sta facendo venire lesaurimento nervoso.
Lo dia via.
Non posso. Lho raccolto dalla strada,  stato abbandonato. Non reggerebbe.
Limportante  che regga lei mi rispose cominciando a scrivere qualcosa sul suo ricettario. Le va bene se le aggiungo altri due giorni? Glielho detto, non ha ancora una bella cera.
Gliene sono davvero grata risposi.
Ma non feci in tempo a dirlo che la serranda esplose. Schizzarono pezzi di legno, schizzarono tutti insieme, come se dopo aver retto a lungo avessero ceduto di comune accordo, e da quel buco bello grosso apparve il volto della bestia, ma non il volto intero, comparvero il tartufo nero del naso e gli occhi di fiamma, le tre rughe sulla fronte, tutto lo scintillio dei denti e il peggio che poteva uscirgli dalla gola: il fragore, il rombo, linferno.
Il dottore salz in piedi terrorizzato.
Faccia qualcosa! mi disse.
Faccia in fretta! gli risposi io.
Veloce, il poveruomo appose la firma su quel certificato medico che, nella precipitazione, gli cadde dal tavolo. Fugg, e quando fu davanti allascensore, intanto che tutto, dentro casa mia, sembrava vittima di un gran rovesciamento, mi disse:
Dia retta a me, se ne liberi.
E cos, i due giorni in pi guadagnati mi costarono una serranda mangiata proprio nel centro. Per non parlare della finestra rotta in cucina che avevo tappato con un cellofan. Danni, certo, ma ancor pi grave era far venire qualcuno che li rimettesse a posto. Dove lo mettevo? La macchina era ormai esclusa. Di certo, se non riusciva ad aprire il finestrino per venirmi dietro, me lavrebbe sfasciata. Problemi che mi sarei posta in seguito. Per ora cera il bel tempo settembrino. Il buco della serranda era in soggiorno e non mi avrebbe impedito di fare il buio nero nero in camera da letto per dormire.
Quei nove giorni, che con la domenica divennero dieci, mi servirono non a educarlo come avrei voluto, ma almeno a fargli capire che a casa ci tornavo. Il problema era che per tutto il tempo che stavo via ululava come un ossesso. Lamministratore del condominio mi telefon per dirmi che tutti gli inquilini si erano lamentati. Gli dissi che il cane si stava abituando alla sua nuova vita, gli raccontai la triste storia, cercai di prenderlo per il lato sentimentale, ma mi rispose che gli animali non gli piacevano, non sapeva nemmeno se il regolamento del condominio li prevedesse. Gli risposi subito che cerano anche altri cani. Per esempio, al primo piano cera una coppia di anziani con una cagnolina, e la signora di sotto aveva un gatto. Non gliene importava un accidenti degli altri animali, gli inquilini si erano lamentati del mio. O provvedevo o dovevo liberarmene. Da quando lo avevo preso avevo sentito solo questo ritornello, questa frase me lavevano ripetuta tutti fin dal primo momento, di quel cane dovevo liberarmene. E invece mi comportai come quelle donne che si innamorano delluomo sbagliato: tutti le avvertono, loro stesse lo sanno, ma non possono fare a meno di persistere. Di fronte alla catastrofe annunciata, si scatena il senso delloltranza.  un vaneggiamento, unallucinazione, ma attrae e non se ne pu fare a meno. Il cane complicato prevede un sentimento di salvataggio. Se lo avevo salvato fisicamente, avrei continuato a farlo, nonostante ogni appello, anche per lanima sua. Magari avrei dannato la mia, ma la sua dovevo salvarla a tutti i costi. La mia vita era cambiata decisamente in peggio, ma dietro a quellincontro cera un segno del destino, si era trovato sulla mia strada, era dunque roba che mi apparteneva. Tirarsi indietro non sarebbe stato solo vile, sarebbe stato anche un affronto alla predestinazione. Se me ne fossi liberata sarebbe morto e se lo avevo incontrato era perch doveva vivere. Quel giorno, chiunque avrebbe chiuso tutte due gli occhi incontrandolo. Chiss da quanto tempo stava succedendo, da almeno un mese a quanto aveva detto il primo veterinario dal quale lo avevo portato. E se per un mese nessuno aveva avuto piet di lui, voleva dire che se quel giorno non lo avessi raccolto io dalla strada la sua vita aveva ormai le ore contate. E se gli occhi non li avevo chiusi doveva esserci stata una ragione, non di tornaconto, certo, ma una ragione, di quelle cosmiche, dove per cosmicit si rientra. Quel cane era toccato a me. Quel cane era stato preso da una famiglia che alle prime difficolt lo aveva abbandonato affinch lo trovassi io. Era scritto, un po come tutto. Non avevo scelto un bel niente, stavo dentro a quel circuito. E fu cos che in quei giorni rividi il mio passato: ogni cosa alla quale ripensavo era una cosa ancora alloscuro dellesistenza di Osac, ma che gi lo prevedeva. Ho sempre ragionato in questo modo un po per tutto. Se un giorno mi accadeva qualcosa di brutto, io andavo a rivedere gli album delle mie fotografie, andavo il pi indietro possibile fino a che un mio sguardo di bambina, o di adolescente, o un qualsiasi mio sguardo del passato, non mi comunicasse che quella era la persona alla quale, un giorno, doveva accadere la tal brutta cosa che mi era appena accaduta. E non avevo dubbi, dentro i nostri occhi cera tutto il bagaglio futuro, qualsiasi cosa fosse avvenuta, l dentro era gi tutto previsto. Certo, facile dirlo a posteriori, ma il mio era un atteggiamento onesto, non baravo, non in tutte le foto del mio passato cera quella traccia, ma, a cercare bene, prima o poi si trovava quella giusta, in quegli occhi rivolti allobiettivo o altrove cera il presagio, il vaticinio. In quella immagine, in nessunaltra. E per trovarla ci voleva la dedizione, la certezza che fosse cos, anche una certa rassegnazione, quella che a volte ci permette di accogliere la vita comunque sia. E allora andai a cercarlo il mio sguardo osacchinesco, sfogliai tutti gli album di famiglia, tutte le foto scompaginate che tengo senza ordine nei miei cassetti, e quando mi capit tra le mani non ebbi alcun dubbio: era quella. Si trattava di una fotografia di quando avevo due o tre anni, un primo piano molto inquietante. Una bambina con gli occhi di brace, un po di occhiaie, pallida anche se di guance floride, e che guarda nellobiettivo con un furore implacabile, minacciando, come arrovesciando tutto. Ero Osac da cucciolo e in me portavo la sua pena, ma poi, andando in fondo a quegli occhi miei di bambina, anche la sua ricompensa. Gliela mostrai, lui la prese tra i denti, ma con cautela, poi la lasci cadere sulle mie ginocchia e si accasci a terra a modo suo, di schianto, come se il riposo avesse sempre a che vedere pure col fingere unimprovvisa morte.
Tornai allora dal mio veterinario di fiducia, ma senza portarmelo dietro. Gli dissi che il condominio si era rivolto allamministratore lamentandosi degli ululati diurni del cane. Se non la smetteva volevano togliermelo. Il dottor DAmore, che mi conosceva da quando ero bambina e accompagnavo il mio babbo per far visitare i nostri cani di allora, mi disse che nessuno mi avrebbe tolto quel demonio. Gli avremmo somministrato dei tranquillanti. Cose naturali, non dovevo spaventarmi, ma che gli avrebbero finalmente placato quello strappo dabbandono che lo perseguitava, gli avrebbero ridato la fiducia, che era tutta unaltra cosa dallamore, ch lui nellamore ci aveva subito ricreduto incontrandomi, anzi, secondo il dottore era addirittura un amore almeno triplicato, ma la fiducia nellamore altrui ancora non laveva ritrovata. Il calmante gli avrebbe tolto per un po questidea dalla testa. Capace che sarebbero bastate un paio di settimane. Lo sapevo come eravamo fatti un po tutti, no?
No gli risposi. Come siamo fatti?
 una questione di abitudine. Se una brutta abitudine la perdiamo per un po, non  detto che poi siamo subito in grado di ritrovarla. Lo tranquillizziamo, facciamo in modo che allabbandono non ci pensi per un po. Vedrai, dopo la cura se lo sar dimenticato.
E bella mi parve quellidea: abbandonare unossessione in un cantuccio, metterla dentro una scatola, restare per un po a guardarla, e poi, al momento giusto, chiuderle per sempre il coperchio in faccia.
Dargli quelle pillole fu la cosa pi facile del mondo, bastava mettergliele nella ciotola insieme al cibo. Lui aspirava tutto. Il fatto  che passava quasi tutto il tempo a dormire, ma non come mi ero abituata a vederlo fare io, adesso dormiva placido, qualche volta arrovesciando un po locchio suo infuriato, certe volte giungendo a mostrare solo il bianco, che a dire il vero faceva pure un po impressione, ma dormiva e di molti sogni. Si vedeva da come ogni tanto muoveva solo i suoi enormi piedi dalle unghione nere. Correva libero, scappava da qualcuno? O lo inseguiva? Gli facevo quel verso che si fa a chi russa. Lui apriva solo per un istante un occhio, guardava senza vedere e risprofondava. Si svegliava per mangiare, per uscire, ma faceva tutto in modo molto rallentato.
Dottore, non fa altro che dormire. Sar normale? chiesi al telefono al veterinario, un po preoccupata.
Elabora. Non ti preoccupare. Fino a che prender le medicine star cos.
Ma non  che mi rimane scemo, eh?
E poi gli andai vicino, lo accarezzai in quel sonno, ci portai pure la vedovella. Non  che mi rimani scemo, eh? gli dissi a bassa voce. La vedova si volt a guardarmi con laria di chi chiedeva: Pi di com?
Prese due scatole di medicine e poi smise di ululare, proprio se ne dimentic come aveva detto il dottor DAmore. Non divenne quieto, rimase quello che era, ma davvero dimentic lidea che io potessi abbandonarlo, forse dimentic labbandono stesso, o forse lo ricord ma in altro modo, divenne unesperienza, un sapere che il fuoco brucia, ma non lo rivers pi su di me.
Esattamente due mesi dopo che lavevo trovato, la vedova si gonfi da un giorno allaltro come un palloncino. La sera prima era andata a dormire che era normale, la mattina dopo sembrava le avessero soffiato dentro per lintera notte con una cannuccia. Non le diedi nulla da mangiare, portai prima Osac a fare il suo giretto, poi la misi in macchina e andai dal dottore.
La operiamo subito mi disse. Per non farti troppe illusioni, eh?  vecchia, labbiamo gi operata un anno fa. Poi le  morto il marito e le  arrivato in casa quel mezzo matto. La operiamo e vediamo cos successo.
Le rimasi accanto fin quando si addorment, volli che mi vedesse fino allultimo. Poi il dottore mi fece uscire e andai al piano superiore, nella sala daspetto, dove avevo atteso tante volte con i cani di mio padre e poi con i miei due boxer cuccioli, con i miei boxer che erano cresciuti e quando avevano cominciato a invecchiare cos pi in fretta di me. Me ne restai l fino a che il medico apparve in cima alle scale facendomi un cenno.
Senti mi disse ricominciando gi a scendere.  tutta piena, non c niente da fare. Adesso devi scegliere tu: la richiudo e te la riporti a casa, oppure dal sonno se ne va dritta dal marito.
Che succede se me la riporto a casa?
Che tra poco cominceranno i dolori veri. Non che ultimamente non ne abbia avuti, non ci credo, ma  una cagnetta forte e di carattere, la conosciamo, no? Mica  mai stata come il marito che si spaventava pure quando doveva vomitare.  tosta. Ma tra un po comincer a soffrire, le cure non la faranno stare meglio. La fine sar la stessa, ma pi lenta e pi dolorosa.
Gli dissi di procedere. Poi le andai accanto, le presi la testa tra le mani, gliela baciai irritante comera sempre stato per la mia pelle il suo pelo tigrato, diverso da quello biondo e morbido del marito che era un velluto. La strinsi forte a me, la baciai di nuovo, intanto che nella flebo il dottore le faceva scendere nel sangue quel Tenax che suonava tenace, ma che di tenace e definitivo aveva solo la morte.
Me ne uscii di l con la vedovella dentro un grosso sacco della spazzatura, quello di tipo condominiale. Lassistente del dottore me lo port fino alla macchina e lo mise nel portabagagli. Se avessi voluto, ci avrebbero pensato loro a portarla allinceneritore. Ma tutti gli animali della mia famiglia erano sepolti nella casa di campagna di mia madre, in Umbria. Sarebbe andata cos anche per lei. Tornai a casa solo per fare la valigia e prendere Osac. Appena mi vide allung il collo verso il pianerottolo per accertarsi che ci fosse anche lei.
No, Osac gli dissi. Se n andata. Siamo rimasti io e te.
E quella  lettore che a questo punto non ho pi dubbi: ami i cani  fu la prima volta che lo portai in campagna. Fu il nostro primo viaggio in macchina durante il quale non fece altro che saltare dal sedile posteriore a quello anteriore, in uno stato euforico e disperato insieme. Forse, quel viaggio cos lungo e con una morta nel portabagagli, gli face fare brutti pensieri che stemper nel movimento perpetuo. Ogni tanto si fermava e usmava la morte che stavamo trasportando. Se stava dietro lo guardavo dallo specchietto retrovisore. Lo smarrimento era cos grande che alla fine, prima di rimettersi in moto, sbadigliava. Uno sbadiglio grande, tutto spalancato, di tanta lingua e molti giovani denti. Uno sbadiglio che mi contagiava sempre.
Quando arrivammo, di mia madre e mio fratello Osac non si cur molto. Scese dalla macchina e per prima cosa, trotterellando, fece il giro della piccola propriet. Era una giornata di cielo cupo, con tanta pioggia che scendeva gi con forza, sbattuta dal vento. A un certo punto lo vidi staccare una corsa su per il greppo, e poi stagliarsi contro il cielo gi scuro di quel primo pomeriggio in una corsa selvaggia. Anche da lontano, vedevo quante zolle di terra bagnata faceva saltare via in quella galoppata. Nero comera, sembrava un ritaglio in movimento, una di quelle figurine di cartone che con un filo si accorciano o si allungano, mimando proprio una corsa.
Mio fratello aveva gi fatto una grande buca l dove cerano anche tutti gli altri nostri animali. Ci aveva pensato da solo, laveva fatta accanto a quella del marito. La calammo dentro e poi, insieme, la ricoprimmo di terra ognuno con la sua pala, sempre sotto tutta quella pioggia fitta e pesante che non aveva mai smesso di venire gi. E mentre stavamo cos, ognuno con gli occhi fissi su quella nuova tomba, ce lo vedemmo arrivare simile a un mostro preistorico. Venne gi come una valanga e affond le zampe fino al garrese proprio in quella terra di sepoltura. Ricoperto di fango come un golem, di vivo sembrava avesse solo gli occhi. In altri pensieri come stavamo, mio fratello e io ci spaventammo. Il cane fece uno sforzo per uscire da quella terra morbida nella quale stava affondando, mio fratello lo aiut prendendolo per il collare. Era impressionante, con tutto quel fango addosso sembrava corazzato.
Che cane! disse mio fratello. Bestiale e araldico.
Per forza, viene dal Klondike gli risposi io.  il mio cane del Klondike.
E cos, in quel primo pomeriggio da tregenda, di fronte alla tomba fresca della povera vedovella, scoppiammo entrambi a ridere come invasi da incoscienza. A quel punto, lui, furibondo con tutti come sempre era, invece di ringhiare scodinzol. E mostruoso come sera conciato, mi lanci uno sguardo di assoluta e sfrenata gioia. Era felice di cosa? Che anche quella fosse casa sua? Che aveva riconosciuto in mio fratello un altro pezzo di famiglia? O perch la vedova era finalmente morta e ormai era lunico e solo? Ci girell intorno ancora per un po facendosi ammirare. Poi, prima di staccare una nuova e furibonda corsa verso il greppo per mettersi a fare il pazzo contro un cielo gi quasi buio, ci guard dritto dentro gli occhi e su quella terra smossa da poco ci urin.

3.

Non so se ne converrai, caro lettore, ma ai cani, secondo me, non basta avere un nome, hanno bisogno anche di un cognome. Che debbano prendere quello del padrone m sempre parsa unidea di scarso interesse. Uninsignificante banalit. Il cognome va trovato, proprio come il nome, insomma, al nome e alla personalit del cane deve adattarsi. Osac era un modo meno oscuro di dire Caos, ma pur sempre di caos si trattava, anche se alleggerito da un suono che, a pronunciarlo, m sempre parso un trulul tralal alla francese. Un Osac sempre accentato alla fine. Tutti i miei cani hanno avuto un loro cognome, Osac non poteva fare eccezione, per, per quanto mi sforzassi, un cognome che gli si adattava non lo trovavo. Per un buon cognome pu volerci del tempo. Qualche volta nome e cognome arrivano quasi insieme, altre, invece, il cognome fa un gran bel ritardo. Per Osac ci volle un anno.
Era finita la scuola e sarei andata in vacanza in Bretagna. Ci sarei andata in macchina e avevo affittato una casa dove era permesso portare animali. Mi ero limitata a dire che avrei portato un cane, la padrona dellappartamento non me ne chiese le dimensioni e io mi guardai bene dal fornirgliele. Fu un viaggio abbastanza terribile. Prima tappa a Marsiglia, dove per la prima volta in vita mia (non ero mai stata in Francia portandomi dietro un animale), scopersi la vera grandeur de la douce France: non cera praticamente albergo che non accettasse un animale, anche delle dimensioni di Osac. Quella sera, alla reception, dissi che avevo con me un cane, ma dal momento che era di grossa taglia, avrebbe anche potuto dormire in macchina.
E perch? mi chiese stupito il portiere intanto che registrava il mio documento.
Beh,  molto grande.
Accettiamo animali rispose lui. Li accettiamo senza chiedere come sono.
Posso anche lasciarlo in camera quando andr a cena fuori?
Pu fare come vuole, ma sar difficile anche trovare un ristorante che non accetti il suo cane.
Era vero, cerano cani dappertutto. Un giulebbe. Il povero Osac, che durante il viaggio pativa il caldo e la noia, la sera poteva venire al ristorante con me, se volevo gli avrebbero anche portato una ciotola dacqua e del cibo. Incredibile. In Italia presentarsi con un cane era come avere il marchio della lebbra addosso. Fuori dei negozi non cerano nemmeno quei moschettoni dove attaccarli, n la targa con su scritto Io non posso entrare. Ero stata in Francia tante volte, ma non avevo mai fatto caso che ovunque, negli alberghi, bar, ristoranti, negozi, supermercati, ovunque, per i cani vi fosse sempre libero accesso. Il problema era che Osac con i cani non ci andava daccordo. Avevo gi avuto unesperienza complicata al parco della Caffarella. Lanno precedente, quando lavevo trovato, Osac aveva circa un anno, quindi non poteva ancora essere considerato un cane completamente adulto. Dopo i farmaci, che gli avevano chiuso in cassaforte la memoria dellabbandono, la fiducia ormai completa che aveva in me si era per trasformata in una possessivit che lo faceva sentire in competizione con chiunque, essere umano o cane che fosse. Ero riuscita, con una certa fatica, a fargli accettare qualche selezionata amicizia. Tutti amanti degli animali, questo va da s, ma ognuno di loro aveva dovuto superare un esame. La collega di spagnolo, per esempio, un tipo molto fiducioso, gli si era gettata addosso con grande entusiasmo. Lui, con una spinta, laveva buttata sul divano, dopo di che con una zampata le aveva strappato la camicetta e con i denti aveva cominciato a tirarle il reggiseno. Cercai di spiegarle, mentre cominciava a spaventarsi, che lei aveva un seno abbondante e io no, dunque per lui tutta quellesuberanza doveva essere una novit che lo incuriosiva. Quando se ne and le prestai una maglietta. Con gli amici maschi si comportava come se fossero cani, al principio ringhiava, poi, quando li convincevo a mettersi seduti, metteva loro una zampa su una coscia in segno di dominio, e la cosa, se loro non facevano troppe storie, finiva l, con la sua schiacciante vittoria. Ma dovevano restare seduti per la maggior parte del tempo, perch ogni volta che si alzavano si metteva a ringhiare e a seguirli con il muso puntato sul loro deretano. Con i cani, in principio, si comportava in modo sportivo: musate, usmate, zampate. Fino a che, da un giorno allaltro, crebbe del tutto e si ritenne maschio a sufficienza da dover dominare tutti gli altri. Quel pomeriggio, al parco della Caffarella, non cera quasi nessuno. In genere, per mancanza di fiducia, lo tenevo al guinzaglio, ma quella volta si era messo a tirare cos tanto che mi facevano male i tendini della mano destra e lo sciolsi un po. Correva, correva sempre in modo forsennato, ma poi la paura di perdermi lo faceva tornare indietro. In questo modo, la strada che percorrevo io, lui la faceva almeno una trentina di volte in pi, e senza mai stancarsi, come fosse un cane dacciaio. A un certo punto, da un cespuglio apparve un cane che sembrava il suo sosia, ma pi grande ancora, e, subito dopo, una ragazza ben pi esile di me. Il primo pensiero fu: o vanno daccordo o  la fine. E fu la fine in pochi secondi. Si annusarono gi con il pelo ritto sulla schiena, le code dritte, elettriche. La ragazza si port le mani al volto, io dissi ad alta voce: Osac, qui! Ma a quel mio segnale di conciliazione, si scaten linferno. Dritti in piedi, cominciarono a darsele di santa ragione. Limpressionante fu quello che si dissero, perch di certo tra loro comunicarono nella loro lingua, ma per noi che ascoltavamo sembr saprissero tutte le cateratte. Nello spavento, non so perch, mi venne in mente un verso del poeta Antonio Pucci: Volendo rifuggir nella Cittade, le guardie mandr gi la cateratta. Cosera, il quarto cantare? Ma che accidenti poteva importarmene? Cominciai a gridare chiedendo aiuto, ma non passava nessuno. La ragazza si era addirittura andata a nascondere dietro a un albero.
Facciamo qualcosa! le gridai.
Ho paura! rispose lei piangendo.
Non avr avuto nemmeno ventanni e se ne andava in giro con quellenergumeno sciolto. Io ne avevo trentasei, ero pi grande, avevo fatto molto sport E allora gridai: Volendo rifuggir nella Cittade!!!! Lo urlai come fosse il mio grido di guerra e, come una matta, mi buttai nella mischia menando colpi di guinzaglio che su quelle natiche muscolose sembravano rimbalzare. E cominciai a esprimermi nella loro lingua, cominciai a dire le stesse cose che dicevano loro, iniziai per imitazione ma poco dopo mi parve di sapere quel che stavo dicendo. Fu quando entrai in quellallucinazione linguistica che allimprovviso presi i collari metallici di entrambi e, con tutta la forza che avevo, apersi le braccia separandoli e nello stesso tempo urlando alla ragazzina:
Presto, corri! Vieni a prendere il tuo!
Li tenevo da dietro cercando anche di strozzarli un po, ma quelli erano diventati solo fauci che si aprivano e richiudevano bavose cercando di mordermi proprio i polsi nel tentativo di liberarsi e riprendere la lotta. Sentivo lo sbattere dei loro denti sempre pi vicino, uno sbattere metallico, colpi secchi. Fino a che, quasi cieca dalla fatica, sentii che uno dei due veniva preso, messo al guinzaglio, strattonato via. Vidi la ragazza e il cane correre verso la strada, il cane sempre voltato indietro. Io feci fatica a mettere il guinzaglio a Osac, le mani mi tremavano. Quando ci riuscii, ricordo che gli diedi la prima e unica sberla della nostra vita. Ma gliela diedi forte, da fargli girare dallaltra parte tutto quel gran testone che non se laspettava. E poi, prima di andarcene, per un po continuammo a insultarci nella lingua sua.
Lesperimento del cane sciolto non lo ripetei mai pi.
Ma l, a Marsiglia, mi parve che quel mio cane fosse molto marsigliese nella terra di Francia dove la sua razza impazzava, dove cerano cani dappertutto, tutti sciolti, e lui mi sembrava euforico, respirava con gusto quellariettina di mare, la potenza del sole faceva risplendere il suo manto nero dandogli dei riflessi blu, proprio come un bel tuareg. Camminavamo luno accanto allaltra, lui tenuto sempre al guinzaglio stretto, e ogni tanto gli facevo una carezza su quel capoccione ossuto e rilucente, e lui mi guardava con la coda dellocchio per non perdersi nulla: il panorama nuovo e me. Mi sentii fiera con quel cane del Klondike. Pensai che quello avrebbe anche potuto essere il suo cognome, Osac Klondike. Ma poi, sul lungomare, scossi la testa e gli dissi: No, mica ti sta bene. Per il tuo nome di tenebra ci vuole qualcosa di diverso. Ci vuole un nome che bilanci, mi capisci?
Certe volte mi chiedevo se era intelligente o completamente ottuso. Lui non poteva avere vie di mezzo, era lestremo. E cos decisi che andava a giorni, a tratti quasi geniale e poi un demente. Niente a che vedere con quellaltro tanto lineare, quasi cartesiano. Con Osac lo chiamavo Rebecca. Rebecca non lo avrebbe mai fatto gli dicevo quando si comportava in modo scriteriato. E lui mi guardava con occhio di sfida, ma una sfida con poche alternative, la sfida del perdente. E allora lo abbracciavo, mi commuoveva, pativo con lui quellinarrivabile modello di saggezza boxeriana, quel candore. Ma Rebecca, a Marsiglia, non sarebbe mai stato altrettanto marsigliese. Quellaria da giramondo, quellaria da canaglia. Pure se intellettualmente valeva meno, cera in lui qualcosa di inarrivabile che gli dava del sublime. Passeggiavamo, ce la spassavamo insieme. Di notte dormiva sulla moquette francese che ai clienti successivi avrebbero spacciato per pulita. Ci si spaparanzava su quella moquette, lo faceva con laria di chi dice: Insozzo. Visto che i cani in Francia erano i veri amici delluomo, decisi che quella sera me lo sarei portato al ristorante. Scegliemmo un posticino vicino al mare e, data la buona stagione, per precauzione decisi che avremmo optato per un tavolo allaperto. Per ogni evenienza, legai il guinzaglio a una zampa della sedia e poi guardai il menu che era gi sul tavolo. Cera ancora il sole. A me non piace mangiare tardi, e poi eravamo stanchi, tutta una tirata da Roma a Marsiglia. Cena veloce e poi a nanna. Lindomani si doveva ripartire, il viaggio fino in Bretagna era lungo, avremmo fatto unaltra sosta. Ma quella sera, seduta a quel tavolino, mi chiesi perch mai dovevamo andare fino in Bretagna dove lestate  sempre una mezza cosa. Il vento, la pioggia, il sole cos leggero, la temperatura che di notte scendeva e obbligava a dormire col piumone pure in agosto.
Osacchio, com che non abbiamo scelto di villeggiare qui?
Ma lui era stanco. Il viaggio, tutta lemozione dellalbergo, la passeggiata. Gli era passato anche lappetito. I croccantini che gli avevo messo nella ciotola li aveva giusto assaggiati. Si vedeva da lontano che aveva solo voglia di uscire, di perlustrare. Aveva scritto negli occhi il desiderio della conquista, del voler prendere possesso. Ma una volta arrivati al ristorante, si mise seduto e subito dopo si addorment.
Era il momento di tirare un sospiro di sollievo. Prima tappa e tutto era andato liscio. Scorsi velocemente il menu. Non cera nulla che mattirasse in modo speciale. I soliti frutti di mare dei quali diffido ovunque, la solita zuppa di pesce che spesso  la stessa che vendono nei barattoli del supermercato, una roba frullata che mi coglie sempre di sorpresa solo a guardarla. Ma cera il cous-cous allagnello, per mediocre che fosse non mavrebbe avvelenata. Qualche pezzetto di carne lavrebbe mangiato volentieri pure lui. Il cameriere arriv senza che dovessi chiamarlo. Ordinai e mi feci portare un bicchiere di vino bianco.
Per il cane, vuole dellacqua?
Volentieri.
Come si chiama?
Osac.
E dopo un po arriv con una ciotola di metallo dove, con il pennarello rosso, aveva scritto il suo nome. Un gesto gentile del quale lo ringraziai molto, forse pi del dovuto visto il paese, e del quale Osac, stanco comera, non si accorse nemmeno. Mi guardai intorno e di cani, effettivamente, ce nerano parecchi. Strano che Osac non manifestasse nemmeno un po di curiosit, ma per destargliela non feci proprio nulla. Arrivato il cous-cous, mi misi a mangiare. Un po di carne glielavrei messa da parte e data alla fine.
Stavo sorseggiando il vino per togliermi dalla bocca il sapore di grasso, quando un dobermann di uno dei clienti, bello, elegante, consapevole, venne a farci visita. Odor il culo di Osac e in un istante la mia sedia e il tavolo vennero rovesciati. Il mostro non aveva gradito lannusata, il ristorante divenne una baraonda. Uscirono fuori cuochi e camerieri, il padrone del dobermann savvicin stupito, come si trovasse di fronte a un caso raro, extraordinario. Si mise le mani nei capelli. Poi fece un fischio al cane che rimase come paralizzato. Ma dur un istante, Osac continuava a morderlo e quello riprese a difendersi. Ringhiavano, si zampavano, schiumavano. Un cameriere arriv con un secchio dacqua e lo rovesci sui cani. Nulla. Ma non se le davano in un unico luogo, ormai se le davano dappertutto, fecero rovesciare altri due tavoli e alla gazzarra saggiunsero due cani, e cos divenne proprio un pandemonio. La gente stava tutta in piedi, per terra cerano piatti e bicchieri, avanzi di cibo, cibo che forse non aveva avuto nemmeno il tempo di diventare avanzo. Voglia di metterci le mani in mezzo non ne avevo. Ci riusc lo stesso cameriere della secchiata, al secondo tentativo venne fuori con un tubo e una potenza dacqua che invest i cani e pure un bel po di gente, compresa me. Ognuno si riprese il cane suo. Li mettemmo tutti al guinzaglio bagnati fradici, rabbiosi, schiumanti. Pagai un conto salatissimo.
Tornando verso lalbergo a piedi, con lui che sera preso un bel morso su un orecchio, gli dissi:
Ma tu lo sai che di te mi dovrei liberare?
Quella notte dormii poco e male. Era appena cominciata la vacanza ed era cominciata male. Forse non avrei dovuto affittare una casa cos lontana e fare un viaggio tanto lungo. Forse avrei potuto lasciare Osac a mia madre, in campagna, e prendermi un po di pace. Lavevo fatto gi altre volte con i cani precedenti. Ma con loro era diverso, li avevo presi da cuccioli, non lavevano mai nemmeno ipotizzata lidea di poter essere abbandonati. Con Osac, come facevo? Lo lasciavo da mia madre e poi dovevo partire col patema che scappasse per venirmi dietro? Mi sembrava che con lui tutto fosse sempre troppo azzardato. E lo era. Forse avrei proprio dovuto passare le vacanze da mia madre, cos lui poteva avere tutto il tempo di affezionarsi al posto e alle persone e considerarlo un altro luogo dove poi io tornavo. Ma ormai ero l, a Marsiglia, che dovevo fare, tornare indietro? Decisi di andare avanti, lindomani saremmo ripartiti, se ce la facevo potevamo arrivare fino in Bretagna senza altre pericolose tappe. Ma perch fare un viaggio tanto lungo, e proprio io che ho sempre odiato guidare? Lo guardai che se ne dormiva placido con quellorecchio sfrangiato che gli avevo disinfettato rischiando di farmi portare via una mano. E mi venne un dubbio: Non  che facendo entrare quellessere cos complicato nella mia vita avevo deciso di complicare tutto pure io?
Il mattino dopo partimmo presto. Calcolai che con la mia lenta andatura e le dovute fermate, potevo arrivare a Saint-Gunol a met pomeriggio senza altre tappe. Avevo il numero di telefono della proprietaria di casa, eravamo daccordo che lavrei chiamata dallufficio del turismo dove sarebbe venuta a prendermi per mostrarmi la strada. Allinizio del viaggio Osac si annoi a morte, poi cominci a piangere, a latrare, a ululare. Accesi la radio per non sentirlo, ma non cera niente da fare.
Mi stai facendo diventare matta! gli urlai.
Lui gonfi le guance come chi trattiene un respiro grosso. Lo vidi spalancare gli occhi. Rallentai continuando a guardarlo dallo specchietto retrovisore, e prima di fermarmi lungo quella strada di campagna, ebbi il tempo di vedere limmensa, multicolore raggiata di vomito che gli usc dalla bocca, di seguirne lintera traiettoria. Immobile, col motore ancora acceso, le mani sul volante, lodore acido che aveva riempito lauto, tutto quellimpiastro sul sedile posteriore, cominciai a tremare. Con cosa avrei pulito? Con niente, non avevo niente per pulire. Scesi dalla macchina e andai a mettermi seduta su un masso che stava pochi metri pi avanti. Osac cominci ad abbaiare. Lo vedevo che si agitava. E se avesse dovuto vomitare ancora? Corsi verso la macchina, gli misi il guinzaglio e lo feci scendere. Camminammo insieme per un po. Non riuscivo a pensare a nulla che non fossero i quattro cavalieri dellApocalisse. Ci sarebbero voluti loro, sarebbero dovuti apparire allorizzonte, raggiungerci e sterminarci. Era lunica soluzione. Di quel mio sgomento Osac non condivideva nulla, si era liberato lo stomaco in subbuglio e ormai era di ottimo umore. Io non trovavo altra soluzione che continuare a camminare per quella strada di campagna. Di chilometri ne mancavano ancora parecchi, dove lavrei trovata una stazione di servizio per far lavare la macchina? Non potevo darmi una risposta, ma in quel momento mi feci bastare lidea. In fondo, una stazione di servizio prima o poi lavremmo trovata. Il cane aveva vomitato, purtroppo era un cane di taglia grossa e il vomito era in proporzione. Chi lava le macchine dovrebbe essere pronto a tutto. Per, il grosso dovevo toglierlo subito io e, soprattutto, non potevo farlo risalire con lauto in quello stato. Solo per avercelo lasciato, quando ero scesa in preda alla disperazione, il vomito lo aveva pestato e portato pure sui sedili anteriori. Dove dovevo mettermi seduta? Ragionare con calma. Di certo nella valigia cerano degli indumenti di cui potevo fare a meno, la carta con la quale avevo avvolto le scarpe, il cotone, gli assorbenti igienici. Nessuno viaggia con la segatura in macchina, con una latta piena di acqua e detersivo, con una spazzola di saggina, con un po di limoni da spremere dentro un catino con del bicarbonato. Non lo potevo immaginare che a uno cos i viaggi lunghi rivoltassero lo stomaco. Lo legai al tronco di un albero. Idea infernale. Di sicuro era in quel modo che si erano liberati di lui. Ma dove lo mettevo? Non avevo di quelle macchine organizzate per i cani con il portabagagli separato dal resto da una rete. Se avessi avuto dellanestetico, giuro che gli avrei fatto uniniezione. E poi non faceva altro che guardarmi, aveva laria entusiasta di chi si aspetta che qualcuno gli organizzi qualcosa di divertente, aveva lespressione di chi in continuazione chiede: E adesso, che si fa?, e lo chiede appena  finito un gioco, perch non ha mai tregua e non  capace di darla a nessuno.
Lo sai cosa ti organizzerei? gli dissi furibonda. Il gioco del calcio in culo!
Dallallegria dellattesa pass allo sgomento cupo. Apparvero le tre famose rughe e poi un ringhio pi di desolazione che di minaccia. Sbuff facendo uscire tutto il respiro che gli era andato di traverso dalle froge del naso. Lo fece con lintensit di un cavallo e poi si schiant a terra, sul prato. Cos, tanto per consolarsi, mangi distrattamente qualche filo derba, ma con laria un po schifata, la bocca ancora bavosa di chi ha da poco vomitato e non  detto che non ci riprovi. E poi si addorment. Come gli avessero sparato una fucilata. Dovevo dunque agire in fretta, e non fare nemmeno troppo rumore. Dovevo agire e contemporaneamente tenerlo sempre docchio. Cominciai dalla carta che avvolgeva le scarpe, carta di giornale con la quale raccolsi il grosso. Unesperienza molto schifosa, perch la carta di giornale non assorbe, dunque, nel racimolare quel vomito, quando poi sollevavo il giornale per buttarlo fuori, ci che avevo in mano era una cosa filante che andava a finirmi sui polsi, su per le braccia. Terminai tutta la carta che avevo e non ero andata molto avanti. Avevo tolto il grosso, ma l dentro era tutto un piciupaciu ammappiciaticcio e cera un puzzo da far svenire un esercito di mosconi mangiatori di escrementi. Attaccai la prima maglietta di cotone. Per fortuna in macchina avevo una bottiglia dacqua. Ci bagnai la maglietta e cominciai a sfregare con un bel po di olio di gomito. Quando divenne inservibile, attaccai la seconda. Il vomito lo avevo abbastanza tolto, ma non il puzzo al quale dovevo rassegnarmi, e tutti i sedili erano bagnati. Avremmo viaggiato con i finestrini aperti. Per sedermi trovai nel portabagagli una busta di plastica, lunica, che divisi scrupolosamente in due, per fortuna senza sbagliare, per poi potermi sedere su una strana forma di asciutto. Un asciutto di plastica molto scivoloso, perch a ogni movimento slittava sul bagnato e la sua intrisa densit.
Ripartimmo. Osac si riaddorment quasi subito. Forse non si sentiva ancora bene, forse era offeso per quel che gli avevo detto. Anchio ero molto offesa con lui. Avevo lavorato un anno intero, ma non come una normale insegnante di una scuola pubblica, io lavoravo in una privata e per avere uno stipendio decente dovevo lavorare tutti i giorni e fare anche qualche ora nel corso serale. Il tempo che mi restava lo usavo per le ripetizioni private. A fine anno, dopo gli esami di maturit che mi toccavano sempre, ero sfinita. Era una sgradevole sensazione quella di essere in vacanza e rimpiangere la propria casa. Quello che mi trattenne dal tornare indietro, a parte lorgoglio, fu che avevo gi pagato laffitto.
Il resto del viaggio, sebbene lodore fosse nauseante, fu tranquillo e silenzioso. Me ne rimasi molto tra i miei pensieri. Tenendo il conto (chiss perch) delle poche macchine che passavano su quella bella e ombrosa strada di campagna. Pensai soprattutto che avevo gi trentasei anni ed ero ancora senza figli.
Arrivammo a Saint-Gunol che era ancora giorno. Non ricordo lora, ma in quella stagione in Bretagna la notte scende tardi, le giornate sono lunghe, giungono al termine quasi per sfinimento. Il paese  talmente piccolo che trovai subito lufficio del turismo. Chiamarono loro la proprietaria che arriv dopo pochi minuti. Era una donna dallet indefinibile, piccola e rotonda, e si present su una jeep dalla quale faceva fatica a scendere e a salire. Mi fece strada e io la seguii. Sulla mole di Osac nemmeno un commento. Si limit a fargli qualche svenevolezza tamburellando con una mano sul finestrino. Lui si avvent di tre quarti, ch per avventarsi su un finestrino di fronte aveva il muso troppo lungo, arrovesci locchio da matto tirando fuori tutti i denti e dando delle gran tempiate contro il vetro nella speranza di romperlo e saltarle alla gola. La signora fece una risatina e sal con sforzo sulla jeep. La casa era alla fine del paese, proprio sul mare, di fronte al faro. Lasciai Osac in macchina, che per tutto il breve tragitto aveva abbaiato verso la macchina che seguivamo saltando sul sedile davanti. Per paura che uscisse non scaricai nemmeno le valigie ed entrai in casa con la signora. La prima cosa che notai, parcheggiando, fu che pur essendo sul mare, la casa non aveva ununica finestra sul panorama. Lunico punto dal quale si vedeva era lentrata a vetri, un bugigattolo con un appendiabiti dove non avrebbe avuto senso nemmeno mettere una sedia. Era su due piani ed enorme. Avevo affittato una casa che sarebbe andata bene per una famiglia. Larredamento del piano terra era piuttosto tetro, con mobili scuri e pesanti. La cosa pi infelice erano i ninnoli di cui era piena. Cose orribili riportate da chiss quali viaggi. Cose che avrei messo tutte dentro un cassetto non solo per non farle distruggere da Osac, ma per non distruggerle io. La cucina era vecchiotta ma allegra, grande, con un bel tavolo di marmo, un piccolo televisore su una madia dipinta di un verdino sbiadito. Sarebbe stato quello il mio soggiorno. Al piano terra cera un bagno microscopico, con solo il water. Ovviamente non cera il bidet. Salimmo le scale. Al piano di sopra cerano tre camere da letto matrimoniali e un bagno con water, doccia e lavandino. Niente bidet. In Francia e in qualche altro paese, le parti intime te le puoi lavare solo facendoti la doccia. Dunque, per come la vedo io, o ti fai molte docce o ti abbarbichi sul lavandino, cosa che mi fa un po schifo. Se non lo avessi trovato in casa, avrei comprato un catino di plastica da mettere sul water. Mi viene sempre il malumore quando entro in un bagno senza il bidet. Ma cosha questa gente nelle mutande? Mentre seguivo la signora, che mi spiegava meticolosamente il funzionamento di ogni cosa, mi venne voglia di porre quella domanda a Osac. Ne ebbi voglia perch ne intuii la risposta, anche perch, a mio avviso, lui avrebbe risposto in quel modo a molte domande, quasi a tutte: Muschi e licheni, avrebbe detto. Cercai di pensarlo con il suo tono di voce. Non come un sordomuto che impara a parlare, proprio come il cane che era, con quella sua lingua barbarica e nordica dove le vocali non si sentono anche quando ci sono. Mysky y lykyny. Mi venne quel tremore allo stomaco che precede una gran risata. Dovevo trattenermi, sforzarmi per riderne dopo, insieme a lui. Avremmo ripetuto quella frase fino a notte fonda. Non potevo assolutamente far trapelare nulla. La rotondetta non doveva sapere quanto noi ben sapevamo dei mysky y lykyny.
E finalmente lo feci entrare in casa. E lui lo fece da re, un po come tutte le cose che faceva, con limpeto della prepotenza, con lo scatenamento e la furia senza ritegno. In quel modo orgiastico suo, da scalmanato. E senza ordine. Questo, pi di ogni altra cosa, mi affascin sempre di quel cane. Che fosse dominato dalla fretta, da una fame voraginosa, dal desiderio di controllare tutto, contemporaneamente, e dunque tutto perdere. Non era capace della concentrazione che si sofferma, se annusava una sedia veniva subito attirato dalla zampa di un tavolo, e poi da unaltra sedia, e cos via, senza mai riuscire davvero a identificare nulla, senza impregnare le cose e senza esserne impregnato. Era un pastone, ecco cosera. E so che era quel limite, a tratti, a farlo intristire.
Quando si calm, risalimmo in macchina per andare a fare la spesa. Lasciarlo in quella casa nuova da solo sarebbe stato un esperimento molto azzardato. Andare a piedi poteva voler dire doverlo lasciare fuori del supermercato. Andammo in macchina anche se tutto era a pochi minuti a piedi. In macchina lo potevo lasciare. Lo sapevo cosa faceva: restava a guardare fisso il luogo in cui ero entrata, con accanimento. Come se non perderlo mai di vista fosse la certezza che ne sarei poi riuscita. Per la fretta di non lasciarlo troppo a lungo da solo, comprai un po di cose a vanvera. Tra le tante, una vaschetta di gelato.
Fu una serata strana. Mangiai non ricordo cosa, in cucina, davanti al televisore acceso. Stappai una bottiglia di vino rosso che mi deluse un bel po. Niente di corposo per il prezzo che era costato. Un vinello. Lo ripetei un po di volte a Osac che se ne stava seduto accanto a me nella speranza che gli allungassi qualche boccone anche se aveva gi mangiato.
Un vinello gli dicevo.
E lui scodinzolava da seduto, con quel modo di usare la coda quasi fosse una scopa. Scodinzolava complice, come se quel vinello non fosse piaciuto nemmeno a lui, o come se, bevendolo, di certo non gli sarebbe mai piaciuto. Ci che pi gli andava a genio, almeno in certi momenti, era essere una specie di mia appendice, una prolunga, unaltra me ma con la testa e i sentimenti suoi. Amava fare suo ci che era mio, captava, stava l a sforzarsi di intuire, a giocare danticipo. Se mi alzavo si alzava quasi a precedermi, se mi risedevo lui si era riseduto prima. Se guardavo in un punto, ci guardava pure lui. E poi mi guardava per cercare di afferrare il senso che per me aveva avuto. Bastava che io gli dicessi un: Bello, eh? e lui approvava. Ma se con una smorfia gli facevo capire che la tal cosa appena guardata poco valeva, allora distoglieva anche lui lo sguardo, e cos mi approvava ancora. Nei cani,  sempre stato il loro tentativo di assimilazione assoluta a commuovermi. E qualsiasi loro espressione rivolta a questo, anche colta per strada, di sfuggita, sul volto di cani sconosciuti, mha sempre scossa fin nelle budella.
Quella sera, nel salottino tetro, mangiai un po del gelato direttamente dalla confezione da mezzo chilo. Era un gelato alla crema, una crme glace. Tra un cucchiaio e laltro mi rigiravo quella confezione tra le mani. Lui mi stava seduto davanti speranzoso perch gliene avevo messa una piccola porzione su un pezzo di carta che aveva spazzato in un secondo.
Sei un tipo abbastanza orrendo, lo sai? gli dissi prendendogli il naso nero con due dita. Hai vomitato, mica te ne puoi mangiare tanto, accontentati di averlo assaggiato.
E mentre faceva mille versi in falsetto nel tentativo di corrompermi, mi caddero gli occhi sul nome della marca del gelato: Trofic.
Accidenti,  il tuo cognome! gridai. Monsieur Osac Trofic.

4.

Ci fu il suo bello a Saint-Gunol. Il luogo non era di quelli che meglio mi si adattano: temperatura massima ventidue gradi, pioggerellina sottile quasi ogni pomeriggio, mare gelato, da non poter bagnare nemmeno un piede. Ma al dunque quella casa mi piacque. Di giorno ce ne andavamo in giro, a picnicquer, come ripetevano in continuazione da quelle parti. A pochi chilometri cerano boschi, fiumi, lenorme spiaggia ventosa di La Torche, dove vivemmo una vera avventura. La sera non uscivamo mai, poco prima del tramonto ce ne andavamo verso il porto a veder rientrare le barche dei pescatori, guardavamo scaricare il pesce, i gabbiani che volavano tutto intorno in attesa che buttassero in mare qualche avanzo. Ci piaceva guardarli quando poi si andavano ad allineare sopra gli hangar, uno accanto allaltro, come rondini sul filo. Beccuti, antipatichelli, linguacciuti. Pur non conoscendone il linguaggio, lo sapevo imitare alla perfezione. Osac ne era entusiasta. E non cera volta che loro, quasi tutti insieme, non mi rispondessero con quei loro schiamazzi sempre un po spaventosi. I pescatori ne ridevano, facevano i loro commenti. Forse mi prendevano un po per matta. Ma il verso dei gabbiani m sempre riuscito molto bene. Mi piace farlo anche se non so quello che dico. Ma di certo devo dire qualcosa, perch mi hanno sempre risposto in qualsiasi parte del mondo. Osac lo sapeva che non mi stavo trasformando in gabbiano, ma lo temeva. Quando facevo quel loro affamato verso mi guardava dritto dentro gli occhi, secondo me pregava, pregava a suo modo affinch non avvenisse la paventata metamorfosi.
Perch, se diventassi un gabbiano non mi vorresti pi bene? gli domandavo spietata.
Lui guardava prima me e poi il guinzaglio.
Lo terrei col becco gli rispondevo. Ti porterei a passeggio svolazzando.
Qualche volta, anche se l cera solo la vendita allingrosso, riuscivamo a farci vendere un pesce. Qualche volta, per non starlo a pesare e perdere tempo, ce lo regalavano e noi ce ne tornavamo a casa, quando ormai gi imbruniva, col nostro bel bottino. Sulla strada del ritorno ci immalinconivamo sempre un po. Quel vento ormai quasi freddo, la poca gente silenziosa che incontravamo, lunico bar aperto dove i pescatori bevevano il cassis. Lunica crperie dove non cera mai nessuno, anche perch facevano delle crpe secondo me immangiabili, di farina scura, e con qualsiasi cosa le farcissero era sempre una farcitura spilorcia. Ne avevo mangiata una, dopo il primo morso lavevo aperta e dentro non cera praticamente un fico secco.
Qui dentro non c quasi niente avevo commentato.
Le vere crpe sono cos mi aveva risposto secca linserviente.
Feci la mia miglior espressione da Jack Palance. Diedi un altro morso e poi la buttai nel cestino davanti ai suoi occhi e a quelli sconvolti di Osac, che se la sarebbe finita molto volentieri al posto mio.
Le abbiamo dato una lezione gli dissi una volta fuori, cercando di essere convincente.
Lui manc poco che scuotesse il capoccione. Cosa avr pensato, che se davanti a lei lavessi data a lui ci sarebbe rimasta peggio?
Credimi, ci  rimasta peggio cos. Con rispetto parlando, eh, sia ben chiaro. Ma avr pensato: Deve farle cos schifo che non lha data nemmeno al cane. Hai visto comera conciata? Ma si pu andare in giro cos, con quel lungo bigodino bianco sulla testa? Credimi, le abbiamo dato una lezione. E poi lo sa da s. L dentro non c mai nessuno, i bretoni se le faranno in casa, e i turisti non si lasciano fregare. Io e te siamo stati gli unici fessi. Pardon, Monsieur Trofic, decisione solo mia. Unica fessa.
Certe volte, prima di rientrare in casa, arrivavamo al faro, saltavamo il muretto e scendevamo fino al mare, dove la spiaggia era ricoperta di alghe rossastre che a quellora molte donne stavano l chine a raccogliere riempiendone grandi cesti di vimini.
Sono buone da mangiare? domandai una volta a una di loro.
Le mangiamo, le vendiamo mi rispose.
E chi le compra?
Le case farmaceutiche per i prodotti di bellezza mi disse facendo un movimento vezzoso.
Osac le trovava buone, se ne faceva delle gran mangiate che poi gli facevano venire la diarrea. Ce ne stavamo l a camminare, un po lontano dalle raccoglitrici per non disturbarle. Soprattutto per evitare che lui urinasse proprio sulle loro alghe. Lodore non era dei migliori, sapeva di mare, certo, ma era troppo forte. Era un po come se quellaria, in modo naturale, se ne stesse l a marcire. Restavamo fino a che si accendeva la luce del faro, che mandava il suo lungo raggio sulla superficie del mare. Lo guardavamo insieme, seduti su una roccia. Ci inalavamo quellumidit marina, lintenerimento del primo apparire in cielo della luna. A volte lui sallontanava di qualche passo, usmava la spuma di mare che con la bassa marea gli arrivava debole sulle zampe. A volte lasciava si bagnassero, altre le tirava su e prendeva quellandatura di chi cammina sulle uova: saltellante, come al ritmo di una marcetta allegra.
Guardavo la sua ombra cupa muoversi in riva al mare. Solo i suoi occhi brillavano nel buio, e l sembrava portasse scritto che lesperienza assoluta della luce non  mai cosa di questa terra. Una sera, poco prima di rientrare in casa, mentre ancora se ne girovagava notturno e solitario, mi fece venire in mente alcuni versi di Nerval: Io sono il tenebroso  il vedovo  linconsolato, il principe dAquitania la cui torre  caduta, la mia sola stella  morta  e il mio liuto adorno dastri, porta inciso il sole nero della Malinconia. Gli feci un fischio. Lui si volt di scatto e corse esasperato verso di me, sollevando sabbia e alghe. Con quella luce, mi parve di rivedergli linvolontario strabismo del fuggiasco. Mi arriv addosso come una valanga.
La sera, dopo cena, avevo trovato uno strano modo di passare il tempo. Mi ero portata dietro molti libri da leggere, ma alla lettura mi dedicavo al mattino, appena sveglia, o in spiaggia, quando non cera troppo vento, o ancora in casa, il pomeriggio, quando fuori pioveva. Per le serate mi dedicavo a una scoperta. Nel soggiorno, dentro a una madia, avevo trovato tre enormi album di famiglia dove le fotografie erano state inserite seguendo una perfetta cronologia degli eventi familiari. Era, ovviamente, la famiglia della proprietaria, ma la signora, anzi, la bambina, appariva solo a met del secondo album, e per capire bene chi fosse dovetti cominciare dalla fine del terzo per poi tornare indietro e identificare, grazie alle somiglianze, qual era la donna, la giovane donna, la ragazza e poi la bambina che alla fine si erano trasformate nella rotondetta che avevo conosciuto io arrivando a Saint-Gunol.
In lavori clandestini come questi, riprove non se ne potranno mai avere. Per non farsi scoraggiare dallassenza di risoluzione finale, come avviene invece nei giochi di enigmistica quando si acquista il numero della settimana successiva, bisogna confidare solo sul divertimento, sulle varie possibilit di incastro, sul piacere del dubbio. Fu un lavoro complicato risalire alle varie parentele, ma alla fine, quando dovetti dare i giochi per fatti, la sera mi divertivo a ripercorrere tutte quelle numerose vite ormai collegate, bene o male, le une alle altre. Sapevo quali erano i genitori della signora, i suoi nonni materni e paterni, identificai anche parecchi zii e zie, e poi i suoi figli e i suoi due mariti. Quello che non avrei mai potuto sapere era se il primo matrimonio fin per divorzio o per morte del marito, ch negli album di famiglia in entrambi i modi si sparisce. Io propesi per lidea della morte, non saprei spiegarne il perch, ma il secondo uomo, non posso nemmeno sapere se marito o solo compagno, appariva dopo un po di tempo. Nelle ultime fotografie con il primo marito, la signora aveva ancora i capelli di un biondo naturale che le arrivavano alle spalle, con il secondo erano gi tinti, il taglio a caschetto, esattamente come lavevo conosciuta, anche se ormai erano bianchi, e il volto, bench sempre rotondetto, mostrava gi qualche segno evidente del tempo. Insomma, la signora che avevo conosciuto io era pi simile a quella che appariva per la prima volta, sorridente, accanto al secondo uomo che a quella delle ultime immagini accanto al primo. E con il secondo, di figli non ne aveva di certo avuti, ma di sicuro ne aveva lui da un precedente matrimonio perch allimprovviso apparivano altri due maschi sui ventanni che prima non si erano mai visti, prima cerano stati solo i figli (un maschio e una femmina) della prima coppia. Adesso, invece, a un compleanno di lei, ci sono tutti. C anche molta altra gente. La sorella della rotondetta, per esempio, che le somiglia molto, e il marito di questultima, un uomo scialbo, anziano, con unaria assente.  gi apparso in altre fotografie, ma questa  lultima, cosa che non lascia ben pensare. Negli album di famiglia la morte domina sulla vita.  strano, si vedono solo persone vive e quasi sempre allegre in vista dello scatto, eppure quel che domina  la mancanza, il vuoto, lassenza, quella reale, ma anche quella futura.  come se guardando le fotografie non si facesse altro che vedere dei morti. Soprattutto negli album delle famiglie altrui. Ricomponevo inventandomi delle storie. Il bello di non essere a conoscenza di nessun fatto  proprio questa libert di muovere le pedine a piacimento. Ne portavo a termine una dopo un po di giorni di lavoro, e poi la smontavo per crearne unaltra. Bastava cambiare anche solo un dettaglio perch tutto prendesse unaltra piega. E di ogni piega tenevo informato Osac, che in quella casa non trovava mai pace fino a che non me ne andavo a letto. Sembrava gli bruciasse sempre la terra sotto i piedi, e cos, mentre io rimestavo nelle vite altrui, per farlo stare un po quieto gli raccontavo quelle storie, lo tenevo al corrente. Stavo seduta sul divano di quel soggiorno tetro, dalle luci fioche, e lui gironzolava intorno al tavolo da pranzo, annusava, si affacciava alla finestra, e poi veniva a sedersi di fronte a me, su una natica sola, la schiena contro il bracciolo di una poltrona, e mi ascoltava. Almeno a me cos sembrava, perch i cani sono molto curiosi, per natura si impicciano parecchio, amano sapere tutto di tutti, dominare le situazioni. Generalmente lo fanno nel luogo in cui vivono. Questa  una certezza. Lasciate che un cane viva per due mesi in una casa e sapr pi o meno le abitudini di tutto il condominio, anche delle persone che riuscir a vedere con una certa frequenza dalla finestra. Per esempio, dove vivevamo noi, a Roma, cera un cane di un altro palazzo che veniva portato fuori sempre alle stesse ore. Bene, Osac sembrava avesse un orologio nel cervello, perch un attimo prima che quel cane, da lui profondamente odiato, uscisse di casa, eccolo che andava sul terrazzo del soggiorno se era bel tempo e la portafinestra aperta, oppure, dinverno, alla finestra della cucina, con le zampe appoggiate sul davanzale, a guardare da dietro i vetri. Se ne dicevano di tutti i colori, si insultavano. Si incontrarono a quattrocchi solo poche volte, per fortuna sempre entrambi al guinzaglio. Per fargli cambiare direzione ci rimisi un tendine della mano sinistra. A Saint-Gunol ancora non si raccapezzava molto. Le nostre finestre non davano sulla strada, ma su un campo, dove non passava quasi mai nessuno. Un paio di volte potr aver visto un gatto randagio, qualche gabbiano. Insomma, in casa aveva poco da seguire e sannoiava. E cos stava ad ascoltare le storie che gli raccontavo io, anche se a volte si vedeva da lontano che gli facevano venire sonno perch mentre parlavo faceva degli enormi sbadigli molto contagiosi, e rumorosi, come tutto quello che produceva lui. Sbadigli che dal profondo delle corde vocali facevano venire su delle vere e proprie lugubri lamentazioni. Ogni tanto gli allungavo lalbum aperto per mostrargli unimmagine in particolare. Lui la guardava, ci schiacciava contro il tartufone umido e nero, quasi sempre ombrato di terra anche se io glielo lavavo pi volte al giorno. Mi compiaceva. Io gli mostravo una fotografia e lui non voleva offendermi facendosi vedere disinteressato. Mha sempre affascinata tanto questo altruismo canino, questa loro naturale inclinazione verso di noi. Loro, verso noi eretti, propendono amorosamente.
Che me ne importava di tutta quella famiglia bretone? Perch me ne stavo l a scervellarmi per capire di chi fosse figlio o nipote il tale? Eppure cominciai addirittura a prendere appunti su un quadernino grigio che comprai nellunica cartoleria del paese. Per orizzontarmi in mezzo a tutta quella gente, diedi a ognuno dei nomi, a ognuno una data di nascita, e a chi a un certo punto non appariva pi, anche una data di morte. Le epoche, ovviamente, dovevo dedurle, madattavo allapprossimazione del piccolo paese che per modi e abiti non si colloca nelle stesse epoche delle citt. A ogni cosa, dunque, feci fare un passo indietro. Il quadernino si riemp di grafici, freccette, svariate ipotesi che si elidevano poi luna con laltra, per essere rimpiazzate da nuove e molto azzardate. Volli dare un titolo a quella inutile corbelleria che mi misi a fare, la chiamai Tassonomia. Lo scrissi in stampatello sulla copertina. Ogni tanto, tra uno schizzo e laltro, abbozzavo un ritratto di Osac che alla fine, tra tutte quelle involuzioni destinate a non essere mai pi decifrate nel futuro (nemmeno da me), imper sovrano.
Un mattino ce ne andammo verso limmensa e ventosa spiaggia di La Torche. Il costume da bagno me lero portato, ma avrei potuto anche farne a meno. Per resistere qualche ora su quella spiaggia sconfinata, fatta di dune e dossi che cambiavano di forma come nel deserto, di cespi derba che vi crescevano sopra rachitici, dovevo bardarmi di calzamaglia, pantaloni della tuta, pullover e giacca a vento con tanto di cappuccio. Poco male, laria era iodata, il sole sempre pieno e in riva al mare, solo a smuoverla un po con i piedi, dalla sabbia venivano fuori telline di proporzioni gigantesche. Osac impar ben presto ad andarne a caccia. Ravanava con le zampe, le prendeva in bocca, le rompeva con i denti e poi ne suggeva il mollusco. Io ne riempivo un secchiello che poi dovevo coprire affinch lui non lo saccheggiasse. La sera ci preparavamo un bel piatto di pasta che condivamo con olio di oliva, aglio e un prezzemolo strano, tutto arricciato, senza odore n sapore.
La prima cosa che notai, con grande stupore, fu che i pochi individui che frequentavano quella spiaggia erano tutti nudisti. Per fortuna, lenormit del luogo permetteva di stare abbastanza isolati. Non ho un animo nudista, niente affatto. Mi pare, anzi, che il nudo, soprattutto in movimento, abbia un che di lievemente ripugnante. Forse sar stato anche perch quei corpaccioni non brillavano per atletismo. Erano per lo pi tedeschi dalla pelle cotta, un po rinocerontesca, quel modo che hanno loro di darci dentro col sole, e senza riserve. Se ne stavano l, in quel freddo tramontano con tutte le pudenda al vento, a bere birra e a mangiare in continuazione. Ogni tanto qualcuno, di certo un matto, osava pure fare il bagno. E poi ne usciva viola, cianotico, rattrappito, con labbronzatura in ritirata. Quando erano uomini, con i genitali risucchiati, praticamente senza. Oltre allimbarazzo, mi meravigli il coraggio che avevano di esporsi a quella temperatura. Lunica vestita in modo quasi invernale ero io. Ma a stare fermi, immobili sotto il sole, magari il pi lontano possibile dalla riva e possibilmente a ridosso del pi gran dosso, pian piano un po riuscivo a scaldarmi pure io. Non che mi spogliassi, per carit, ma lentamente e con moltissima cautela, appiattita a terra su due asciugamani, perch con uno solo mi sembrava di assorbire solo umidit, mi toglievo la giacca a vento e dopo un po anche il pullover, restando cos a prendere quel sole, che effettivamente cuoceva vivi, con una canottiera e i pantaloni della tuta. Osac aveva in testa solo le telline, non pensava ad altro. Per lui, su quella spiaggia cerano solo loro. E cos, mentre io me ne stavo il pi lontano possibile dallacqua, lui, lo vedevo bene, teneva il lungo muso nero sempre schiacciato a terra. Stava l a rimpinzarsi, a sgranocchiare quei gusci che rompeva con un colpo secco di mascella. Era un movimento tutto ritmato: scavo veloce di zampa, colpo secco di molare e poi lafrodisiaco sapore che, per pochezza, non lo saziava mai. Era rapito, il mondo per lui non cera. Dunque, pensai, non avrebbe rotto le scatole a nessuno e lo lasciai stare a tutta quella distanza. Un po inquieta, lo devo ammettere, tanto che il mio modo di prendere il sole era alquanto schizofrenico: appiattita come stavo, cercando cos di evitare la tormenta che subito mi coglieva appena sollevavo il busto, tenevo la testa rivolta al mare, e ogni quindici secondi (li contavo) aprivo gli occhi per sbirciare la sua posizione. Era sempre quella, fatta solo di lievi avanzamenti, come se a mano a mano che avanzava prosciugasse il sottosuolo di quel buon saporino. Mentre me ne stavo l a pensare a quante schegge di guscio potesse mandar gi, presagendo gi la grave peritonite, il sole scomparve. Almeno cos pensai, perch rimasi allombra e venni colta subito da un gran freddo. Allora apersi gli occhi, e con grandissimo, terribile sgomento, maccorsi che proprio di fronte a me, un enorme, nudo e vecchio tedesco dalla pelle color mattone si stava sparando quello che Osac, nella lingua sua, avrebbe definito yn gryn sygynyy, insomma, un gran segonio, cio una sega. Di tutta quella gente nuda che cera sulla spiaggia, laveva attizzato lunica vestita. Malzai in piedi come una molla, mescolando lindignazione alla paura. Allora lo chiamai con quanto fiato avevo: Osac!!! Osac!!! Ma gli stavo contro vento, non mi sentiva, continuava a sgrufolare tra le sue telline. Senza nemmeno rimettermi il pullover e la giacca a vento, cominciai di gran passo ad andargli incontro continuando a chiamarlo. Il tedesco, intanto, mi seguiva continuando nella sua funzione. Quando mi voltavo lo insultavo, quando guardavo di fronte a me chiamavo quel matto che avrebbe sempre voluto sbranare lintero mondo e adesso, per due telline del cazzo Ma alla fine mi sent e mi vide. Allora io mi fermai a met fra il gran dosso e il mare. Mi voltai a guardare il tedesco che subito moll la presa e lasci cadere le braccia lungo i fianchi. Adesso ti voglio proprio vedere gli dissi. Rispose qualcosa, non so cosa, ma qualcosa la disse intanto che si allontanava con la sua panzona e i suoi chiapponi abbrustoliti. La furia nera arriv dal mare a forma di pallottola, lo placcai prendendolo per il collare. In un attimo di lucidit compresi che avremmo passato un guaio serio. Per, tenendolo ben stretto, ci mettemmo a corrergli dietro. Che almeno si prendesse una gran paura. E se la prese, gli arrivammo proprio sotto. Lui alz le mani in segno di resa. Era ridicolo, tutto rosso. Era pure nudo. E la furia fumigava mostruosa, schegge di telline gli uscivano fuori dalla bocca viscide, schizzavano nellaria insieme ai filamenti della bava, erano tubicini trasparenti con dentro quei pezzulli. E il suo non fu un abbaiare. I cani quando abbaiano minacciano, lui non stava minacciando. Il boato che gli risal da chiss quanti mai arrovesciati visceri, era il commento al gi avvenuto. Mentre il germanico se ne stava l, con le braccia in alto, Osac gli stava raccontando come laveva fatto fuori.

5.

Questa, caro lettore,  la storia di Osac, non la mia. Per c una questione che mi riguarda e molto lo coinvolse.
Quando tornammo dalla Bretagna, lui con un po di diarrea per via di tutte le telline che si era mangiato e io con quel quadernetto grigio dove avevo pi o meno ricostruito una famiglia di cui non conoscevo nemmeno il cognome, o almeno solo quello della signora, Guegin, senza per sapere se fosse il suo da signorina o da sposata, arrivati a Roma feci unincredibile scoperta.
Un pomeriggio che me ne stavo a leggere in camera da letto, seduta su una poltrona dalla quale mi vedevo riflessa nello specchio del com, rimasi molto colpita dai miei occhi. Il fatto  che non erano pi i miei, erano gli occhi di unaltra donna. Allora mi alzai allimprovviso per andarmi a vedere pi da vicino. Lo sanno tutti, lo specchio non ci rimanda di certo la nostra immagine, bens il nostro sguardo che ci torna indietro. Per, a quello sguardo rimandato noi ci abituiamo, e dunque io mi ero un po affezionata al mio anche se poi, guardata dagli altri, chiss che sguardo ho. Oltre allo spaesamento, provai anche un certo fascino verso quegli occhi nuovi. Per tutto il giorno, ogni tanto mi alzai per andarmi a guardare da vicino.
Osacchio gli chiesi verso sera. Ti sembro diversa?
Khy kyzzy ny sy (Che cazzo ne so) mi rispose lui sbadigliando subito dopo.
Le domande gli facevano sempre quelleffetto.
Bravo gli dissi. Molto raffinato. Ma osserva bene, vieni a guardarmi da vicino.
Si alz con poca voglia dalla cuccia e venne vicino a me un po ciondolante, fingendo una stanchezza che sarebbe scomparsa al primo: Usciamo? Quando mi fu accanto appoggiai la mia fronte alla capodogliesca sua, dura come la pietra. I nostri occhi furono dunque molto ravvicinati, ingigantiti, praticamente non vedevamo ognuno che gli enormi occhi dellaltro. I suoi, voraginosi. Cera sempre di tutto l dentro. Facevano anche un po spavento perch quel che mi rimandavano era quasi sempre la sua paura. Purtroppo, allepoca, ancora non esisteva il film Batman begins. Usc quando Osac era gi bello vecchio. Rimpiango molto che quel film non sia uscito prima, perch di una sua battuta facemmo, anche se per poco tempo e insieme, una specie di lessico nostro ogni volta che, macbettianamente, ogni rumore ci spaventava. Allora ci guardavamo, e insieme recitavamo la miracolosa frase: Io sono le mie paure, e dunque non posso avere paura di me. Continuo a usarla ancora, e ogni volta mi ricordo di lui, del suo temperamento dassalto che nascondeva per delle paure antiche contro le quali gli tocc combattere per la vita intera. Cose sue profonde, dellanima, ferite che, per quanto mabbia raccontato nel suo lapidario linguaggio in cui le y venivano usate al posto di tutte e cinque le vocali, rimasero per me cose mai sapute per intero. Intuite, certo, a volte addirittura sentite mie, per quanto mi turbavano tutti i suoi tormenti. So che quella frase, saputa in tempo, ci avrebbe consolati meglio, e che quella sera, mentre ci guardavamo tanto dentro gli occhi, sarebbe stata la migliore da poterci dire. E mentre cos stavamo, io seduta sul divano, lui davanti a me, a un certo punto sollev una zampa e me la mise in grembo. Quellimmagine di noi due m rimasta nella retina, come avessi incisa nel cervello la possibilit di rievocare la fotografia che nessuno ci scatt. Sarebbe bello averla, poterla rivedere anche su carta oltre che dentro la testa. Poterla mostrare a mio figlio e dirgli: Ecco, questa fu la mia annunciazione.
Quando la ginecologa DElia mi disse che ero incinta, strabuzzai gli occhi.
Da quando? le chiesi.
Da almeno un paio di mesi. Ma scusi, non s accorta di non avere le mestruazioni?
Che vuole che le dica, regolare non sono stata mai
Ma le sar venuto il dubbio, no? Mica  una ragazzina.
Dunque, avrei fatto tutto questo faticosissimo viaggio in Bretagna, che gi ero incinta? Almeno tremila chilometri di macchina tra andare e tornare
 stata fortunata. Generalmente viaggi cos lunghi sono molto sconsigliati nei primi mesi di gravidanza.
E adesso, che faccio?
Cosa vuole che le dica? Se questo figlio non lo vuole, pu abortire.
No, abortire no.  che non lavevo in programma. Mi coglie molto di sorpresa. Non credo di averci mai pensato.
A fare un figlio?
S.
Allora si metta tranquilla. Nella mia lunga esperienza le posso garantire che le madri migliori sono quelle che restano incinte cos, mai quelle che fanno salti mortali per avere un figlio. Non gliela so spiegare la ragione.  solo una mia statistica. Ma le statistiche conteranno qualcosa, no?
E quando mi nascerebbe questo bambino?
A occhio e croce il tempo scade il 10 marzo, ma potrebbe capitare prima, o un po dopo. Ci vuole pensare?
No, no. Non ci voglio pensare per niente. Me lo tengo e basta.
Tornai a casa in macchina guidando come chi ha appena preso la patente. Ogni rumore mi spaventa, figlio mio gli dicevo a ogni piccolo declivio del terreno, toccandomi una pancia che era ancora assente. Apersi la porta, Osac mi venne incontro gioioso, ma muovendosi anche lui con maggior cautela.
Come facevi a saperlo? gli chiesi gettando la borsa sul divano.
Cominci a circondarmi. Corsettine leggere, quasi sulla punta delle zampe, quasi solo sulle unghione. La coda dritta, la testa alta.
Cavallino arr arr, per la biada che ti do, per i ferri che ti metto, ce ne andremo a San Francesco. A San Francesco cera un frate che cuoceva le patate. Me ne diede un pezzettino, butta via questo bambino!
Si ferm di scatto. Chi era il bambino da buttare via? Che potesse, per caso, essere proprio lui? Perch io lo sapevo bene, nel suo testolone lui era un bimbetto. La sua crescita cerebrale si era fermata il giorno dellabbandono. Per il resto erano stati solo potenza e muscoli, amore ossessivo e furia.
Nytr, nytr gua disperato.
Questo sembra russo gli dissi. Prima di me, stavi con una famiglia russa?
Si sollev in piedi. Lo presi per le ascelle e gli feci fare un mezzo giro di valzer, cosa che gli piaceva assai, che gli dava unagitazione tale da alterargli il fiato. Diventava caldo e abbastanza puzzolente quando ballavamo insieme.
Da quel giorno passai quasi tutto il mio tempo libero a mettermi di profilo davanti allo specchio per controllare lavanzamento della pancia. Quella sera non cera ancora un bel niente, le solite due ossa sporgenti delle anche. Quanto mi avrebbe fatto impressione avere la pancia? Mi risposi che me ne avrebbe fatta parecchia, che la gravidanza era comunque un momento di deformit. E poi, vallo a sapere se si ritornava come prima. Quando uscivo per la strada non mi perdevo nemmeno una madre con il passeggino, una madre con un figlio di ormai almeno un sette-otto mesi, e cercavo di capire, pur non potendolo sapere per certo, se era tornata comera prima o se la deformit aveva lasciato un segno. Ce nerano di donne che non tornavano mai pi comerano, ne vedevo tante. Avanzavano spingendo quel trofeo su un paio di fianchi enormi, due cosciotti cotechineschi, una pancia ancora bella gonfia. Comerano state prima? Certe volte ero tentata di chiederlo: Scusi, ma lei era gi grassa prima o lo  diventata dopo? Si stava trasformando in unossessione.
Osacchino, mi vedi ingrassata?
Pyr nyynty (Per niente) e gi sbadiglio che metteva in mostra le scanalature del suo palato quasi tutto nero, giusto un paio di macchie rosa ai lati.
Lo dici solo per farmi piacere.
Scodinzolava. Le rughe verticali sulla fronte stavano a indicare che cera qualcosa di non ben afferrato. In quei mesi cominci a comportarsi in modo strano, dentro casa si buttava spesso per terra, a pancia allaria, a fare molte smancerie. Voleva essere grattato, poi si alzava e mi spingeva contro le gambe il suo testolone affinch lo grattugiassi un po dietro le orecchie. Regrediva. La notte, invece di dormire sulla sua cuccia allingresso, a una certa ora mi entrava in camera spalancando la porta tanto da farla sbattere contro il muro. Faceva versi allappati, lievi corsette intorno al letto. Tentava di salirci sopra.
Osac, no. Sul letto no. Mettiti buonino, eh? Vattene a cuccetta tua.
Faceva loffeso per un istante. Insomma, usciva e subito rientrava mettendo il muso sopra il letto.
Ecco, se ti accontenti cos, va bene.
Ma dopo un po, in quella strana posizione cavallina, saddormentava e allora cominciavano a cedergli le zampe, si svegliava e faceva quei versi sgrufolosi suoi di chi esce dal sonno perch perde lequilibrio. Apriva gli occhi terrorizzati, anche un po comici, con lespressione di chi si credeva solido e invece si ritrovava ad avere sotto i piedi un mondo senza consistenza che lo risucchiava.
Va bene gli dissi. Ma solo sullangolo, intesi? Se ti allarghi ti faccio riandare a cuccia tua e chiudo a chiave la porta.
Frase stupida, me ne accorsi da me, ch a chiudere la porta lui lavrebbe buttata gi a zampate, e se non ci fosse proprio riuscito lavrebbe almeno rovinata tutta e passato cos il resto della notte senza farmi chiudere occhio. Non feci in tempo a formulare quellinvito che eccolo sul letto, proprio sullestrema punta occidentale, acciambellato con una tale abilit da diventare un terzo di quel che era.
Che falsetto gli dissi voltandomi dallaltra parte per rimettermi a dormire.
Spensi la luce e subito sentii strani movimenti. La riaccesi. Acciambellato comera, stava facendo una gran bella manovrina di avvicinamento. Si spostava verso di me da acciambellato.
Allora?
Si ferm e chiuse gli occhi come chi dorme. Fece due starnuti e disse:
Synnymbyly, syny synnymbyly (Sonnambulo, sono sonnambulo).
Certo, certo gli risposi. Sai quanto ci credo? Ci credo un pepino!
Non fu cosa semplice essere una donna gravida accanto a quellessere tutto protuberanze di muscoli e tendini. Quando lo portavo a spasso a fare i suoi bisogni mi faceva fare il solito sci nautico che, pericoloso di suo, diventava lazzardo per chi si portava nella pancia un figlio. E una volta era un cane che gli stava sugli zebedei, unaltra era un odor di femmina, unaltra ancora un passante che incautamente mi chiedeva uninformazione e lui avrebbe voluto sbranare ululando un: Cymy ysy! (Come osi!), strattonandomi in avanti. Quando erano a portata di mano maggrappavo a un palo della luce, a un muretto, a un albero. Quando non cera niente mi rimettevo nelle mani del Signore, stringevo il guinzaglio e tiravo con quanta forza avevo. La forza che ci mettevo, per, mi si rifletteva sgradevolmente nei muscoli della pancia e quando dopo tornavo a casa per prendere le mie cose e mettermi in macchina per andare fino a scuola, ad Albano Laziale, il basso ventre si contraeva in modo preoccupante.
Non lo pu portare a spasso un cane di quelle dimensioni mi disse la ginecologa. Cosa vuol fare, rischiare un aborto?
E allora trovai uno strano stratagemma. Prima di uscire lo imbracavo. Nel senso che comprai un guinzaglio pi lungo che gli rigiravo intorno alle zampe anteriori impedendogli cos un movimento autonomo. Non che non tirasse, uno cos non lo fermava nessuno, ma meno, molto meno. Cominci allora la tiritera dei passanti.
Signora, guardi, gli  finito il guinzaglio tra le zampe!
Ah, grazie, non me nero accorta.
E gli toglievo limbracatura per poi rifargliela appena quello spariva allorizzonte. Era un lavoraccio. Aver vinto quel concorso statale, per, fu una vera mano santa. Se allepoca fossi stata ancora nella scuola privata parificata, non lo so proprio come ci sarei arrivata al parto. Invece, nella scuola statale, dopo nemmeno un mese che ero arrivata, il segretario cominci a dirmi:
Ma di quanti mesi sei?
Sto finendo il quinto.
E vieni ancora a scuola?
Ma non bisogna lavorare fino al settimo mese?
Beata a te! Saresti lunica. Fatti fare un bel certificato medico e stattene a casa. Ti pare che nel tuo stato ti devi fare sessanta chilometri in macchina al giorno tra andare e tornare?
Ma sono appena stata assunta.
Hai vinto un concorso. Non ti pu cacciare mai pi nessuno. E sei incinta. Fatti questo figlio in santa pace. Goditi la maternit e poi, una volta nato il bambino, non fare la cretinata di tornare a lavorare dopo sei mesi.
E quando?
Ma ti devo proprio dire tutto? Se ogni mese porti un bel certificato medico, te ne puoi restare a casa con il bambino almeno fino a che lui compie un anno, e con lo stipendio al cento per cento.
Ma allora  il paese di Bengodi?
Ma da dove vieni?
Da una parificata.
Ah, ecco! Beh, qui la sinfonia  unaltra. Conviene che ti adegui. Non  che uno fa un figlio allanno, no?
No, no. Io poi faccio solo questo.
Ci pensai per almeno altri quindici giorni. Ogni volta che il segretario mi vedeva arrivare a scuola scuoteva la testa.
Ma sei capocciona, eh?
E alla fine mi adeguai. Andai dalla ginecologa, le dissi che mentre guidavo avevo le contrazioni. Lei salt sulla sedia e mi domand da quanto tempo. Le dissi che da quando andavo in quella scuola lontana era sempre cos, mentre guidavo mi tirava la pancia. Si mise le mani tra i capelli, mi fece ripetere almeno tre volte quanti anni avevo. Potevo essere cos ignorante alla mia et? Le con-tra-zio-ni so-no pe-ri-co-lo-se! mi disse sillabando e battendo il ritmo a terra col tacco della scarpa. Cosa stava aspettando a dirmelo? sbuff con il labbro inferiore verso lalto, facendo veleggiare per un attimo la sua frangetta liscia. Poi si mise a scrivere a testa china, molto rabbuiata.
Ecco, questo  il certificato medico. Da domani lei si mette in malattia. E faccia attenzione a tutto quello che fa. Mi raccomando, niente sforzi fisici, mangiare solo cose leggere e sostanziose, guai a lei se mi arriva alla fine con pi di dieci chili addosso. Niente sale, molti liquidi
Niente sale nemmeno nellacqua?
Nemmeno nellacqua.
Ma cos la pasta far schifo.
Lei continui a usare il sale e vedr come lievita. Le verranno due cosce cos disse facendo un gesto quasi osceno. Se ha deciso di mettere su peso cambi ginecologa perch io, al parto, le mie pazienti non ce le faccio arrivare grasse. A proposito, di quel cane si  liberata?
No.
E cosa aspetta?
Senta, il sale lo posso anche eliminare. Posso pure fare il digiuno di Gandhi, ma il cane no. Trover una soluzione. Adesso che non devo pi andare a scuola mi trasferir da mia madre in campagna. Cos risolvo pure il problema del cane.
Ecco, brava. Faccia cos, ma lo faccia in fretta.
Quella sera preparai la valigia. Laria che si respirava in casa aveva un odore strano, un che di vilipendiato (come immagino avrebbe detto lui). I medici si prendono troppe libert. Dato che pensano di sapere pi o meno tutto di quanto abbiamo dentro, ci trattano sempre da imbecilli. Un matematico che parla con un orologiaio non sfogger le sue conoscenze, che so, sui teoremi di punto fisso, cos come lorologiaio non sfogger le proprie. Parleranno daltre cose, troveranno altre intese. Il medico, invece,  quasi sempre di poche maniere, quando parla lo fa con termini che obbligano a chiedere umane spiegazioni. Di fronte al paziente brilla. Quando la visita  a pagamento d del lei, quando  ospedaliera passa spesso al tu, soprattutto se c un ricovero di mezzo. Quando c un ricovero di mezzo, il paziente, a qualsiasi et, diventa un ragazzino. Quella sera, mentre preparavo la valigia, rimpiansi di non conoscere a sufficienza la matematica e di non aver potuto chiedere alla ginecologa di parlarmi del teorema di Kakutani, del quale ben poco sapevo e che ricordavo solo per unantica lezione di matematica perch mi incurios il nome e, chiss per quale ragione, lo tenni a mente.
Si va in campagna, caro mio! gli dissi intanto che di fronte a quei preparativi Osac non trovava pace. Fatti una valigetta pure tu.
And di corsa a prendere il suo porcospino di gomma dura, giallo e tutto mangiucchiato proprio sugli aculei. Mi commosse. Ci riusciva spesso. Era quella semplicit, quellessenza, quel di tutto un poco, anzi, ununica cosa. Tra i tanti giocattoli che aveva pens di scegliere il porcospino con il quale sempre dormiva e a volte girava per casa annoiato, tenendoselo annoiatamente in bocca. Quel modo che i cani hanno di fare, ma cos, tanto per fare. Presi il porcospino, lo avvolsi con della plastica e lo misi in valigia.
Ecco fatto commentai di fronte al suo sguardo stupito. Nientaltro? Guarda che staremo via parecchio.
E mi commosse ulteriormente perch and a prendere il guinzaglio e pure lodiata museruola. Allora ci abbracciammo. Lo tenni stretto a me inalandone tutto il canino odore, quel selvaticuccio che pure un cane lavato spesso sempre conserva e sa di bosco, borotalco, sudorini pelosi, anche della mia acqua di colonia che ogni giorno, dopo essermela sfregata tra le mani, passavo pure sopra il suo testone. Me ne stavo seduta sul letto col collo suo appoggiato al mio, lodor dorecchie che marrivava lieve alle narici. Nonostante tutto, buono. Sentivo il pianto salire, mentre pure lui guaiva di tanto incognito futuro: la campagna, un figlio che sarebbe nato entro poco tempo per rivoluzionarci tutta la vita, insomma, una felicit che dava pure qualche punta di spavento. Da un po di tempo, la notte facevo sogni strani. Sognavo, per esempio, di essere chiusa dentro la zampa di un tavolo, e poi mi svegliavo quasi in convulsione, boccheggiante. Razza di sogno, come si fa a finire dentro la zampa di un tavolo? Gli feci una carezza prepotente lungo tutto il dorso e mi ritrovai il solito ciuffo di peli tra le mani.
Mistero della giungla nera gli dissi. Con tutto quello che perdi mi chiedo come tu non sia gi nudo da un pezzo.
Lidea di Osac spelato mi fece ridere. Ci pensavo ogni sera quando spazzavo tutto quel pelo che seminava per casa. Dentro alla paletta ce ne finiva sempre tanto, il sufficiente per riempire almeno un cuscinetto puntaspilli.
Quella sera, me lo ricordo come fosse ora, per via di quei preparativi mi dimenticai di cenare.

6.

E adesso, che ci faccio qui? mi chiesi poco dopo essere arrivata in campagna.
Il vecchio casolare che mio padre aveva tanto desiderato in vita sua e che alla fine si era comprato per poi ristrutturarlo e riuscire a viverci solo cinque anni. Il tempo di riassaggiare le origini umbre e la morte se lera portato via in tre ore, a gennaio, in un pomeriggio di tregenda. Tanta pioggia e tanto vento da rimescolare tutta la campagna. Pioveva da molti giorni. Allultimo sera rattristato e aveva detto a mia madre: E se tornassimo a Roma? Proprio a lei, che l cera andata a vivere per amor suo. Ce laveva bruschi gli umori, il babbo. Dallentusiasmo passava con un nulla allaccasciamento. E alla fine, mentre guardava un film in televisione, sera sentito una fitta grossa al ventre. Dalle gran risate che gli faceva fare Nino Manfredi era passato a quella fitta e gli si erano paralizzate le gambe. Stava solo in casa, ch mia madre era andata a prendere alla stazione di Chiusi mio fratello che tornava da scuola. Laveva salutata col solito: Vai piano, eh? e lei gli aveva risposto col solito: E quando mai corro?
Chi lo sa come cera arrivato al telefono per chiamare lospedale. E poi sera trascinato di nuovo fino al divano e mia madre laveva trovato l, in un bagno di sudore freddo. Dopo due ore era morto allospedale Beato Giacomo Villa, a Citt della Pieve. E mia madre era tornata a Roma, aveva vissuto con me per qualche tempo, poi sera trovata una casa in affitto quando mio fratello aveva finito il liceo a Orvieto, e l avevano vissuto per un bel po di anni, fino a che i proprietari lavevano rivoluta indietro. E dato che gli affitti erano saliti parecchio e con la sua pensione e quella del marito messe insieme non ce lavrebbe fatta a trovare niente, per sfinimento, per pigrizia, per paura, era tornata a vivere l da dove era scappata, l dove era andata senza alcuna convinzione, in quel casolare in aperta campagna a quattro chilometri dal paese, con una strada sterrata che le piogge dellinverno sembravano dover spaccare. Qualche volta proprio ci riuscivano, e allora salire e scendere tutti quegli smottamenti con la sua bassa e vecchia 500 giardinetta era una fatica. E adesso, a dieci anni dalla morte di mio padre, con la pancia rotonda come un melone, ero anchio in quella casa piena solo di un unico ricordo: il dolore. Che ci faccio qui, con questo freddo, la stufa dove bisogna in continuazione mettere ciocchi di legna, il cielo grigio, tutta questa pioggia, un paese piccolo con un unico corso che quando lhai fatto una volta avanti e indietro non sai pi dove andare, e te ne ritorni a casa dove ci sono tutti quegli armadi e tutti quei cassetti pieni ancora delle cose sue? Dovevo venire proprio qui con la mia pancia piena di vita? Lunico felice come uneterna Pasqua era Osac. Corse sfrenate sul greppo con lerba alta che dinverno non veniva mai tagliata e sembrava una giungla. Si vedeva solo lassatanato smuoverla con una velocit furibonda, grosse zolle di terra che schizzavano e poi lui che, avvicinandosi, appariva sul ciglio per farsi vedere da me che lo chiamavo, per mostrarsi in quella maest fangosa, millenaria, di cane che riemergeva da un suo tempo delloro mai saputo ma che per istinto riconosceva. Ci guardavamo da lontano, io riparata sotto il portico, con un giaccone pesante che con quella pancia gi non riuscivo pi a chiudere, e lui trionfante, gli occhi accesi di una gratitudine di fuoco, spesso arrovesciati dalla corsa, le orecchie granitiche allindietro, fermo sul ciglio, ma gi con quello scalpitare delle zampe anteriori, quellimpastare nella bagnata terra che preludeva a unaltra corsa nella propriet recintata. Sembrava dirmi che di lui non mi dovevo preoccupare, pericoli non ce nerano, almeno non per lui, ma per chi, nel caso, si fosse azzardato a mettere piede in quella terra che da subito aveva stabilito sua, dominio grande su qualsiasi altra creatura che non fossimo noi di casa. Da quando cera lui, il cancello, che mia madre aveva sempre tenuto spalancato notte e giorno, venne chiuso con unenorme catena arrugginita che gli giravamo intorno e poi chiudevamo ben stretta con un lucchetto. Sulle sbarre avevo subito appeso una mattonella comprata in costiera amalfitana, con su scritto Cave Canem. Lavevo comprata perch il cane che cera dipinto sopra gli somigliava un po, aveva il corpo nero, di profilo, nella posa che precede lattacco, e dalla bocca aperta, piena di denti, gli usciva come una sfiammata. Vidi la sfiammata e la comprai anche se in un appartamento non sapevo cosa farne, lappesi in bagno e l rimase fino a che non andammo in campagna. L dove lui si sfren donnipotenza, dove se per due giorni non pioveva la sera rientrava in casa come un golem, col fango risecchito addosso, screpolato dal freddo. Una cosa da mettersi le mani nei capelli per quanto tempo ci avrei messo a ripulirlo.
Ma guarda se nelle mie condizioni ti devo anche ripulire tutte le sere.
E se lo lasciassi fuori pure la notte? mi domand mia madre.
La notte? Di giorno non fa che correre, di notte si sentirebbe abbandonato.
Non ti fa bene, nelle tue condizioni, dormire con un cane in camera da letto. Glielhai detto alla ginecologa?
Non  mica un padre confessore. Non me lha mai chiesto.
Certo, certo. Quel che non ti chiede
Lo prendevo per il collare e lo portavo in bagno.
Specchiati gli dicevo ogni sera. Prima che torni normale ti devi guardare.
Chiudevo la porta e il bagno si riempiva del suo odore di sottobosco, ma un sottobosco dove oltre agli odori del bosco cerano pure i suchi e i muchi che rilasciano i corpi vivi. Devo dire che quel selvaticume non mi dispiaceva, anzi un po mi commuoveva. Dopo una giornata intera rientrava in casa e la casa odorava di natura. Mia madre diceva che non cera niente di peggio dellodore di cane bagnato. Non ero daccordo, sono le persone che quando non si lavano puzzano, per gli animali  unaltra cosa, e poi io lo governavo per bene la sera, lo ripulivo tutto e lui si lasciava fare. Del resto, glielavevo detto chiaro e tondo. Se non si ripuliva non metteva piede in camera mia. Ci mettevo un bel po di tempo a scrostarlo, venivano via pezzi interi. A dire il vero, cercavo di farli venire via come spesso facevo col coltello quando sbucciavo una mela, cercando di poterla poi ricomporre talis qualis a prima, ma vuota dentro. E i pezzi li mettevo in terra cercando di farli combaciare come si fa con un puzzle, come se alla fine avessi poi potuto ricostruire un Osac, ma tutto aperto, come una pelle dorso.
E lui si guardava, io gli dicevo di farlo e lui lo faceva con una certa aria beata, come se vedersi cos fosse quanto di meglio cera.
Ma guarda come ti riduci gli dicevo soddisfatta.
E lui si lasciava smontare. Poi, quei pezzi li dovevo spazzare via, ma lo facevo sempre a malincuore.
Non farlo salire sul letto, eh? mi diceva mia madre.
No, no rispondevo io lanciandogli una strizzatina docchio.
Ci mancherebbe solo Buona notte, eh?
Buona notte.
Se ne restava dietro la porta chiusa a sentire i passi di mia madre che si allontanavano. Poi si voltava verso di me e scodinzolava, faceva la faccia dellamalfitano, dellabruzzese e del molisano. Erano le sue tre facce che riusciva a fare tutte insieme in una sola. Erano pure i suoi tre dialetti che mescolava. Dellamalfitano, pi che altro, aveva latteggiamento, il passo elegante quando correva, pure una certa guapperia quando allimprovviso si fermava a guardare qualcosa di sottecchi. Dellabruzzese la capa tosta e un certo sprucidume schietto che andava oltre ogni evidenza, laccanimento di chi mantiene una posizione pure quando ha torto marcio. Perch per lui, essere contraddetto, aveva sempre ununica e lapidaria risposta: Mhai tagliato la faccia! Del molisano, invece, aveva langolosit delle parole sempre tagliate di netto, la gutturalit selvatica e terrosa. Ero arrivata a questa triplice conclusione dopo averlo molto studiato e ascoltato. Lavevo trovato a Roma, ma di Roma non era. Doveva aver girato, cambiato di luogo spesso, e poi era un cane. Un cane, quando parla, lo fa in modo accidentato, quello che dice lha inglobato nellascolto e poi ne ha fatto un minestrone: una parola qui, unespressione colorita l, unaccozzaglia di pensieri messi in atto, ma tutto scriteriato. E per trovarci il senso ci vuole la passione, ci vuole la velocit, la voglia di sapersi immedesimare. Quando i cani ascoltano a lungo una parola,  capace che ci si affezionano e poi la infilano nei loro discorsi anche a sproposito, solo perch ormai ce lhanno nella testa. Parlano per associazioni, spostano, afferrano da una parte per poi mettere da unaltra. Nella loro testa si crea una grande confusione quando crescono accanto a noi. Ci devono mettere dentro la linearit dei pensieri loro naturali pi tutto quel tafferuglio umano, quellesuberanza di significati che loro, per necessit, cercano di semplificare, di stringere.  una lingua gnaccusa la loro,  come se dentro un cappello ci si volesse far stare tutto un palazzo. Anchio ho finito per usare parole che non esistono accanto a lui, parole che lui forgiava da molte altre, come gnaccuso, che vuol dire inzeppato, messo insieme a forza, senza avere lo spazio.
Osac, caro lettore, a suo modo era di unintelligenza sorprendente, ma a differenza del mio precedente cane, come ti ho gi detto, mancava totalmente di senso dellumorismo. Era proprio questo a renderlo esilarante. Nulla mi divertiva di pi dellespressione ottusa che sapparecchiava quando una battuta di spirito la facevo io. Per quanto si sforzasse non ci capiva nulla, e pi non capiva e pi soffendeva. E la frase finale, che la dicesse o no, era sempre la stessa: Mhai tagliato la faccia.
Ma quando i passi di mia madre si allontanavano, lespressione dei suoi occhi diventava quella che di certo era stata quando era cucciolo. Cera il sentimento della libera uscita, dello scampato pericolo, del facciamola in barba alla vecchia. E con un salto era sul mio letto. Le orecchie abbassate nel timore che io, influenzata ancora da quei passi, potessi non vederla pi come tra noi avevamo stipulato. Mi mettevo il dito indice davanti alla bocca per fargli capire di mantenere il silenzio. Avesse potuto mi avrebbe imitata, per intimidirmi di rimando. Stiamo zitti gli sussurravo. Attento E a quellattento rialzava le orecchie. Se cera di che stare attenti bisognava usare quel raffinato strumento capace di captare a moltissima distanza. Poi spegnevo la luce dicendo: Tutto tace. E lui si dimenava un po per trovare la posizione migliore, ci si dannava. Sembrava dovesse fare chiss quali rivoluzioni per poi, alla fine, esausto, arrangiarsi esattamente come sera accomodato allinizio. Ma questo, ovviamente, agli occhi miei, ch per lui, tutto quellessersi dimenato un senso ce lo doveva avere eccome. La notte cominciava col suo primo bofonchiamento e lultima mia frase: Lontano dalla pancia, eh?
La gravidanza gonfia. Ma gonfia proprio tutto. Ogni posizione diventa scomoda, se si sta troppo seduti ci si alza con le gambe intorpidite e gonfie, si gonfiano i piedi, le mani, la faccia, locchio bovineggia, crescono tantissimi capelli e la chioma si gonfia. Per riuscire a dormire bisogna mettersi un cuscino tra le gambe (abitudine che poi difficilmente ci si toglie) e molti, almeno tre, dietro la testa. La sera basta cenare con una fettina e della verdura lessa per sentire che lo stomaco non ha pi spazio per espandersi, diventa uno stomaco orizzontale, un filo dorizzonte sotto il cuore. Lostetrica, su in paese, mi disse che si ingrossava pure quello, e la cosa mi fece una terribile impressione. Il cuore ingrossato, come il fegato di chi mangia solo fritti. Quanto ci avrebbe messo, dopo, a tornare come prima? Ogni organo del corpo, dopo, si doveva riassestare. E chi me lo diceva che ritrovava la giusta sistemazione sua di prima? Che tutto non rimanesse al dunque manomesso? Ti cresce un essere umano dentro, comincia che  meno di un girino e finisce che pu pesare anche pi di quattro chili. E gli organi si devono arrangiare nel poco spazio che il nascituro lascia a disposizione. Ogni giorno sempre meno.
Osacchio era affascinato da Tesoro (Tesoro ero io, perch cos mi chiamava mia madre e lui con questo nome mi ha sempre conosciuta) che gli lievitava davanti agli occhi. Per la prima volta in vita sua, cominci a trattarmi con una certa accortezza. Quando tornavo a casa dalla spesa, per esempio, mi faceva delle feste contenute, ma solo fisicamente contenute, perch in realt si sfogava girando come un forsennato su se stesso e abbaiando fino a diventare rauco. Gli faceva rabbia non potermi saltare addosso e si stremava cos. Io, per precauzione, in ogni caso gli ripetevo: A un palmo dalla mia pancia, a un minimo di almeno un palmo! E per scherzo mi mettevo il pollice sul punto pi gonfio del ventre e il resto della mano lo allargavo quanto pi potevo. Gli era concesso mettermi il faccione nero sulle ginocchia quando mi sedevo, e stare cos, a volte fino ad addormentarsi, fino a che gli cedevano le zampe e si risvegliava col sussulto e lo stupore di chi, per distrazione,  uscito alla fermata sbagliata della metro e non riconosce dove si trova. Qualche volta, oltre al capoccione ci metteva anche una zampa sulle mie ginocchia, ogni tanto pure tutte due, e in quel modo si sentiva puntellato meglio, le chiappe le sistemava a terra nella solida posizione che prevede il peso tutto su una, e cos era capace di stare per ore a farsi grattare dietro le orecchie sul taurino collo, intanto che io leggevo, guardavo la televisione, prendevo il t che mia madre mi portava. Certe volte non ne potevo pi, mi sentivo tutta intorpidita, allora a bassa voce, perch a quel selvaggio bisognava svegliarlo con dolcezza, ch altrimenti rimaneva stonato per un bel po di tempo e tutto gli dava ai nervi, gli dicevo: Osacchio bello bellone, io mi dovrei alzare. Allora apriva gli occhi in quel modo canino fatto di tremolii che per un po non trovano lassestamento, mostrando dellocchio spesso solo lo spaventoso e raccapricciante bianco da ritornato. Poi, dopo qualche involontario rictus, eccolo che tornava al mondo, allappava di lingua, come chi ha dormito respirando troppo di bocca, lentamente gli mettevo gi le zampe e lui savviava verso la cucina, dandosi prima una sgrullatina che spesso gli faceva perdere per un momento lequilibrio. Una cosa buffa, fatta di unghioni che scivolavano sul cotto tirato a cera di mia madre, come se laver dormito gli impedisse di ritrarli un po e si fosse ritrovato a procedere come un ballerino sulle punte. Ogni volta, dopo, si voltava a guardarmi per controllare se lavevo visto. Lo faceva con le sue tre rughe verticali sulla fronte. E, dato che mancava di spirito, era meglio far finta di niente, ridere interiormente, ch tanto, di quella raffinatezza, uno tutto trippe come lui nemmeno saccorgeva. Allora procedeva tranquillo verso la cucina dove lo sentivo svuotare unintera ciotola dacqua come venisse gi un acquazzone di un momento, e concentrato in un unico punto dellintero mondo. Lasciavo che finisse, poi mi alzavo e con lo straccio pulivo tutto quel lago.
Ma non sa nemmeno bere questo cane! diceva ogni volta mia madre.
 poco coordinato le rispondevo io. Sai, ha patito labbandono, per tante cose  cresciuto normalmente, per altre  come un bimbetto.
Da quando sei incinta mi pare stia facendo addirittura dei passi indietro.
Te ne sei accorta pure tu?
Ci vuole mica tanto.
Speriamo non sia gi geloso.
Come i fratelli maggiori?
S.
Ma piantala, tesoro,  un cane
La gravidanza fa anche dormire male.  tutto molto complicato,  una questione di novit. Fin dai primi giorni non ho mai pi avuto il coraggio di mettermi a pancia sotto. E cos, dovendo cambiare la posizione antica da un momento allaltro, il sonno faticava ad arrivare. E allora ci che dominava la notte era il pensiero veloce, un pensiero dietro laltro. Con un figlio dentro la pancia non si pu prendere nulla per dormire, giusto una valeriana, che calma i nervi ma non fa venire sonno. E al primo figlio le incognite sono parecchie. C la vita conosciuta che si fa da parte per fare spazio a qualcosa di nuovo, la nostra vita dopo, dopo che il figlio sar nato stravolgendo tutto. In un paese di campagna, i pareri della gente non erano molto confortanti. Lo erano dal loro punto di vista, certo, ma non dal mio. Dicevano che finiva la mia vita di prima perch dovevo cominciarne unaltra tutta dedicata al figlio che sarebbe nato. Per chi non ha mai avuto figli  un pensiero complicato e pure abbastanza inquietante. Che voleva dire? Cosera, una forma di totale abdicazione a tutto il resto? E di me, che rimaneva?
Osacchio, tu che dici, sar una bella cosa? gli chiedevo nel buio totale della notte, toccandolo da sotto le coperte con la punta del piede.
Ogni volta che gli facevo quella domanda, lui starnutiva. Era come se gli suonasse allergica. E io mi spaventavo. Un cane nero, poi Nerissimo. Dalla tristissima figura e senza nemmeno un briciolo di sense of humour. Dopo lo starnuto erano solo occhi di brace che brillavano nel buio, quello strano colore che gli occhi dei cani assumono di notte e li fa somigliare a biglie luminose che appaiono fluttuanti a seconda dei movimenti che fanno con la testa. Certe volte, la presenza di Osac in quelle lunghe notti di insonnia mi metteva addosso un po di sgomento. Che ci facevo io in campagna? L, dove la notte era fonda, scura, dove i travi del tetto scricchiolavano e fuori cera la macchia, gi, oltre il cascinale dei vicini, solo macchia fino a un fiumiciattolo che non ero mai riuscita a vedere, me ne venivo via sempre prima. In quella casa dove mio padre era morto, quella casa che dopo la sua morte avevo tanto odiato. Vendila! dicevo a mia madre. Ma lei era indecisa, rimandava, ci era andata a vivere controvoglia e alla fine ci era tornata, sempre afflitta da mille dubbi che le impedivano ogni decisione. Erano passati dieci anni da quando mio padre era mancato. Delle cose pi importanti della mia vita non aveva visto nulla. E adesso, io che avevo la vita dentro, mi ritrovavo in quella casa della morte improvvisa. Il tempo di sentirsi una fitta al ventre, il tempo di chiamare unambulanza e poi essere intubato in ospedale. Tre ore in tutto. Un tempo breve. Almeno questo.
Quella notte, con Osacchino che dormiva con me sul letto nei suoi turbamenti, tra quei suoi versi allappati che gli venivano su da chiss quali sogni, accesi la luce. Mio padre non sapeva disegnare. Anzi, di disegno ne sapeva fare solo uno: la testa di un indiano sioux di profilo, che faceva con i gessetti colorati sulla lavagna che tenevamo in cucina. Il naso aquilino, la pelle color mattone, il copricapo di piume daquila. Le piume daquila rappresentano le preghiere, i raggi del sole e lenergia del Grande Spirito mi diceva a disegno finito. E io non riuscivo a capire comera possibile che uno tanto bravo a fare un disegno non potesse farne anche altri. Restava sulla lavagna qualche giorno, poi, il Capo Lakota veniva cancellato.
Osac alz la testa, ma non si volt a guardarmi, rest di profilo. E mi parve proprio quellindiano. Gli mancavano solo le piume. Dove un grande guerriero muore diceva mio padre, gli indiani fanno nascere un bambino, affinch ne prenda tutto il coraggio e pure la forza.
Spensi la luce. Nel buio sentii che Osacchio era rimasto nella sua posa. Riabbass la testa per rimettersi a dormire acciambellato ai miei piedi solo dopo un po. Ecco cosa ci facevo l: mettevo al mondo un figlio dove mio padre era morto. Sar un maschio dissi a bassa voce. Me lo sento.
Osac, nel sonno, fece ancora qualche sgrufolamento dei suoi. Nel silenzio della notte di campagna si sentivano solo quei versi di chi non trovava pace. Ma quella volta maddolcirono parecchio, e dormii otto ore filate senza nemmeno sentire i richiami della vescica.

7.

Nella casa di mia madre le camere da letto si trovano al piano di sotto. Al primo piano ci sono un grande salotto, un bagno e la cucina. Dinverno il piano di sotto viene riscaldato dalle sei del mattino fino alle nove e dalle nove di sera fino a mezzanotte. Per il resto del giorno  zona fredda. Ma il piano di sopra  praticamente un unico ambiente dove il televisore  quasi sempre acceso e quando viene spento  perch si accende la radio, o si mette della musica. Se si vuole leggere o lavorare bisogna andare al piano di sotto. E cos mi ero ricavata uno studio nella stanza degli ospiti, dove avevo messo una stufa a gas. Allepoca, stavo traducendo un romanzo di Annie Ernaux. E sempre allepoca, le traduzioni le scrivevo prima a mano in un quaderno, dove poi le correggevo, e in seguito le ricopiavo a macchina dove facevo le ulteriori e ultime modifiche. Scrivere a macchina era molto faticoso e faceva anche un gran rumore. Con la pancia che avevo, mi pesava stare tutte quelle ore seduta, ogni posizione era quella sbagliata e mi riempivo di dolori. Quando scendevo gi, Osac mi seguiva per incollarsi alla stufa. Non cera verso di fargli capire che in quel modo bolliva. Ogni tanto allungavo una mano per sentire a che punto stava, cercavo di spostarlo un po. Poi di stare l si stufava e voleva uscire. Allora mi mettevo il giaccone, aprivo la porta della stanza per attraversare il gelo del corridoio e arrivare alla porta del piano di sotto che dava sul giardino. Stava un po dentro e un po fuori. E io dovevo stare sempre allerta, perch quando voleva rientrare cominciava a dare delle forti zampate contro la porta. Chiusa l dentro, col rumore della macchina da scrivere elettrica, capitava che a volte non lo sentissi. Poi, in un momento di pausa, marrivava il boato, il fragore delle zampe, e allora mi rimettevo il giaccone e andavo ad aprirgli. Gelato, con il pelo quasi indurito, correva verso la stanza calda dove andava a rincollarsi alla stufa, cominciando a evaporare.
Quel pomeriggio stavo al telefono. Una telefonata lunga e litigiosa. Una telefonata che non finiva mai. Dallaltra parte dellapparecchio cera una persona che mi faceva domande snervanti, una dietro laltra. E voleva risposte precise, che non sempre riuscivo a dare. Le mie erano risposte che spesso si contraddicevano, perch le domande con le quali venivo tartassata erano molto strane. Era un po come stare in un commissariato. Mi veniva chiesto cosa avevo fatto il tal giorno di otto o dieci anni prima, cosa avevo mangiato, comero vestita. Mi si chiedeva se ero pi avvenente allora rispetto al presente. Perch nella tale fotografia avevo quel determinato sguardo. Chi me laveva scattata. E chi se le ricordava tutte quelle cose? E poi, anche quando ricordavo, le risposte che davo non soddisfacevano mai linquisitore che, in modo assai insinuante, mi obbligava a ritrattare per poi accusarmi di aver mentito. E la menzogna, mi si chiedeva, era la prima risposta data o quella estorta?  una cosa complicata da spiegare. Bisogna esserci passati per capire cos la gelosia retroattiva. Adesso che di tempo ne  trascorso tanto, per, non lo so pi bene nemmeno io cosera. Ma era una cosa che aveva coinvolto la mia intera famiglia. Quando questa persona era nei paraggi, loro avevano imparato a memoria un copione. Sapevano che il dato anno ero andata in un luogo di villeggiatura piuttosto che in quello dovero realmente stata, che avevo vissuto in una casa piuttosto che in unaltra.  difficile, e spiegare prenderebbe troppo tempo togliendolo al Trofic, ch questa  la storia sua e tutto il resto deve fare solo da contorno. In ogni caso, solo per chiarire almeno un po, non si trattava di inventare balle per il piacere di farlo, anzi, nella mia famiglia di questa situazione soffrivamo tutti moltissimo, perch per abitudine ed educazione la menzogna ci spaventa e paralizza. Ma quella persona aveva dei problemi, mi faceva le domande sul passato ma voleva sentirsi dare le risposte che desiderava, se io ne davo una diversa arzigogolava, e con una chiacchiera che non ti dico, caro lettore, fino a che non mi portava alla risposta che voleva, per poi, visto che la persona in questione stupida non era, entrare subito in una crisi terribile perch la risposta tanto desiderata alla quale maveva al dunque obbligata a giungere, lo capiva bene da s che non poteva essere quella vera. Era una persona fortemente disturbata e il medico che la teneva in cura mi aveva consigliato di assecondarla, ma non del tutto. Dunque, cercare di dargli le risposte che aveva in testa, cercare di intuirle, se poi vedevo che stavo per fare uno scivolone, tentare di rimettermi in piedi riavvolgendo il nastro. Aveva detto proprio cos. Io insistevo sul valore della verit, lui mi rispondeva che latteggiamento da assumere faceva parte della terapia. Sudavo freddo quando parlavo con il medico, clandestinamente. Aveva accettato di farlo perch gli avevo detto che non sapevo come muovermi in quella situazione per me cos spiazzante. Un giorno gli avevo confessato: Mi ha fatto una scenata perch laltro giorno mi  scappato di averci mangiato insieme dei totani con i mirtilli! Per il medico ci fu ben poco da spiegare. Un geloso retroattivo soffre l dove c pi esoticit nel fatto. Totani e mirtilli non  un piatto comune, dunque, il fatto che io li avessi mangiati nel passato e con un altro al mio fianco, lo turbava. Si chiedeva di certo se il fatto che io avessi mangiato un piatto cos poco comune col rivale che non aveva mai nemmeno conosciuto dovesse fargli incassare una voluttuosa gioia provata dallaltro dieci anni prima.
Ma devo raccontargli un mucchio di balle! gli dissi un giorno.
 una terapia mi rispose lui. In un caso tanto grave lei deve sapersi muovere. Lei non pu parlare a vanvera, non pu dire albicocca per poi arrivare a pesca. Deve imparare a intuire cosa c dietro la domanda, se ci riuscir gli dar subito la risposta giusta. Cio, quella che vuole sentirsi dire lui.
Ma non ho i mezzi per vivere in questo modo. Mi sento sotto torchio. E poi, mi scusi, io di storie precedenti ne ho avute pochissime, e lui si  fissato su una sola.
 normale, in questi casi i pazienti si specializzano. Si rendono involontariamente conto che non avrebbero le capacit di tenere tutto sotto controllo. Di nemico ne scelgono solo uno.
Io non so se reggo una situazione cos. Ci sono andati a finire di mezzo pure mia madre e mio fratello. Le rare volte che ci ritroviamo tutti e quattro insieme, tremo. Un po li ho istruiti, ma pi di tanto mica ci riescono. Ogni volta che mangiamo tutti insieme, ce ne stiamo l a tremare di paura. Soprattutto io.
Unalternativa ci sarebbe.
Quale?
Lo lasci e si riprenda la sua vita normale. Lo lasci nel suo brodo. Dia retta a me, da queste persone non si cava mai nulla.
Ma lei non lo sta curando?
Per riuscire a curare un paziente ci vuole la sua collaborazione. Lui viene qui, si siede e mi parla solo degli aggiustamenti dei dosaggi. Dice che ha bisogno di raffreddamenti, li chiama cos, come gli aveva insegnato a dire il suo precedente psichiatra. Dia retta a me, non ne caver nulla.
Aveva ragione e avevo cominciato a pensarci. Sarei stata di certo meglio rimettendomi a vivere come prima. Che me ne importava di preservare la testa di un mezzo matto? Se pure lo psichiatra lo diceva, se mi toglieva ogni speranza, se mi diceva che dovevo mentire, anzi, imparare a mentire giocando danticipo? Ma che razza di vita sarebbe stata? Un bel taglio netto e chirurgico, un po di dolore al principio, una spiegazione efficace: Sei matto, per un po ho pensato che mi facessi pure da terapia per non pensare ai casi miei. Adesso, invece, ho capito che mi fai precipitare. Ho gi abbastanza da fare con la mia paura delle malattie e anche con quella della morte. Devo badare ai difficili equilibri miei. Da sola ce la posso fare. Con te, temo di no.
Era un discorso perfetto, solo che nel frattempo ero rimasta incinta, me nero accorta dopo quel viaggio in Bretagna che avevo voluto mettere tra me e quella persona per riflettere meglio. Solo che essere incinta cambia un po tutte le prospettive, si viene avvolti dalla melassa, dallottimismo, da una fasulla forza universale, unillusione, una fantasia. Tutte le mie nevrosi, ad esempio, scomparvero quando entrai nel quarto mese.  una cosa strana da spiegare, ma un figlio che cresce dentro la pancia pare che invece di toglierti le energie te ne metta dentro di nuove. Dovrebbe essere il contrario, no? Sarebbe pi naturale. E invece, quando  un girino microscopico che sta l a navigare in tanto spazio ti rende pallida e stanca, appena comincia a prendere corpo eccolo che mentre tu lo nutri lui ti nutre. Mi sentivo fortissima, ero la figlia di un Capo Lakota, avevo un copricapo di piume, il Grande Spirito era in me e le aquile mi volavano intorno. Lo ammetto senza vergogna: sono stata vittima dellonnipotenza della maternit.
Bene, durante quella telefonata assai scaldante, la pazienza la stavo perdendo e cominciarono a partire gli insulti. Osac aveva fatto avanti e indietro gi tre volte, e ora era dentro, fumigante, accanto alla stufa. Mia madre era scesa al piano di sotto per portare in camera sua della biancheria, ma sentendo tutte quelle grida e sapendo a chi erano dirette, era entrata nel mio studiolo arrangiato, si era tolta il giaccone che aveva indossato pure lei per passare dalla zona fredda a quella calda, e ora stava l, seduta in poltrona a scuotere la testa, a dirmi a bassa voce: Ma chiudi, metti gi. Nelle tue condizioni ti fa male.
Ma siccome io ero onnipotente per via del figlio, non solo non mi tiravo indietro, ma ci andavo pure gi pesante. Minacciavo. Ricordo che lo minacciai anche fisicamente, come se una donna incinta potesse fare anche quello. Osac se ne stava appiccicato alla stufa a esalare dal pelo tutto il fumo, e non ho mai capito bene se la colpa sia stata di tutti quegli avanti e indietro che faceva tra freddo e caldo, o se sentirmi gridare cos lo abbia turbato fino a strizzargli le trippe. Lui, che da quando ero madre nemmeno mi saltava pi addosso. Possibile fosse pi sensibile del futuro padre? So solo che io continuavo a urlare al telefono, a minacciare di morte, a dire che mio figlio sarebbe nato orfano di padre se lui non la piantava. Che se ne restasse dovera, non venisse a trovarmi, non si facesse vedere il giorno del parto e Ma a quel punto gli occhi mi caddero sugli occhi di mia madre spalancati, pure sulla sua bocca, ugualmente spalanca come dicono da queste parti, e sulla sua aria sconvolta. Cercava di parlare, ma non ci riusciva. Accidenti, le stava venendo un colpo? Muoveva per le labbra e indicava qualcosa. Le chiesi: Ti stai sentendo male? Mi fece di no con la testa e io continuai a sbraitare, ma lei cominci a gesticolare e poi io sentii un gran puzzo e alla fine, recuperata la voce, mia madre si fece uscire dalla gola un urlo. Tappai con la mano la cornetta e rimasi senza fiato. Osac stava sbruffando schizzi di diarrea liquida in tutto lo studio, aveva gi raggiunto il divanetto e le due poltrone. Misi gi il telefono senza spiegare nulla al pazzo retroattivo. Misi gi e un attimo dopo il telefono ricominci subito a squillare, aggiungendo ansia allansia. Lo prendemmo entrambe per il collare nel tentativo di portarlo fuori anche se il danno era gi molto, ma mentre percorrevamo il corridoio, Osac continu con quel getto caldo, liquido e a spruzzo. Ci inond pantaloni e scarpe, le pareti del corridoio si chiazzarono. Giungemmo finalmente alla porta e lo buttammo fuori, anche se il pi era ormai fatto. Poi ci guardammo sgomente. E un attimo dopo, dalla porta chiusa male nella fretta, apparve di nuovo lui che entr in casa come una valanga e l, al caldo ritrovato, fece gli ultimi schizzi contro una cassapanca e poi, in quel pantano, cominci a correre avanti e indietro per comunicarci la sua grande gioia di essersi finalmente svuotato del tutto le budella.
Mio fratello non cera, quella era serata di coro ed era andato a cantare su in paese. Eravamo solo noi due in mezzo a tutto quello schifo.
Sar impossibile toglierla tutta disse mia madre. E poi il puzzo rester per sempre.
Nulla  per sempre le risposi io, che avevo ancora addosso tutto il furore di quella telefonata.
Ma durer almeno fino a che vivr io mi disse lei convinta.
E io non seppi davvero che risposta darle, anche perch l, al piano di sotto, non cera il pavimento, n di marmo n di cotto, come al piano di sopra, cera solo la moquette.
Lavorammo tutta la notte. Cominciammo a togliere il grosso con i giornali buttandoceli sopra fino a che ne restavano completamente inzuppati. Poi, con i guanti di gomma, li raccoglievamo e mettevamo in tante buste di plastica. Con una spugna bagnata lavammo quel che era arrivato pure sulle pareti. Spugna e secchio, che si riempiva a ogni immersione di maggior merda. Poi tocc al divano e alle poltroncine che per fortuna erano sfilabili, ma il liquame era passato impregnando pure la gommapiuma che quindi cominciammo a sfregare con quanta forza avevamo. Osac, ovviamente, in tutto quel lavorio stava sempre tra i piedi. Cera in lui un orgoglio che, nonostante tutto, mi metteva addosso un po di buon umore. La sua ottusit era il mio foraggio. Mia madre, invece, per un bel pezzo rimase cupa, disse che gli animali erano una schifezza e a prendersene uno in casa cera di che essere pazzi. E poi, con tutta la terra che cera intorno alla sua casa, per quale ragione farlo stare sempre dentro se era un lercio di quella portata? Le rispondevo che forse aveva preso freddo alla pancia. Se ne stava l a bollire per tanto tempo, e poi usciva al freddo. Gli faceva male. Lei scuoteva la testa, gliene fregava un bel nulla della pancia di un cane, pensava alla sua casa, alla moquette che avrebbe puzzato fino a che lei fosse stata viva.
Fu un lavoro cieco, affannato, del quale non si vedeva la fine, nemmeno si poteva intuire. Il puzzo cresceva a mano a mano che pulivamo. Senza accorgercene avevamo lavorato fino a notte fonda. Pi di quello non potevamo fare. Ci buttammo sotto la doccia una dopo laltra per toglierci tutto quello schifo di dosso. Osac lo lasciai a dormire al piano di sopra. Ma si mise subito a piangere disperato. Possibile mai che lo escludessi dalla mia vita solo perch se lera fatta sotto? Per fortuna le nostre camere da letto non erano state colpite. Ma stavano pur sempre al piano di sotto, che era tutto impregnato. Prima di augurarci la buona notte, ci abbracciammo e scoppiammo a ridere. Mia madre rideva senza riuscire a dire una parola. Avrebbe voluto dirne tante, ma lei rideva cos, in modo imploso e muto. Dopo, quando smetteva, alla fine qualcosa la riusciva a dire, ma meno di quanto avrebbe voluto, ch quel ridere mutilato un po di parole gliele aveva portate via. E quella sera, anche dopo, di cose non riuscimmo a dircene molte. Trovammo il ridicolo della situazione che ci sbalordiva. Era tutto molto terribile, era tremendo e comico insieme.
Ma quanta ne aveva dentro quel culo? mi disse allimprovviso.
E ricominciammo a ridere, sfinite, sullo stipite della porta della sua camera da letto.
Chiudila che altrimenti entra tutto il puzzo.
Come se non fosse gi dappertutto.
Ma che ore saranno?
Non saranno le risposi io, come ogni volta che mi faceva quella domanda. Sono. Quasi le due.
Accidenti. Presto, andiamocene a dormire. Finiamo domani.
Ma domani, cio oggi perch erano gi le due di notte, venne occupato in altro modo. Alle cinque mi svegli la mia vescica di donna gravida. Mi alzai assonnata e arrivai al bagno a tentoni. Sempre al buio mi sedetti sul water e l cominciai a urinare. Ma quasi mi ci addormentai da quanta ne facevo. Alla fine apersi gli occhi. Mica era possibile che ne facessi tanta. Allora accesi anche la luce, convinta di potermi almeno trattenere dal water allinterruttore, e invece mi portai dietro la mia scia. Mi fece impressione, guardai quel fiume scendere sulla maiolica bianca e cominciare a tingersi di rosa. Tutta la fatica della sera prima, quella provvisoria ripulitura, mi aveva fatto rompere le acque. Era il 25 di febbraio. Il nipote del Capo Lakota mi nasceva dunque con quasi due settimane di anticipo?
Andai a chiamare mia madre per dirle: Ci siamo. Sembrava non stesse nemmeno dormendo per come si alz in piedi, gi lucida. Preparammo insieme la mia valigia. Partimmo che era ancora buio. Allimprovviso mi venne una gran paura del parto. La tenni per me, ma mia madre se ne accorse lo stesso. Mentre guidava mi disse: Non avere paura, andr tutto bene. Del resto, come potrebbe essere diversamente con tutta la merda di stanotte! Ci venne da ridere. Non avevo nessun dolore, avevo solo perso le acque. Non mi aspettavo che accadesse cos. Certo, mi ero affaticata molto a raccogliere tutto quello schifo. Osac lavevo salutato appena. Mio fratello era tornato a casa tardi e lo avevamo lasciato dormire. Mi venne unapprensione grande. A un certo punto si sarebbe alzato e di sicuro avrebbe aperto la porta e Osac sarebbe uscito. E cosa avrebbe fatto non trovandomi n in casa n fuori? Mi aveva visto andare via di fretta e con una valigia. Era la valigia che mi preoccupava.
Dobbiamo tornare indietro a prenderlo dissi a mia madre.
A prendere chi?
Osac.
Ma sei matta? Stai andando a partorire. Guarda cosa ti viene in mente.
Ma sar agitatissimo. Mi verr a cercare, uscir dalla propriet, andr a finire sulla statale. Ho paura che possa perdersi, finire sotto una macchina.
E te lo vuoi portare dietro?
Lo teniamo in macchina.
Guarda che mica andiamo e torniamo. Chi lo sa quanto ci metti a partorire.
Non fa niente. Ci portiamo dietro il guinzaglio, la ciotola, un po di pappa. Tu scendi gi ogni tanto e gli fai fare un giretto.
Mi avresti chiesto una cosa simile anche se al posto suo ci fosse stato
Ma che dici? Quello era un omino, gli spiegavo tutto e lui capiva. Osac no, lui si far prendere dal panico. Come faccio a partorire con questo pensiero?
Dio mio, sei impazzita. Ma hai visto cosa ha combinato stanotte? E se mi fa lo stesso in macchina?
La mandiamo a lavare.
Vuoi portarti dietro quel cagone a tutti i costi?
S.
E tonammo a prenderlo. Lo trovai dietro la porta che ululava e tirava zampate e testate per buttarla gi. Appena mi vide fu sul punto di saltarmi addosso, ma si ferm in tempo e per un momento rimase in piedi, sulle due zampe posteriori. Gli misi il guinzaglio e di ciotole ne presi due, una anche per lacqua. Salt in macchina, ci vol dentro dalla contentezza, e per tutto il tragitto che ci port fino allospedale Beato Giacomo Villa non fece altro che rintronarci con un abbaiare che adott per loccasione, un vocione che si sforzava di far uscire in falsetto, ma che non gli riusciva sempre e cos suonava buffo, un po come quando un cantante prende una stecca.
Comunque si faccia non gli va mai bene niente disse mia madre mentre guidava lungo la salita sterrata. Comunque vada, abbaia e urla da spaccarti i timpani.
Non  vero,  contentissimo le risposi io. Non gli sembra vero che sono tornata indietro a prenderlo. Tu non sai distinguere le sue voci, questa  solo felicit.
Va bene, va bene. Ma guarda un po te
Lasciammo la macchina nel parcheggio dellospedale. I finestrini appena aperti, giusto per fargli avere un po daria in quella giornata tanto fredda. Il cielo si stava solo schiarendo, non ci sarebbe stato il sole, sarebbe stato uno di quei cieli bianchi e nordici che mi mettono sempre addosso una gran malinconia. Era comodo partorire in inverno, si soffrivano di meno le pene della pancia. Mi dispiaceva, per, far nascere mio figlio nella stagione fredda. Sono sempre stata convinta che per venire al mondo andasse bene qualsiasi altra stagione. E poi, visto lanticipo con il quale arrivava, non avrebbe potuto anticipare ancora un po e nascere sotto il segno dellAcquario come suo nonno? E invece mi nasceva un figlio dei Pesci. Non che io ci capissi molto, ma dato che le possibilit erano solo quelle mi ero fatta un po di istruzione in materia. E i Pesci erano comunque un segno doppio e faticoso. Gente altalenante. Un giorno sono convinti di essere dei leader e poi lultima ruota del carro. Attaccati alla famiglia, ma sentimentalmente ricattatori. Mah tutte stronzate, mi dicevo tirando fuori la valigia e cercando di bloccare il testolone di Osac che voleva scendere con noi. No, tu te ne stai qui buonino, eh? E non ti mettere a fare il matto che io ne ho di cose da fare. Ti ho portato, siamo a un tiro di schioppo, ogni tanto mi affaccio per farti un fischio, ma tu buonino, eh?
Venni colta da un vento rabbioso e gelato, anche da qualche sottile sferzata di pioggia simile ad aghi congelati. Mi sarebbe piaciuto farti nascere in estate, figlio mio, o in unavanzata primavera, o in settembre, come me, pensai andando verso laccettazione.
Ho perso le acque dissi in portineria allinfermiere di turno. Non so nemmeno se ho finito, forse le sto ancora perdendo.
Mi fecero la scheda e mi mandarono al secondo piano, al reparto maternit. Lostetrica, la signora Lucia, ormai la conoscevo bene, ceravamo viste gi parecchie volte. Una donna eccezionale, sempre ottimista su tutto, con una messa in piega impeccabile, come se nemmeno dormisse, sembrava sempre appena uscita dal parrucchiere. Ho i miei segreti diceva ridendo. E poi una pelle bellissima, nemmeno una ruga anche se allepoca doveva avere almeno una sessantina danni. Ce ne spendo di soldi per questo faccione mi confidava. Ed era sempre profumata, con un camice bianchissimo, vedova da molti anni, con un unico figlio ormai grande. Era una donna allegra e malinconica insieme. Con le mie ipocondrie si divertiva parecchio. Non cera stata visita in cui non le avessi detto che con quella gravidanza avevo paura di morire. Non durante la gravidanza specificavo, durante il parto. Ogni volta lei batteva le mani divertita e mi ripeteva che dovevamo pensare a partorire, mica a morire. Una volta, vista la mia tensione nervosa, le presi una mano e le feci giurare che comunque fossero andate le cose ci avrebbe tenuti in vita tutti e due, me e il bambino. E lei, con il suo bel faccione idratato da costosissime creme e ben truccato, me lo giur.
Ero stata ricoverata in una stanza con due letti. Al momento non cera nessuno e mia madre poteva restare con me. Dopo una mezzora arriv la signora Lucia che mi visit.
Le acque le hai perse, ma non  ancora tempo di partorire. Aspettiamo. Abbiamo almeno ventiquattrore di tempo. Poi, se non cominciano i dolori, ti facciamo una bella flebo che te li fa venire, aspettiamo che la dilatazione arrivi a nove centimetri, poi si fa lepidurale
Nemmeno per sogno le risposi. Dellepidurale non se ne parla nemmeno.
Vuoi soffrire come disse nostro Signore a Eva prima di buttarla fuori?
S, voglio soffrire, me lo voglio gustare proprio tutto questo parto. Sa,  il primo e lultimo che mi faccio, vorrei poter finire questa esperienza dicendo di averla compresa per intero.
Se ti va di soffrire, accomodati pure. Per io ti conosco, non  che hai pi paura dellepidurale che del travaglio?
Beh, lidea di stare paralizzata dalla vita in gi
E lo sapevo! Che vuoi che ti dica, se chai leroismo, io mica te lo posso impedire.
Un bel parto allantica, eh, signora Lucia? Tanto, dicono che i dolori si dimenticano subito dopo.
Che si dice  vero, per dipende pure dal soggetto. Comunque, noi si fa come chiedi, se poi ci ripensi si fa sempre in tempo.
Posso mangiare?
Mi dispiace. Giusto una minestrina a pranzo e unaltra a cena. Domani ti devono fare il clistere e poi, se le doglie non cominciano da sole, bisogna provocarle.
Ma perch non si pu mangiare?
Lo vuoi proprio sapere? Guarda che ai fifoni come te, certe cose sarebbe meglio non dirle.
Lo voglio sapere le risposi deglutendo una manciata daria.
Si sta puliti nel caso si debba intervenire con un cesareo.
E poi, conoscendomi, mise le mani nelle tasche del suo grembiule immacolato e usc dalla stanza. Ne sentii i passi da mezzo tacco allontanarsi lungo quel corridoio sempre tirato a cera.
Dalla finestra della mia stanza non si vedeva il parcheggio. Per vederlo dovevo fare tutto il corridoio e poi prenderne un secondo e percorrerlo per met. Lui era l, seduto al posto di guida, con lo sguardo fisso nel punto in cui mi aveva vista scomparire. L ero uscita dalle sue retine e da l dovevo riemergere. Mi commosse. I cani mi hanno commossa sempre: i miei, quelli degli altri, i cani nei film, nelle fotografie. Lui mi commuoveva un po pi degli altri per lo spaesamento nel quale viveva, per la tenebrosit del suo mondo, per come lo vedeva tenebroso lui. Un cane in allarme, sul chi vive, pronto a tutto pur di conservare quanto aveva conquistato cos a fatica. E la sua pi grande conquista ero io. Mi sarebbe piaciuto aprire la finestra e fargli un fischio. Vedere lespressione stupita che avrebbe fatto: cyzzy fyy? (cazzo fai?) Ma poi? Poi avrebbero dovuto chiamare i pompieri. Con la sua furia avrebbe fatto esplodere la macchina pur di uscirne. Osac, la furia che mera stata destinata, quella capacit di egiziaco affetto, ciclopico, mostruosamente enorme. Se ne stava l, concentrato, di profilo, con quel gran bel naso: laraldico cane. E io, da una finestra dospedale di campagna, con la pancia piena di un futuro Capo Lakota che da l a poche ore sarebbe venuto al mondo, lo guardavo. Mica me ne rendevo conto che stavo per diventare madre. Ormai mancava davvero poco, ore, al massimo un giorno. Una volta perse le acque, il figlio deve venire fuori, mica ci pu restare a lungo l dentro dove non ha pi tutti i suoi conforti.
Quella notte dormii profondamente insieme a mia madre. Osac aveva mangiato e fatto i suoi bisogni al guinzaglio. Io non ero potuta scendere perch ormai ero ricoverata. Prima di mettermi a dormire ero tornata a guardarlo dalla finestra. Stava nellidentica posizione. A bassa voce gli dissi: Dormi.
Il mattino dopo non avevo nessun sintomo e mi fecero la flebo. Cosa ci fosse in quel liquido color dellacqua non lo so, ma dopo poco cominciarono le doglie e mi attaccarono a un apparecchio che le anticipava in un grafico. Trovai strano poter vedere quando le passate di dolori stavano per arrivare, intendo dire saperlo un attimo prima. Pensai che qualche volta la macchina potesse sbagliarsi, e invece non si sbagliava mai. Il disegno si allungava verso lalto formando una specie di montagna dallangolo molto acuto, ed ecco i dolori che progredivano con la stessa intensit.
 terribile dissi allostetrica.
Non  niente,  solo linizio. Quando mi dirai che stai per morire, allora vorr dire che sta per nascere. Fate tutte cos, cominciate a gridare muoio muoio e un momento dopo nasce il cittino.
Mi venne un colpo. Eccola che tornava, la morte. Un soffio, un venticello. Proprio l dove cera stata per davvero. L dove lavevo visto per lultima volta, senza fare in tempo a trovarlo vivo. La canottiera di lana a maniche corte, le grandi braccia lungo i fianchi, gli occhi verdi ancora aperti, gioiosi, come avessero visto allimprovviso qualcosa di inaspettato. Padre mio che sei nei cieli. E il grafico salzava e sabbassava. Ce lavrebbe fatta il mio cuore a sopportare tutto quel dolore?
Ho bisogno di zucchero dissi a mia madre. Se posso mangiare dello zucchero so che sopravviver.
E dove te lo vado a trovare? mi rispose lei.
Dal primario disse lostetrica. Con tutto il caff che si prende ha una scorta di bustine
Le cominciai cos le doglie, con locchio fisso sul grafico. Appena cominciava a salire ingollavo una bustina di zucchero. Ogni tanto lostetrica mi dava una controllata, ma di dilatazione non se ne parlava.
Con calma diceva. Con queste cose ci vuole pazienza. Prima o poi ti dilaterai.
Ma non mi dilatai e cominciarono a parlarmi di cesareo. Non proprio una certezza, ma unipotesi, una probabilit. Se non mi dilatavo entro un determinato periodo di tempo, non cera altra soluzione. Chiesi allostetrica se cera un metodo, magari di quelli anche molto antichi, che facesse dilatare.
Ci sarebbe la dilatazione a mano mi disse.
E allora me la faccia.
A mia madre dissero di allontanarsi e le consigliarono di non restarsene dietro la porta, di andare proprio dalla parte opposta dellospedale, di uscire a fare una passeggiata, magari anche di tornarsene a casa. Le presi una mano e le dissi di stare tranquilla.
Non me ne vado mi sussurr. Sto qua fuori.
Resta, ma va dove non mi senti.
La dilatazione a mano  una specie di preghiera. Lostetrica sta a mani giunte, ma te le infila dentro, e quando sta dentro apre, cio dilata. E di sangue ne esce a fiotti, il dolore  lancinante, le doglie sono uno scherzo al confronto. Anzi, mentre ti dilatano nemmeno le senti pi. Pensai che fatta una volta quella macelleria stavamo a posto. Una cosa brutale, ma unica e sola. E invece la dilatazione a mano ha i suoi tempi, anzi,  un po come andare indietro nel tempo. Basta sentir dire a mano, e uno lo dovrebbe capire subito che  cosa lenta. Come la pasta, un pullover, una sedia. Se una cosa viene fatta a mano non sar mica come quando la fa una macchina.  fatta a mano. E quella preghiera di sangue venne ripetuta per sette volte, e io gridavo come un maiale allo scanno, come chi davvero se ne muore versando tutto il sangue che ha, standoci come si sta in una pozza. I guanti insanguinati dellostetrica un po mi stavano dentro e un po uscivano fuori. E mentre io urlavo con quanto fiato avevo, mentre chi mi dilatava sudava perch stava facendo una gran fatica, a un certo punto saffacci uninfermiera che disse:
Ma de chi  sto cane chabbaia come n matto?
Quale cane? chiese lostetrica.
Qui sotto, dentro na macchina disse linfermiera. Ma come fate a nn sentillo? Sta facendo linferno, sembra mpazzito. Pare che cha la rabbia.
E senza dare molto peso alla questione, lostetrica mi disse che eravamo pronte per andare in sala parto. Eravamo. Aveva usato il plurale. E non vennero a prendermi con una barella. Tra quellordine dato in modo tanto perentorio e le urla di Osac, che ormai sentivo pure io, mi alzai dalla mia pozza di sangue dovuta alla dilatazione a mano e sentii la camicia da notte incollata al sedere, il sangue che colava dappertutto. E cos, in quel modo surreale, entrai con le mie gambe in sala parto dove cera anche un ginecologo, il dottor Armento. Un ginecologo. Io non cero mai stata in vita mia da un ginecologo, solo donne. E adesso mi ci toccava partorire. Se ne stava dritto in piedi ad armeggiare dentro non ricordo cosa e, senza nemmeno guardarmi, mi disse di accucciarmi a terra su dei fogli di giornale che aveva messo apposta.
Accucciati l e sforzati un po, come per fare la cacca mi disse, dandomi subito del tu.
Ma dovero finita, in quale scannatoio? E Osac continuava a gridare. Lo immaginavo: il muso contro il finestrino chiuso quasi del tutto, solo un filo aperto per far passare laria, i vetri appannati dal suo furore, la bava schiumosa del pazzo, locchio arrovesciato, le testate, le zampate. Il mio salvatore tenuto in gabbia. E mi accucciai tenendo sollevata quella camicia da notte celeste chiaro con dei fiorellini bianchi. Sui fogli di giornale cominciai a veder scendere dei liquami schifosi. Fosse riuscito a sfondare il vetro del finestrino, Osac sarebbe entrato in ospedale come un forsennato, mavrebbe trovata a naso e l, sulla porta della sala parto che avrebbe spalancato, divelto con una spallata, sarebbe rimasto immobile per un momento, lo sguardo sanguinario suo a roteare, e poi sarebbe saltato al collo del ginecologo Armento. E invece me ne stavo l, sola, a sforzarmi come mera stato detto. Il ginecologo sera voltato per un istante e aveva aggiunto che se nello sforzo ci scappava pure un po di cacca per davvero non dovevo farmene un problema. Avessi avuto un coltello glielavrei lanciato in pieno petto. Razza di stronzo. Il parto e lumiliazione, come fosse cosa naturale. Mi sentii bestia, brutale, ma provai un vegetariano rispetto verso tutto ci che era vivo, salvo il ginecologo Armento. Qualsiasi dolore avessi provato, qualsiasi tortura avessi dovuto subire, giurai che non avrei mai detto: Muoio!, non davanti a quello stronzo. E se ci dovevo morire lavrei fatto gridando solo versi di dolore, senza parole, o magari con le parole di Osac, quelle senza le vocali che nessuno avrebbe mai capito. Imbecille, che razza di cacca potevo mai fare se mi avevano fatto un infinito clistere per togliermi via tutto? Incrociai lo sguardo dellostetrica. Ci capimmo.
Forza, salta su! disse lArmento facendo lo spiritoso.
Vorrei vedere te gli dissi.
Quel tu lo colse di sorpresa e lo lasci molto perplesso. Lo mise di malumore. Adesso s che cera di che divertirsi. Adesso avremmo visto chi di noi due era il pi forte. Non me ne importava niente della mia condizione subalterna. Subalterna a cosa? Solo perch io sono gravida e tu devi farmi partorire? pensai, racimolando le forze per salire da sola su quella macchina infernale e divaricante. Ero sudata, avevo tutti i capelli appiccicati in testa, ero sporca di sangue dappertutto, fuori pioveva e cera pure la nebbia. Era da un po che non gridavo e Osac sera placato. Era come lo vedessi: attento, attentissimo, molto concentrato, pronto a ricominciare al primo gemito mio. Adesso era tutto amplificato, pure i miei respiri sentiva, pure il battito del mio cuore, pure quello di mio figlio. Dovevo concentrarmi anchio, ripetermi nella testa le lezioni del corso di preparto che avevo fatto lultimo mese con la dottoressa Mangiabene. Andavo da casa di mia madre a un paesino a sette chilometri di distanza, e poi parcheggiavo su una piazzola scarna, senza nemmeno un albero, in terra era sempre ghiacciato e per arrivare in quel piccolo studio dovevo stare attenta a non scivolare. Le lezioni cominciavano sempre con me che stavo sdraiata su un lettino e lei che mi chiedeva di chiudere gli occhi e pensare a qualcosa di bello. A quella frase mi veniva sempre voglia di mandare tutto allaria. Mi faceva saltare i nervi. Pensi a qualcosa di bello. Perch mi ero iscritta a quellimbecille corso preparatorio? Perch mero fatta prendere da quella febbre mammesca? Non ne avevo letto nemmeno uno di quei libri dalle copertine melense e rivoltanti sulla gravidanza. Non ne avrei comprato nemmeno uno su come si alleva un bambino. Che ne sapevano del mio? Per quale ragione ci dovevano essere delle regole che valevano per tutti, pure per un Capo Lakota? Lunica cosa che mera parsa utile, erano state le lezioni sulla spinta tenendo strette le maniglie, quelle che si dava per scontato ci sarebbero state pure ai lati della macchina infernale e che invece non cerano manco per niente. Mi ci ero fatta venire una ciste sul polso destro per quanta veemenza ci avevo messo in quelle lezioni. Bene, adesso di fronte a quellArmento, mento sul quale mi stavo concentrando guardandolo come fosse il mio bersaglio, radunai le forze sulla spinta.
Intorno a me, oltre allostetrica e al ginecologo, cera pure una giovane infermiera che mi stava facendo venire le madonne per una frase che mi ripeteva in continuazione pensando di essere di conforto: Forza, e faccelo vede pure a noi sto cittino! Che rabbia mi stava salendo su. Ma si pu partorire con dei nervi tanto a fior di pelle per lidiozia altrui? Uno mi voleva far andare di corpo con lintestino vuoto, questaltra voleva a tutti i costi vedere il mio cittino. Che gliene importava a lei? Niente. A una che passa la vita in sala parto, cosa gliene pu importare di un cittino in pi o in meno?
Me ne stavo a gambe larghe, con una luce ben piantata sulluscita, gli occhi dellostetrica e dellArmento puntati proprio l.
Spingi! mi disse quel cretino. Spingi pi forte!
Io stavo spingendo, che si credeva, che me lo volevo tenere dentro? Quella storia delle mamme che appena hanno partorito rimpiangono la pancia era una balla, una stucchevole melassa. Io me ne volevo liberare di quel pallone. Fosse stato per me, la gravidanza doveva durare come quella dei cani. A un certo punto lostetrica disse che ci dovevamo sbrigare, il cuore del bambino cominciava ad affaticarsi. Non poteva essere vero, pensai, avevo mandato gi tanto di quello zucchero che qualcosa doveva essere arrivato pure a lui. Non ce lo poteva avere il cuore affaticato.  tutto a posto, vero, Osacchio? Io non grido e tu non abbai. Ma non lo so, bello mio, per quanto tempo ce la faccio a non urlare.
Allora vidi che mi facevano uniniezione proprio l, alluscita, e poi sentii di solo udito il taglio, la lacerazione delle carni, una specie di screpolo, di divisione.
Spingi! Spingi!
E per facilitare loperazione, lArmento mi punt un gomito allaltezza della bocca dello stomaco e spinse con quanta forza aveva. Le mie mani strette alla finta pelle della macchina infernale allentarono la presa. Lui era alla mia sinistra. Alla mia sinistra, dunque a portata della mia destra. E il cazzotto part, fortissimo, lo presi sul bicipite e sperai di averglielo spezzato.
Ma cosa fa? mi grid, dandomi allimprovviso del lei. Come se il cazzotto avesse rimesso a posto pure la sua maleducazione.
Lostetrica impallid, lArmento si tenne stretto il braccio con la mano sinistra, prov a massaggiarselo. Devo averlo preso per bene, pensai. Proprio su un muscolo, magari anche su un bel nervo. Quasi quasi gli dico di accucciarsi, di fare anche lui un po di cacca sui giornali che stanno ancora in terra e a guardarli fanno schifo. Ma venni colta da fortissimi dolori. Eravamo io, lostetrica e linfermiera. LArmento era scomparso. Sar andato a cercare del ghiaccio? pensai. A chiedere al primario se pu sporgere denuncia? E io che faccio, dico che muoio? No, non lo dico, lo penso e lo tengo per me mentre ricomincio a urlare. Se in ospedale c una cappella, mia madre sar l a pregare la Madonna di non farle morire la figlia dove le  morto il marito. E si star dicendo che  stata proprio una gran pensata delle mie. Cerano tanti posti per mettere al mondo un figlio, dovevo scegliere proprio il Beato Giacomo Villa?
E poi successe. In un istante solo. Vidi le mani e le braccia dellostetrica sollevarsi come fossero richiamate da una calamita. Dal centro, precisamente dalla mia uscita, fecero un semicerchio in velocit, come tenendo in mano una meteora. Ne vidi pure la luminosa scia.
Cos? gridai spaventata.
Lhai fatto mi rispose.  venuto gi, Madonnina santa che pare che lhai catapultato!
Finito. Lo sentii piangere. Quella era dunque la voce di mio figlio, una voce che fino a un secondo prima mera stata muta dentro. E prima di lavarlo, me lo misero sul petto cos come mera uscito: unto, cremoso, dal selvatico odore di visceri. Ed era urlante, aveva il labbro di sotto ad acquasantiera. La bocca era spalancata, e il mio primo bacio glielo diedi l, in quel buco nero che sapeva delle trippe mie.
Dopo ci fu la vendetta dellArmento. Me la dovevo aspettare, era un uomo bieco, un bovaro, a parer mio pure beveva. Torn per mettermi i punti, il braccio al collo tenuto da un fazzoletto. Si sedette davanti a me. Ero stanca, ma mi sal un odio profondo. Nessuna donna dovrebbe mai trovarsi in quelle condizioni di fronte allo sguardo di un uomo. Ci dovrebbero solo essere donne a fare questo mestiere. Accanto a me cera lostetrica e alle mie spalle sentivo linfermiera che lavava il mio cittino. Poi venne avvolto in un lenzuolo verde e linfermiera and via di corsa per metterlo nellincubatrice. Appena nato e gi me lo toglievano.
Eh, ce navrai di tempo mi rispose lArmento ridandomi del tu.
Del resto, nella posizione in cui stavo, tumefatta comero, con il lavoro di cucitura che stava facendo, sera ringalluzzito. Non sentivo un vero e proprio dolore, giusto una pizzicata ogni volta che lago mi bucava le carni. Poi, a lavoro ultimato, bussarono alla porta. LArmento disse avanti ed entr un medico piuttosto giovane per chiedergli uninformazione. LArmento non si accontent di dargliela e farlo andare via, dato che il medico era rimasto discretamente sulla porta. Per portare a fondo la sua vendetta gli disse:
Vieni un po qua a vedere che bel lavoretto che ho fatto.
E il giovane medico si avvicin. Le loro due teste di fronte al mio sfracello, alle mie parti pi intime gonfie e ricucite come si fa per un involtino, un arrosto di vitella. E il giovane medico stette al gioco. Chiss, magari avevano concertato tutto prima, quando lArmento era uscito. Capace che gli aveva detto: Ho appena fatto partorire una stronza che mha mollato un cazzotto sul braccio. Ma forte, eh? Tu a un certo punto bussa che le diamo una lezione. E il giovane medico sera fatto avanti, era entrato, e davanti a quello spettacolino fece un sorrisetto e rispose al suo collega:
Un capolavoro.

8.

In ospedale rimanemmo per quasi una settimana. Io stavo abbastanza bene, a parte qualche ora di febbre durante il giorno. Mio figlio, invece, aveva littero. Cosa che mi spavent a morte, ma che lostetrica mi garant essere normalissima. Ogni tanto me lo veniva a prendere e togliendolo dalla culla che stava accanto al mio letto diceva, rivolgendosi direttamente a lui: Vieni, che si va in discoteca! e lo portava nellincubatrice, dove io andavo a guardarlo illuminato da tutta quella psichedelica luce fino a che ce la facevo a stare in piedi con i punti che tiravano. Doveva averli stretti in quel modo apposta. Lo guardavo il figlioletto mio pi giallo di un cinesino, tutto nudo accanto un altro che era nato il giorno prima. Ma quellaltro era pieno di peli, pure sulla schiena.
 normale? chiesi un po spaventata.
S, poi li perdono mi rispose uninfermiera di passaggio.
Osac era stato riportato a casa. Faceva troppo freddo perch restasse altre notti in macchina. Ma quando vide salire in auto solo mia madre, quando lei mise in moto per abbandonare quel posto dovera stato tanto di vedetta, si volt verso il Beato Giacomo Villa e non abbai, si mise proprio a piangere, una cosa acuta e lancinante, un accoramento che mia madre giur di non avergli mai sentito fare prima. E pure lei, che verso gli animali non ha una predisposizione sua naturale, ma sempre imposta da tutti noi della famiglia, si commosse, rallent e gli disse di saltare davanti, di mettersi seduto come un omino accanto a lei. E cos, tutta la strada del ritorno la fece rassicurandolo, dicendogli che stavo bene, ero solo diventata mamma e presto saremmo tornati in due. A quel punto, io non cero ma lei me lo assicur, si era messo a fare un ringhio di sottofondo che alternava al pianto. Poi aveva abbaiato due volte, una verso mia madre, quasi assordandola, e laltra voltandosi indietro anche se dellospedale non cera pi nemmeno lombra. Per precauzione lo portavano fuori con il guinzaglio quattro volte al giorno e per il resto del tempo lo tenevano in casa. Era meglio non rischiare. Che ci metteva a venire su in paese come una pallottola? Non ci metteva niente, il senso dellorientamento ce laveva ben sviluppato, sera dovuto arrangiare per molti mesi dopo labbandono della sua prima famiglia. Non cera morto con quellabbandono, cera solo arrivato molto vicino, per il resto aveva imparato un bel po di cose. Certe volte lo vedevo quando me lo portavo a spasso per Roma, in un quartiere nuovo, a un certo punto usmava con quel gran tartufone nero, socchiudeva gli occhi. Si orientava. Riconosceva luoghi, odori, veniva travolto dalle rimembranze. Poi starnutiva e tornava tutto come prima: Fyncyly! (Fanculo!)
Mi raccomandai pi volte, soprattutto con mio fratello che era laddetto alle passeggiatine al guinzaglio dentro il giardino. E dovevano stare attenti soprattutto quando aprivano e chiudevano la porta di casa. Quello era un momento pericoloso. Poteva sgattaiolare fuori. Loro mi rispondevano che tenevano sempre il cancello chiuso. Ma che non lo conoscevano? Che ci metteva a scavare una buca sotto la recinzione? E poi via, su per la stradina sterrata in salita, e poi sulla statale, senza nemmeno unindecisione, fino al Beato Giacomo Villa.
And tutto liscio. Non riusc mai a scappare di casa per venirmi a cercare. Tornai a casa io dopo una settimana, nei primi giorni di marzo, con una pioggerella sottile che veniva gi da un bel po di giorni in quellatmosfera lattiginosa che era calata sulle colline e sembrava volerle coprire proprio del tutto. Se in casa si apriva una finestra, di quel bianco denso ne entrava dentro un po. A tirare fuori una mano si sentiva quella pioggia sottile e persistente che la bagnava tutta in un istante. Tornammo a casa cos, il piccolo Lakota e io.
Accidenti, sembrava ti scannassero mi disse mia madre in macchina. Non cera punto dellospedale dal quale non ti sentissi. Ma perch non ti sei fatta fare lepidurale? Potevi chiederla anche allultimo. Anzi, potevi chiederla prima che ti facessero quel bel servizio a mano. Ma perch?
Perch me la volevo godere proprio tutta questa avventura. Mica si fa un figlio tutti i giorni. Per quel che mi riguarda, poi, ho limpressione che questo sar pure lunico. Perch dovevo essere addormentata quando nasceva?
Ma con lepidurale sei addormentata solo dalla vita in gi, lesperienza te la godevi tutta lo stesso.
Ma sarebbe stata una cosa ingiusta. I figli soffrono per nascere. Hai visto che razza di testa a dirigibile che ha? S sforzato talmente tanto per uscire che gli si  allungata la testa. E io dovevo starmene l tranquilla a vederlo soffrire? Doveva cominciare cos?
Mah, chi ti capisce  bravo
Ho voluto una cosa antica. Dove ci fosse pure il bestiale. Lunica nota stonata era quel dottore
Ha fatto il giro del paese la tua prodezza. Ormai lo sanno tutti che gli hai tirato un cazzotto.
Mi stava ammazzando.
S, ma dai. Ti stava aiutando, con quel gomito spingeva il bambino.
Non ceri e non lo puoi capire.  stato volgare, arrogante
Chi va con lo zoppo
Chi  lo zoppo?
Indovina.
Spegnemmo il motore in garage e lo sentii dietro la porta dare colpi uno dietro laltro, in forma quasi ritmata, musicale.
Senti, io resto qui in macchina col bambino disse mia madre. Il primo incontro fatevelo da soli, ma sta attenta alla pancia, eh? Sei ancora tutta dolorante, e hai i punti. Fallo stare tranquillo, non lo aizzare.
E cos feci. Apersi la porta e ne usc la furia. Ma una furia tornata bambina, saltellante. Sembrava avesse le molle. E poi faceva strani passettini, un po da cavallino, da pony al circo. Mi girava intorno con quellalzata elegante di zampe anteriori che si muovevano come seguendo una marcetta paesana. Ce ne restammo un po sul piazzale a farci le feste, lui urin pure a lungo distribuendola su tutti i tronchi dalbero che aveva a portata di mano. Era cos contento che tra uno e laltro non riusciva nemmeno a trattenerla e se la portava dietro sgocciolante. Ridevo. Quella volta, forse, ha riso pure lui. Poi scese mia madre. E poi lui si rese conto che non era finita l e si mise seduto al centro del piazzale. Cambi faccia e ringhi.
Osacchio.  un frugolino.  il mio. Adesso te lo faccio vedere. Ma piano pianino, eh? Mi raccomando.  piccino piccino picci.
Mia madre scese dalla macchina scuotendo la testa. Io andai verso di lei, mi chinai verso i sedili posteriori e presi la culla dove il cittino dormiva tutto ben coperto. Lui mi venne addosso di corsa, poi si ferm allimprovviso a pochi centimetri da me. Si sollev sulle zampe posteriori, usm, cercando di dare una sbirciatina. E poi ringhi profondo. Mi fece vedere tutti i denti.
Osac! gli dissi molto stupita.
E lui stacc una corsa. Se ne and su per il greppo in quella tarda mattinata di sabato. Si mise a correre tirando su tante zolle di terra, poi scomparve nel bianco e ne sentii solo il galoppo andare come in tondo.
Mia madre e io entrammo in casa.
Hai visto che roba? disse lei.
 geloso.
 un pericolo, te lo dico io! Dammi retta. Di giorno deve stare fuori. E la notte te lo scordi di portartelo gi in camera con il bambino. Di notte dormir qui allingresso.
Chi ero? Ero unaltra. Non opposi nessuna resistenza. Oltre a quel  geloso non andai. Se a quel cane sarebbe stato difficile, direi impossibile, raggiungere laltro che laveva preceduto, se non ce lavrebbe mai fatta non so se per mio partito preso o perch davvero i grandi amori, di ogni genere, non si ripetono quasi mai, adesso si stava capovolgendo tutto. Nel qui e ora di quel preciso momento, con quella culla sotto il braccio, il cittino Lakota che dormiva, il mondo si stava un po liquefacendo nellaria lattiginosa di quella giornata. Il primo, il mio Rebecco, e il secondo, che dintuito animale lo perseguitava sperando di raggiungerlo, cominciavano a diventare un po pi cani. Non so perch, ma mi venne in mente la frase di un barbone di Via Nazionale che, seduto a un bar, non faceva che scrivere e scrivere riempiendo un quaderno dietro laltro. Di lui ero molto curiosa, ogni volta che gli passavo davanti allungavo il collo anche se di quella calligrafia minuta, e a tale distanza, non ci potevo capire nulla. Una volta, percependo il mio interesse, da un quaderno strapp una striscia e me la diede. Cera scritta questa frase: Se gli animali potessero parlare, parlerebbero solo di cibo. La lessi e poi la gettai, non concordando affatto. E continuavo a non concordare, per mera venuta in mente. Era offensiva, ma poteva anche essere giusta? E lo potevo pensare io che ai cani davo un temperamento, una voce, parole e ragionamenti? Di tutta quella confusione compresi solo una cosa: stavo diventando madre.
Osac non li prese bene quei cambiamenti. Stare fuori non gli piaceva, gironzolava un po e poi si metteva a piangere dietro la porta. Diversamente dalle sue abitudini era meno violento, al cambiamento opponeva il pianto, la continua lamentazione. Allora uscivo fuori e stavo un po con lui, passeggiavamo in quellettaro di terra recintato, ogni tanto gli mettevo il guinzaglio e ce ne andavamo lungo la stradina sterrata, nel freddo di un inverno che sostinava pure se ormai era marzo. In quei momenti era felice, trotterellava, correva dietro al bastone che gli lanciavo. Ogni bastone durava al massimo quattro lanci, poi lo sbriciolava. Pezzetti di legno marcio a pendergli dalla bocca insieme a un po di bava. Dalle froge del naso usciva quel suo respiro quasi condensato che poi si disperdeva nellaria come fumo di sigaro. Mi guardava sempre, camminava e si voltava a guardarmi come a chiedere un programma futuro, una garanzia. Rivoleva la solidit che sentiva scivolargli via, i nostri punti fermi: i pomeriggi in studio, mentre io traducevo e lui dormiva accanto alla stufa a gas, le sere in salotto davanti alla televisione, le notti sul letto. Come ci dormiva allingresso? Glielo chiedevo e lui corrugava la fronte, starnutiva, sgrullava la testa. Solitudine notturna, molti sospiri. Qualche volta non resistevo. Di notte mi alzavo e andavo su a fargli una carezza, a dargli un biscotto che lui si portava a cuccia ma non mangiava, come a dire che non di solo cibo avrebbe parlato lui se per esprimersi avesse trovato le parole umane. E io concordavo. Chiss, forse gli animali selvaggi, quelli che non conoscevano luomo, forse loro se avessero parlato Era una questione di ossessione, lanimale selvaggio passa tutto il suo tempo a cercare cibo. Ma i cani nostri, gli animali che con noi vivono e il cibo ce lhanno sempre assicurato, loro no, nel cervello trovavano spazio per altri pensamenti. Nella dolorosit del conoscere la potenza degli affetti, pure la loro mente si stravolgeva come la nostra. Anche luomo primitivo, forse, di solo cibo viveva e pensava. Perch per gli animali doveva essere diverso? Il biscotto se lo sgranocchiava a consolazione quando me ne tornavo a letto.
Qualche volta ci ho riprovato a farlo entrare in casa. Entrava e diventava un altro, il pelo ritto sul dorso, la coda rigida, i passi felpati, e ringhiando savvicinava alla culla. Lo prendevo per il collare, poi mi sedevo davanti a lui tenendogli la testa tra le mani: Allora?  mio figlio, che ti credi? Devi essere buono, non lo vedi com piccino? Mentre gli parlavo si sdilinquiva, mi faceva versi che non gli avevo mai sentito prima, una vocetta spazientita. Ma come mollavo la presa ricominciava il ringhio in direzione della culla.
Un pomeriggio telefonai al mio veterinario e gli dissi come stavano le cose.
Cosa devo dedurne? gli chiesi.
Potrebbe anche passargli. Certo, questa esclusione non lo aiuta, ma tu mica puoi rischiare.
Che devo fare?
Aspetta ancora un po. Magari, qualche volta, se porti il bambino fuori a fare una passeggiata, prendi pure lui al guinzaglio e fatela insieme. Ma il guinzaglio tienilo corto, hai capito?
Ma gli potrebbe proprio fare del male?
Senti, non ti stupire proprio tu. Tutti possiamo essere imprevedibili, animali e umani. Gli umani lo sono pi spesso, ma anche gli animali, a forza di vivere con noi, a noi somigliano.
Dimmi quello che pensi veramente.
Penso che sei una testona. Una che vuole sempre le risposte definitive su tutto. Non te la posso dare una risposta. Potrebbe innamorarsene come odiarlo per tutta la vita. Se non lo conosci tu. Aspetta.
Aspettai senza ottenere risultati. Il bene smisurato che provava per me gli faceva sentire quellintruso come un pericolo, il rischio dellabbandono. Non capiva, non poteva capire che accettandolo avremmo risolto ogni questione. Non gli fece mai del male perch fu sempre molto vigilato. Ma anche il fatto di esserlo lo aizzava. Se non lo vigilavamo si rischiava, se lo facevamo aumentava la sua rabbia. Se lui stava fuori era perch era arrivato qyylly (quello), se non dormiva pi con me sul letto era sempre colpa del nuovo arrivato. E per lui il fatto che fosse il nuovo era incomprensibile. Come poteva uno appena arrivato essere tanto importante da avergli tolto ogni diritto?
Se ne girovagava per la propriet come unanima in pena. Io ci andavo spesso fuori per stare un po con lui, ma faceva freddo, il clima non saddolciva. E poi ero stanca, allattavo, la notte mi svegliavo tante volte. Certe volte proprio me lo dimenticavo, tanto ero presa dal nuovo arrivato. Il figlio. Il nato da me. Lo guardavo quasi sempre. Io avevo avuto un figlio. Io. Non ci ho creduto a lungo. La notte mi svegliavo con il suo pianto stizzito, accendevo la luce e il primo pensiero era: Ho un figlio.  incredibile, ma  vero. Una volta me laveva detto mio padre: Vedrai quando un giorno avrai il cucciolo duomo Il cucciolo duomo, proprio un parlare da Lakota. E quanta voglia avrei avuto di farglielo vedere. Babbo, fa attenzione quando lo prendi che  delicato, eh? Come non avessi tenuto in braccio te e tuo fratello. Da qua il frugolo.
Divenne proprio una cosa molto complessa. Eravamo in tre: il babbo, il cucciolo duomo e io. Ci parlavo col babbo. Ogni cosa che facevo durante il giorno la commentavo con lui e ne ascoltavo pure le risposte.  che mi sarebbe piaciuto tanto fosse stato ancora vivo. E invece era morto da dieci anni. La contadina che stava nel casolare di fronte al nostro, quella nascita la comment cos: Benone. Adesso siete de novo n quattro. E aveva ragione. Per un bel pezzo, per quanto mi sarebbe piaciuto, ho pensato che il babbo fosse tornato in quel formato l. Perch mi mancava molto, e madre si diventa lentamente, e io fino a quel momento ero stata solo figlia. Mica basta partorire per essere madre.  una cosa che va molto adagio, anche se ci va potente.
Babbo, lavresti mai creduto?
Me pijasse n colpo Ma ci sarai tagliata? Guarda che un figlio  un figlio.
E che ne so?
Col cittino ci dormivo insieme. Certe volte me lo mettevo dentro il letto e in terra ci buttavo tanti cuscini. Ma non servivano, era ancora troppo piccolo per muoversi nel sonno. Per, siccome di natura sono allarmista, in soffitta trovai un vecchio sacco a pelo di mio fratello. Ne cucii la base perch era per una persona adulta e lui poteva andarci a finire troppo dentro. E cos lo feci della sua misura. Quando la notte si svegliava e non riprendeva sonno ce lo infilavo, e poi dentro il letto.
Dici che avr troppo caldo?
No,  piccino.
E ci riaddormentavamo. Me lo tenevo stretto e gli baciavo le guance saporite.
E se mi parler in lakota?
Come se non lo parlassi pure tu.
Lo parlavo.
Rispolveri, rispolveri
Durante il giorno imparavo a essere madre, ci mettevo un impegno calvinista. Mi dicevo: sporgersi, la posizione dellamore  quella di chi si sporge. Il cittino un po dormiva e un po piangeva per via delle prime coliche. Vederlo piangere per i dolori di pancia mi agitava molto, non sono una che mantiene la calma e non sono paziente. O meglio, linclinazione amorosa fa s che la mia pazienza sia di quelle che vogliono vedere risolta immediatamente ogni questione. Ce ne sono di cose da imparare quando giorno dopo giorno si diventa madre.  una teoria mia, molto ascensionale. Per me sono tutte balle quelle storie che dicono che lamor materno nasce e rimane identico a se stesso se non proprio dal concepimento almeno dalla nascita del figlio. Il concepimento  unannunciazione: vieni a sapere che hai un figlio nella pancia. La nascita  linizio, e da quel momento, dopo lo starter, parte una corsa che non finisce pi. Ecco, io sapevo di aver cominciato quellallenamento che poi non porta alle Olimpiadi e nemmeno a garette di quartiere, ma che da quando inizia non smette.  uno sport particolare. E i muscoli della maternit sono molto ricettivi, bastano pochi movimenti e si gonfiano pi che a prendere gli steroidi. Quel cuore che in gravidanza mi si era ingrossato, non  mai pi tornato alle sue antiche dimensioni.  il primo muscolo che entra in allenamento, quello che poi trascina tutti gli altri. Dopo il cuore vengono le braccia, ch con quelle si ama molto. E la schiena, che  al servizio del figlio. E tutti i muscoli facciali, che sono segnali di comunicazione potenti, potentissimi. A seconda di come si usano influenzeranno molto la sua vita. Come punto di partenza, io mi ricordai di non sollevare mai un sopracciglio. A tutte queste cose pensavo. La camera da letto dove dormivamo, per esempio, era la nostra tenda dalla quale entravo e uscivo. La madre pellerossa col figlioletto appeso sulle spalle, i nostri copricapo con le piume. Di notte gli spalmavo un po di grasso di montone sulle gambe e sulle braccia per fargliele venire belle forti. Gli cantavo Lay o Lay Ale Loya. E poi, allimprovviso, in unora qualsiasi del giorno, pensavo a Osac che ormai non stava nemmeno pi dietro la porta a piangere. Si era rassegnato. Allora uscivo fuori, qualche volta capitava che nemmeno lo vedessi. Facevo un fischio ed eccolo che da lontano compariva, come fosse stato accucciato da qualche parte e il richiamo lavesse fatto saltare in piedi. Spuntava dallerba alta e poi scendeva gi trotterellando. Non si scapicollava, scendeva festoso, questo s, e si sollevava per poggiarmi le zampe sul petto, spalancava la bocca in uno sbadiglio grande ed erboso. Poi facevamo due passi insieme lungo il viale, ci guardavamo intorno, scrutavamo il cielo. Mentre camminavamo gli facevo una carezza sulla testa. Nei suoi occhi cera quellespressione, come diceva lui, da yngyystyzyyty (ingiustiziato). Gli era toccata uningiustizia, quella che nei primi tempi aveva messo sempre in conto e che ora si era dimenticato potesse accadere di nuovo. In forma ben diversa, certo, ma lintensit che prova un cuore pu saperla solo il diretto interessato. Stare tutto il giorno fuori e non dormire pi sul mio letto solo perch da un giorno allaltro era arrivato un microbo che lui avrebbe potuto mangiare in un sol boccone, erano cose sufficienti per deluderlo e deprimerlo. Era un cambiamento ingiusto della vita. Lui, dal punto di vista suo, non aveva fatto nulla di male, aveva solo ringhiato a quellintruso che gli aveva spazzato via dei privilegi per lui molto importanti. E laveva capito subito, dal momento che era sceso dalla macchina. E doveva aver associato che quellarrivo aveva avuto molto a che vedere con le grida che maveva sentito fare dallospedale e per le quali sera dissennato dalla paura. Paura per me, sintende, ch i cani sono molto generosi, dagli umani imparano il sentimentale, ma, al contrario degli umani, se ne fanno travolgere senza mai organizzare per tempo una difesa. Se parlassero, parlerebbero solo di cibo? Il barbone aveva decisamente scritto una gran corbelleria. Osacchio non era del cibo che si stava preoccupando. La pancia piena, a ritmi regolari, permette anche ai cani di azzardare altre riflessioni. E lui aveva cominciato a soffrire. La gelosia se lo mangiava, gli aveva pure tolto un bel po della sua energia. Ma per un modo dessere suo, che nel fondo del cuore restava selvaggio, un po anche me ne voleva. Lavevo deluso. Nella lingua sua mi diceva che gli avevo tagliato la faccia. Perch questo significa per ognuno di noi essere messi da parte allimprovviso. Agli occhi suoi, mio figlio era arrivato comunque dopo. Quindi, chi doveva stare tutto il giorno fuori e la notte dormire allingresso era proprio il cittino, non lui che con me se la intendeva a meraviglia gi da tempo. Avevo commesso uningiustizia sulla priorit. Gli avevo portato in casa una piccola cosa urlante, e avevo preteso di farne il capobranco. Ero andata contro la legge naturale, contro il Grande Spirito. Passeggiavamo in silenzio, qualche volta notai che pure se davanti al cancello passavano una macchina o un camioncino, non si precipitava pi ad abbaiare mordendo le sbarre fino a farsi sanguinare le gengive, si limitava a fare un abbaio da lontano, pi che un abbaio quasi uno sbuffo che gli gonfiava e sgonfiava le ganasce. Era come se questo fosse il mio prezzo da pagare, da quel momento mi comunicava che di molti suoi doveri avrebbe cominciato a disinteressarsi. Ma non era lumana vendetta, era lanimale desolazione, era la delusione, lincomprensibile sentirsi solo e, diciamolo pure, un po abbandonato. Il bipolarismo suo, da quel momento, cominci a pendere dalla parte della depressione. Fermo restando che il nuovo venuto, avendo vinto senza nemmeno averlo sfidato in combattimento, era comunque il nemico, e uno dei peggiori.
Sannoiava, grufolava, andava a caccia delle prime lucertole che comparivano. Puntava, poi faceva un salto a quattro zampe rigide e generalmente le prendeva. Se cero, cercava il mio sguardo per darmi a intendere che, volendo, il cibo se lo poteva anche procacciare da solo. Spesso, con quella poveretta che gli penzolava in bocca, mi si avvicinava per farmi vedere da vicino il momento della deglutizione: aglep. E si vedeva la codina risucchiata come uno spaghetto.
E poi ci fu quella volta che unamica, nemmeno molto intima, venne a trovarmi da Roma per vedere il bambino. Mi aveva telefonato dicendomi se poteva venire con il suo cane.
Maschio o femmina? avevo chiesto io.
Femmina. Una cucciola husky di nove mesi.
Mi rincuorai, una femmina e per di pi cucciola. Ma che dicevo? Per di pi mezza klondikica, come lui. Arriv una mattina verso lora di pranzo. Scese dalla macchina e lasci la cagnolina dentro.
C un grosso problema mi disse nel portico.
Che succede?
 in calore, me ne sono accorta stamattina. Erano gi un po di giorni ma io che ne so?  il mio primo cane. Ma stamattina, come siamo uscite di casa, ci sono venuti dietro tutti i maschi del quartiere.
Non ci sono problemi le risposi, sentendo gi di sudare pure se faceva freddo. Basta non farli incontrare.
Mio fratello propose di chiudere Osac in legnaia. L, per quanto si fosse imbestiato, al massimo poteva prendersela con i ciocchi di legno, con le accette. E poi la porta era sicura, si chiudeva con una grossa catena di ferro e con un lucchetto. Certo, si sapeva come sarebbero andate le cose. Avrebbe abbaiato per tutto il tempo. Anche dentro casa lo avremmo sentito. Non ci avrebbe fatto piazzare una parola a nessuno.
E invece le cose furono molto pi rapide e disastrose del previsto. Osac venne messo in legnaia. La cagnolina, che si chiamava Pina, venne fatta scendere dalla macchina. Non era proprio un husky puro, era un po meticcia, la tradiva soprattutto la taglia, troppo piccola per essere un husky. Alla mia amica dissi che sarebbe stata la moglie ideale per Osac (che intanto aveva gi cominciato a ruggire facendoci tremare pure il cervello), perch aveva la stessa espressione irresponsabile. Non credo che la mia amica abbia afferrato il concetto, caro lettore. Era di quel genere che dei cani dice: Guarda, sembra gli manchi la parola. E io lo so, con queste persone ho poco da spartire. Parlare di cani con loro non serve.
Bene, mentre ce ne stavamo l sul piazzale a guardare le corsette della cucciola, sentimmo come un sommovimento. Ci guardammo e ridemmo di imbarazzo. Cosa stava facendo il pazzo? Stava prendendo a spallate la porta, e forse, conoscendolo, anche a craniate, a morsi, a unghiate. Erano i versi che emetteva a inquietare la mia amica.
Ma che voce ha? mi chiese spaventata.
 un basso profondo le risposi, cercando di minimizzare.
Ma  terrorizzante.
Lo so.
E in quel momento tutto si divelse. Esplosero le catene, schizz il lucchetto, e lui venne fuori come un cane dellinferno, un demone, un incendiato. Per un istante rest l sulla porta spalancata, con quel nero dellinterno alle spalle a fargli da scenografia. Brillavano alla sua destra pale e accette non rassicuranti. Dalle froge del naso gli usciva un fumo denso. Sembrava un mitologico toro, di quelli che appaiono dal nulla. Ma tutto ci non dur che un istante, poi si lanci come pallottola compressa sulla povera Pinuccia. E in un baleno lebbe. Le diverse proporzioni fisiche tra i due fecero s che la poverina url come la stessero scannando. Mio fratello usc fuori di casa con un bastone in mano. Dalle grida aveva pensato che Osac la stesse divorando. Quando vide la scena di possesso, lasci cadere il bastone in terra. Era tutto molto terribile. Osac aveva uno sguardo che non gli conoscevo, gli occhi azzurri della husky sembrava dovessero uscirle dalla testa. Gridava e basta. Non so quanto dur, mi parve cosa eterna. Lui la montava e lei sembrava dovesse morirne. La mia amica era pallida. Poi, dopo il suo culmine, latto termin. Inizi invece quella fase bruta dellattaccamento. Osac, senza molte cerimonie, tendeva a tirare per liberarsi. Laltra gridava dal dolore in un modo cos acuto che ci trapanava i timpani. Non cera nulla da fare, bisognava aspettare. Osac, mentre aspettava, sbadigli svariate volte intanto che quella povera bestiola, dalla paura e dal dolore, non riusciva nemmeno pi a tenersi sulle gambe. Quando alla fine la natura ridusse le proporzioni, i due si sciolsero. Pina corse dentro la macchina, dalla quale non volle pi uscire. Osac si esib in un prolungatissimo e nauseante autolavaggio delle parti intime.
Il pranzo, comera prevedibile, dur il minimo indispensabile. Due complimenti al cittino Lakota, un paio di camiciole in regalo, il caff, una sigaretta sul portico e se ne and via. Mi chiam la settimana successiva per dirmi che alla povera Pinuccia aveva dovuto fare liniezione del giorno dopo. Le era cambiato il carattere, viveva nel terrore, anche dentro casa andava a infilarsi dove nessuno poteva tirarla fuori. Mi spieg cos bene quei comportamenti che il messaggio fu chiaro: Osac glielaveva rovinata. E io ci aggiunsi anche un per sempre, e mi sentii come la madre di uno stupratore. Quella volta gli avrei spaccato la testa.
Ogni tanto mio fratello lo faceva entrare di pomeriggio nellingresso, dove lui dipingeva. E Osac cominci a interessarsi di pittura. La porta a vetri che divideva lingresso dal salotto era sempre chiusa, e mentre trafficavo col mio cittino lo vedevo da dietro i vetri ambrati che si muoveva di coda allegra. Ogni tanto sentivo la voce di mio fratello che gli diceva: Fermo! perch di quadri appoggiati al muro ce nerano parecchi, alcuni ancora freschi, e lui con quella coda sempre in movimento glieli rovinava. Era diventato un cane nero con la coda multicolore. Seduto davanti al cavalletto, mio fratello, un uomo di un metro e novantacinque, era spesso costretto a tenersi in braccio quel bestione. Gli appoggiava le chiappe sulle ginocchia e se ne stava seduto ben eretto, col petto in fuori, a guardarlo che dipingeva. Perch guardava un po mio fratello, sfiatandogli in faccia, e un po il quadro. Di certo si chiedeva come mai un quadro ci mettesse tanto a essere finito perch ogni tanto abbaiava, come a chiedergli di procedere con maggior fretta. Mio fratello ci rideva. Poi, col pennello in mano, entrava in salotto.
Secondo me si pensa di essere un critico darte. Sta attentissimo, ma da come mi guarda ho limpressione che mi dica: Tytty cyzzyty (Tutte cazzate).
E ci ridevo anchio. Allora, qualsiasi cosa stessi facendo, andavo da lui allingresso, lo abbracciavo, gli chiedevo un parere su uno dei tanti quadri. Secondo me un po gli piacevano, se diceva cos era solo per non dare soddisfazione. Credo che a mio fratello si stesse pure un po affezionando. Mio fratello  il tipo duomo che piace molto agli animali. Un po dipinge e un po restaura mobili antichi, e per questo, a meno che non debba uscire,  sempre vestito con roba vecchia. Stracci che sanno di sverniciature, di colori a olio, di truciolame, della muffa della bottega che ha quasi allentrata del paese. Ogni tanto, quando gli stava in braccio, gli leccava la barba. Lo so cosa pensava in quei momenti, cosa gli voleva dire: Semo unti. Perch per lui unti voleva dire essere selvatici, tenersi addosso lodore che portavano lerba, gli alberi e il vento. Nelluntume, per lui, cera anche qualcosa che aveva a che fare con gli animali morti, quelli di cui non si accorge nessuno e restano l dove sono a prendersi la pioggia e il sole, fino a che la terra quasi li assorbe lasciando in superficie solo una specie di cotenna risecchita. Quando ne trovava uno, Osac ci si rotolava sopra. Forse gli sarebbe piaciuto invitare mio fratello a farlo insieme a lui. Ogni tanto passeggiavano su per il greppo insieme. Li guardavo dalla finestra, col cittino in braccio, mentre continuavo a diventare madre.

9.

E dopo sei mesi ci fu lo strappo. Dovevo rientrare a scuola, la maternit era finita. A Roma ci ero tornata solo una volta per due giorni, lasciando il cittino alla nonna. E mera parsa bellissima dopo tanto tempo, mera parsa bella anche quella poca libert. Due giorni nella mia casa che a prima vista mi aveva dato limpressione di aver patito, quasi la solitudine lavesse consumata un po. Alzai una serranda e mi sembr che a salire facesse fatica, come se dopo tutti quei mesi il chiuso avesse predominato su ogni cosa. La prima acqua nel lavandino scese marrone, ferruginosa. Sera formata pure una scia dello stesso colore che feci fatica a togliere. Sfregavo e pensavo: Il lento, quasi invisibile ma persistente sgocciolio. E per la prima volta, dopo tanto tempo, avevo dormito da sola senza i risvegli del figlio e i versi notturni del Trofic. Fu guardando la mia casa che mi resi conto di una realt: in cinquanta metri quadrati non ci potevo stare con un figlio e un cane tanto grande che non lo accettava. E poi, per tornare a lavorare, dovevo prendere una baby-sitter. Osac li avrebbe fatti fuori tutti e due il primo giorno. Mi dicevo che non era un abbandono, lo avrei lasciato in campagna da mia madre e mio fratello dove sarebbe stato molto meglio che in citt, e poi sarei andata a trovarlo spesso. Era un ragionamento molto logico, combaciavano tutti i pezzi tranne uno: lavrebbe capito? Mia madre mi faceva vedere solo i lati positivi, diceva le cose giuste, quelle che tutti avrebbero condiviso. Alla fine, dopo parecchi giorni di silenzio, mio fratello disse la sua: Siamo sinceri, gli fai una mignottata. Non puoi evitare di fargliela, ma non ha altro nome.
Lo tradivo. Lui non lo sapeva ancora, ma lo sapevo io. Lo facevo per lunica causa giusta al mondo, ma gli avrei dato un gran dolore. Qualcosa, di certo, la sospettava gi da un pezzo, era un po cambiato anche lui. Non era una questione sentimentale, era il suo orgoglio ferito, il sentire che gli stavo tagliando la faccia. Per quale motivo lui, nella testa sua di cane, doveva considerarsi meno importante di mio figlio? Per lui cera solo la nostra storia, quellincontro che laveva salvato dalla morte, lattaccamento morboso, quel noi contro lintero mondo che gli era entrato nel sangue fin dai primi giorni. E adesso? Esister mai una storia, tra cane e padrone, in cui il padrone abbia amato pi del cane? Sono in fondo cos superficiali i sentimenti nostri, poca cosa. Siamo mobili, non esiste in noi quella fissit animale e stabile, quellessere come si , e costantemente. Accanto a noi gli animali assimilano i sentimenti, ma con la purezza primitiva loro, quella che noi non possediamo. Loro sono i fedeli a loro stessi, i rimasti uguali. Noi no, levoluzione ci ha portati molto in alto, lintelligenza ci ha dato il ruolo dei prescelti.  sulla fedelt sentimentale che siamo rimasti molto indietro rispetto a loro. Lanimale impara dalluomo lamore. E poi ci resta fregato. Mai visto un padrone morire sulla tomba del cane. La purezza di cuore Non per niente ogni animale  medium, cosa che tocca di rado alluomo. Discorsi inutili da fare a chi non ha mai avuto un animale in casa, a chi lha avuto senza osservarlo, senza sentirsi un privilegiato per il fatto di averlo l, con quegli occhi e quegli atteggiamenti, quel temperamento. Osac era un po diverso, in lui languore e furore si mescolavano sempre, era questo a commuovere. Di fronte a lui non cera possibilit di restare neutri. Era povera bestia o bestia dannata. Non era filosofo per niente, ch di animali filosofi ce ne sono pure: meditativi, riflessivi. A lui, invece, meditare e riflettere dava i conati. Era tutto cuore e trippe. Trippe calde.
Esser madre comporta anche questo: linfedelt verso luniverso mondo che ha preceduto il figlio.  uno sbaragliamento, cosa che dirotta tutto. Si vive come su un aereo, si fa amicizia con tutti e alla fine si punta una pistola alla tempia del pilota. E Osacchio, negli ultimi tempi, era stato un po una specie di pilota per me. Io lo avevo salvato, ma lui era stato un buon puntello. In qualche modo un appoggio, anche se instabile parecchio. Pi indifeso di un bambino  un cane. Che gli dici prima di andare via, che tornerai presto? A un cane, anche se parla la nostra lingua, non si pu mentire come a un umano. Il cane sa anche nel silenzio. E lui sapeva. Usciva fuori, saliva su per il greppo dandosi spinte muscolose, di natiche sode, usmava laria, guardava il tramonto e seguiva il volo degli uccelli. Quando uscivo anchio, si voltava a guardarmi con sgomento, pure con furia. E se lo chiamavo non sempre veniva, a volte proseguiva su, verso i tigli, e trotterellava di malavoglia in quellinizio dautunno dove le foglie venivano gi una dietro laltra e ogni tanto lui, quasi per inerzia, ne fermava una con la zampa. E se mi leggeva nel pensiero, doveva sapere anche quanto mi doleva il tradimento. E di certo lo sapeva, ma non lo comprendeva perch sentiva il mio dolore, ma non il pentimento. E se non lo sentiva, era perch in realt non cera.
Le cose che avevo accumulato in quei mesi erano diventate tante. Ero partita con cos poco e adesso che preparavo le valigie mi stupivo di come non finivo mai di riempirle. Certo, cerano tutte le cose del cittino. E cerano anche tutte le ore che di notte non ero riuscita a dormire, lallattamento che poi era durato poco perch dopo il colostro il latte era arrivato e poi scomparso, cera tutta la ginnastica che avevo fatto dopo il parto, da sola, in camera da letto, cera un carico di allegria mai provato prima, insomma, cera tutto quello che di me ormai apparteneva alla meteora che avevo messo al mondo, quel modo di espellerla fuori che aveva stupito persino lostetrica, una palla di fuoco che aveva fatto un semicerchio veloce anche se trattenuta dalle sue mani sapienti. Tutte cose che mi dovevo portare dietro, a Roma, dove finalmente tornavo. La campagna, che mi piace tanto come soggetto letterario, per viverci non fa per me. Soggiorni anche prolungati, come quello che avevo appena fatto, ma poi mi ci voleva il ritorno a casa. Me ne sono andata a vivere per conto mio allet di ventitr anni, non si torna indietro, tanto meno dopo una maternit.
Solo Osac non sarebbe venuto via con me. E limpressione che avevo era questa: lasciare il vecchio per il nuovo. Non facevo che ripetermi questa frase mentre dalla finestra lo guardavo che trotterellava tra gli ulivi abbandonandosi ogni tanto a una pisciatina di poco conto, a unabbaiata per il passaggio di unauto oltre il cancello. Sembrava sfilacciato, anche meno aitante di come era sempre stato. Bello s, ch la bellezza non lha persa mai, ma triste, deluso, vaticinato. Mi battevo un pugno chiuso sul petto per chiedere perdono di quel peccato. Poi mi dicevo che stavo proprio esagerando. Lo lasciavo in un posto per lui molto pi bello, con persone che lo amavano (soprattutto mio fratello), insomma, sotto il profilo pratico ci avrebbe guadagnato. Ma a lui cosa gliene fregava del profilo pratico? Mezzo metro quadrato, ma insieme a me. Questo era sempre stato il suo obiettivo. E quindi mi sarei portata dietro pure quel grandissimo peso, quei pi di quaranta chili sulle spalle, la consapevolezza di dargli un gran dolore. Certe volte, per, avrei anche avuto voglia di dirgliene quattro. Uscire fuori, andarlo a prendere, mettermi seduta davanti a lui e dirgli: Ma senti un po, lo sai che  tutta colpa tua, del tuo carattere di merda? Con quellaltro e la sua vedovella, un problema cos non ce lavrei mai avuto, ch loro erano saggi, amavano ci che io amavo e questo bambino lavrebbero fatto loro come un tale Armin, cane di mio padre, fece con me quando venni al mondo. Tu invece no, tu sei duro dorecchi, sei possessivo, per te o siamo noi due soli al mondo o contro lintero mondo ti metti. E io, che dovrei fare, eh? Tu gli dovevi voler bene al cittino, questo mero creduta, che se volevi bene a me ne avresti voluto pure a lui. Non sei logico, non ragioni, non valuti, non calcoli Gi, ma sera mai visto un furibondo che calcolava? Cosa gli stavo mai chiedendo? Era lui, no? Non lo conoscevo pi? Era lo scapicollo, lo scatafascio, era, come dicevano qui, irragionato e marampeto.
Dopo aver caricato la macchina, quel pomeriggio mi misi seduta in terra, nel portico, e maccesi una sigaretta, ch tanto non allattavo pi da un pezzo e al diavolo le precauzioni. Seduta sul gradino, con i piedi a rimestare un po nella ghiaia, richiamai la sua attenzione. Sent il rumore. Drizz le orecchie comparendo da dietro un tiglio e venne gi dal greppo caracollando. Fischiai con la lingua contro il palato, quasi allaltezza dei denti, fischiai lantica sigla dellAlmanacco del giorno dopo, che spesso alternavo alla colonna sonora del film Sacco e Vanzetti, e lui mi si venne a mettere seduto davanti. Gli presi la testa tra le mani e gliela grattai a lungo, tanto da fargli muovere freneticamente una zampa posteriore anche in quella posa. Io grattavo e lui ritmava contro la sua pancia facendo un rumore da tamburo. E gli dissi quello che stava per accadere, glielo dissi prima con un tono di voce pacato, poi con un bel po di lacrime e molto accoramento. Le lacrime lo lasciavano indifeso. Fece il buffone fino a che non smisi: guaiva, mi leccava la faccia, cercava, anche se non ne era capace, di fare dello spirito. Pur di non farmi piangere, andava contro la natura sua di oscuro. Parlammo a modo nostro, come solo avviene tra un umano e un cane. Ci scambiammo il dolore ma senza unirlo, perch solo lanimale, quando c da soffrire, non si risparmia. Non ne conosce la maniera. E poi restai l, aggrappata al suo corpaccio che promanava sempre calore, anche in quel pomeriggio di vento fresco. Aveva capito tutto da un pezzo, se non se ne andava era solo per sentimentale purezza, per quel candore che ci disarma anche se poi sappiamo sempre come ristabilirci. A mia madre e mio fratello feci mille raccomandazioni. Almeno per i primi tempi non dovevano mai farlo uscire da solo, ma sempre con il guinzaglio, ch matto comera ci mancava solo si mettesse in testa di venirmi a cercare. E il cancello lo dovevano tenere sempre chiuso, con tre giri di catena di ferro. Lo sapevo che gi lo facevamo da un pezzo, ma non se lo dovevano dimenticare. Quando misi in moto la macchina, lui era dietro la finestra, con le zampe sul davanzale. Allinizio fece solo strani movimenti con la testa, come scatti incontrollati verso lalto. Poi cominci ad abbaiare, poi a ululare, e di certo, quando vide la macchina fare il giro dello spiazzo per avviarsi lungo il vialetto in direzione del cancello, pure a maledirmi. Appena fuori scesi per chiuderlo, e da laggi continuai a vederlo che dava zampate contro il doppio vetro mentre mio fratello cercava di tirarlo via. Il cittino dormiva. Dal suo sonno pesante non lo strappava nulla, nemmeno tutta quella furia che mi si ripercuoteva dentro il petto. Era come stare al centro di un tumulto cos forte da fare male al cuore. Risalii in macchina e presi la stradina sterrata in salita fino alla statale. Lunica frase che mi parve di distinguere da lontano, dal baratro del suo abbandono, fu: Mhyy tyglyyty ly fyccyy. (Mhai tagliato la faccia)
E poi, per me, vi fu il ritorno in un mondo che mi parve nuovo. Il recupero della mia casa abbandonata per tanti mesi, gli oggetti dentro gli armadi che in poco tempo avevo dimenticato e mi diedero invece limpressione di essere pi di quanti ricordassi. E poi cose stupide, come mangiare dentro al proprio piatto di sempre, bere nel proprio bicchiere, vedere il palazzo di fronte che con i mesi, forse per il fatto di non averlo mai pensato, mi parve pi bello. Ci che ritrovai fu quello spazio aperto, cosa in citt cos difficile, che avevo di fronte alla finestra della mia camera da letto, tanta aria vuota fino ad arrivare ai Castelli. Di notte ne rividi pure il tremolio delle luci. E i gabbiani che arrivavano sempre numerosi, e i tramonti, ch mai a Roma ne vidi come in quella casa. Sembrava bruciassero le pareti, da bianche che erano le facevano diventare rosse fino a che il sole non calava e allora, per un po, restava un cielo che pareva disorientato, anche il volo degli uccelli. Quel giorno ce nerano a stormi, pronti a partire, e facendo quei disegni che io chiamo del fiato, perch a guardarli mhanno sempre dato limpressione di essere creati da un fiato interno che li inspira e poi li espira. E loro eccoli che si gonfiavano per poi restringersi, ma sempre tutti insieme, tenuti proprio compatti da quellaria centrifuga o centripeta. Tutto mi parve una gran ricchezza in quel giorno del rientro, anche il lavello sbeccato, anche il fatto che non vi fosse mai arrivata lacqua calda e per lavare i piatti si dovesse scaldare come nei tempi antichi e poi usare guanti di gomma pesanti per il risciacquo. Ritrovavo ogni mia cosa con un entusiasmo infantile. Mi pareva che anche dover fare le pulizie fosse un divertimento, un diversivo dopo tutti quei mesi in campagna, una campagna bella, certo, ma con tanti ricordi tristi. E senza il mare.
E poi cera lelemento nuovissimo che ogni cosa intorno a s esaltava, come se da quel momento in poi tutto, anche una mattonella del bagno, dovesse in qualche modo riferirsi a lui: il citto. E per quanto dolore mi desse, mi parve che lassenza di Osac fosse una benedizione. Troppo piccola quella casa per tenerlo lontano dal figlio, troppo pericoloso tutto. Per la prima volta uscii da casa mia spingendo il passeggino, e insieme andammo a fare la spesa, perch in casa non cera nulla. E cos cominciai a incontrare un po di persone del quartiere che mi fermavano e si complimentavano per il bambino, una specie di piccola via crucis dato che quello era ancora un quartiere umano, dove le persone si salutavano e scambiavano favori, dove la gente si chiamava per nome. Verso sera, mi bussarono addirittura delle vicine per darmi qualche pezzo di corredino ormai inutilizzabile visto che erano passati tanti mesi. Ma furono graditi lo stesso quei doni che ormai, accanto al figlio comera diventato in poco tempo, sembravano cose per lillipuziani.
Lunica cosa che avevo preparato per tempo, prima di partire, era il lettino di legno con le ruote. Dopo cena me lo portai in salotto e addormentai il cittino facendolo andare avanti indietro mentre me ne stavo seduta sul divano davanti alla televisione accesa. Ero tornata a casa mia, in uno spazio che avrei condiviso solo col figlio. La madre e il figlio. Ma allimprovviso mi venne incontro, quasi qualcuno me lavesse tirata, una palla di gomma rossa tutta morsicchiata. La sua presenza. Potente comera, era capace di averlo spostato lui quelloggetto per farmelo vedere. Magari era andato a finire sotto a una poltrona o al divano, e lui, in quella mia bucolica, laveva spinto fuori con la forza del dolore, di quel sentirsi solo pure se non lo era, in una casa che di sicuro gli piaceva pi di questa, ma con me. Senza, avrebbe preferito un sottoscala purch io gli fossi stata garantita. La palla rossa Giocattolo tirato tante volte pure dentro quella piccola casa dove lui faceva galoppate ridicole, fatte solo di slancio e frenate, generalmente culate a terra. La presi in mano e andai in bagno a lavarla e disinfettarla per bene. Mi parve di vederlo e di sentirlo, l, sulla porta del bagno: Y chy sy ynfytty? (E che so infetto?) Ruga verticale e rimprovero negli occhi.
La prima legnata me la diede la vicina che mi chiese nel suo dialetto a me tanto familiare: l cane n ce lhai pi? E quella fu la prima di una lunga serie di giustificazioni del fattaccio. Fattaccio che tale era solo per me, perch ogni volta, alla frase: Non accetta il bambino, tutti facevano certe facce come a dire che era gi tanto non averlo fatto sopprimere. E io, nonostante fosse brava gente, li sentivo tutti nemici. Gente spietata che non affondava nel sentimento, che non tentava nemmeno di capire. La prevenzione, s, quella ci voleva, ero l senza il cane, no? Ma perch mai condannarlo in quel modo quando era spinto solo da una passione che non ha uguali nella razza umana? Certo che pure noi ammazziamo per gelosia, possesso, e pure in molti. Ma non esiste in nessun essere umano quello spiattellamento viscerale, quellassoluta convinzione mai elaborata, quel sentimentalismo istintivo fatto di tutto o niente che non sar mai modificato da nessun ripensamento. Lanimale sattacca accorandosi, nel suo sentimento non c la stabilit e nemmeno labitudine. Vive come in uno stato di perenne innamoramento, ma che resta tenace negli anni, molto tenace. Insomma,  esattamente il contrario nostro. Luomo consuma, lanimale accresce. Perch nessuno ne voleva prendere atto? Perch a quelle parole nessuno aveva mai detto un: Povera bestia, chiss quanto soffre? Possibile lo capissi solo io che del figlio in questione ero la madre? Io, dal giorno in cui mio figlio  nato, per lui avrei sacrificato ogni cosa. Non si diventa madri per dare ai figli ruoli di secondo piano. Per scindevo, comprendevo, pur nella mia inferiorit umana cercavo almeno di intuirlo quellamore canino cos unico e assoluto. Ne percepivo lirraggiungibilit e toccavo con mano la nostra codardia, il nostro amare cos compromesso dalla vita. Di loro, degli animali, mi commuoveva il rettilineo.
Quella prima sera, dopo aver messo a letto il citto, telefonai a mia madre.
Come lha presa? le chiesi.
E ti pareva che per prima cosa non mi chiedevi di lui! Non pensi che dopo avervi avuti in casa per sei mesi e passa, essermi riabituata a vivere con la figlia dopo tanti anni e per giunta con un nipotino
Lo so, mamma, ma io sono qui a chiamarti, noi ci parliamo.
Beh, lha presa male. Come volevi che la prendesse uno col carattere suo? Non ha toccato cibo e non fa che ringhiare. Non che ce labbia con noi, per carit, ci vuole bene. Ma cerca di farci capire che contiamo ben poco.
Passamelo.
E ci mancava solo questa. Senti, gli animali sono animali, cosa vuoi che se ne faccia di una voce al telefono? Soffre. Se  questo che volevi sentirti dire, soffre in quel modo suo
Che modo?
Lo sai meglio di me. Sembra che stia l a volersi ritirare. Se ti devo dire la verit, pare si sia addirittura ristretto.
Passamelo, per favore.
E sbuffando and a chiamarlo. Sentii la sua voce che lo blandiva, poi il ringhio noto, la respirazione tutta starnutesca che fece arrivando al telefono a passi strascicati. Quando mia madre gli appoggi il ricevitore allorecchio e lui si sent chiamare, rispose col boato, lallappamento emotivo, quello che toglie la salivazione. E poi fece un ululato basso, quasi acuto, mentre io continuavo a dirgli che non ci eravamo perduti, sarei tornata presto, mentre gli mentivo dicendogli che appena il cittino fosse cresciuto un po, appena avessero fatto amicizia, lavrei riportato a Roma e sarebbe tornato tutto come prima. Lo sentii leccare il ricevitore, fare la vocina flautata, riprendere pigolo. Fai un po di pappa gli dissi salutandolo.
 andato alla ciotola mi disse mia madre tornando al telefono. Non ci crederai, ma due bocconi li sta mandando gi.
Ci credo s. Gli ho telefonato apposta.
Spensi la luce, ma di dormire non mi riusciva. La maternit il sonno me laveva capovolto, il citto si svegliava talmente tante volte che poi riprendere a dormire era complicato. E quella notte avevo pure una grande eccitazione addosso. La mia vecchia casa che mi sembrava nuova. Per forza, era tutto linsieme. Metti al mondo un figlio e la vita  unaltra. S, si pu dire nuova. Allora cominciai a pensare al babbo che era morto da dieci anni e della mia vita aveva visto ben poco di importante. Riaccesi la luce del comodino e andai in soggiorno a cercare vecchie fotografie che tenevo in disordine dentro un cassetto. Il meglio per far passare del tutto il sonno. Sedendomi sul divano, mi torn in mente la collega alla quale Osac aveva strappato camicia e reggiseno. Una volta, in sala professori, mi aveva chiesto:
Ma tu ci credi nella vita dopo la morte?
Domanda complicata. Le ho risposto di s, che ci credevo, anche se non trovavo spiegabili collocazioni. La penso socraticamente: dopo la morte lintelligenza. Con quale forma non saprei, forse proprio senza forma, ma di certo, che possa esistere imbecillit anche dopo non mi convince. Tutti i limiti del nostro cervello una volta tolta di mezzo la carcassa: intelligenza pura.
Per tutti?
Senti, nessuno pu dire queste cose, per se Socrate era cos contento di morire
Magari era solo un esaltato.
Che risposta vuoi che ti dia? Aspiro al miglioramento, ai trecentosessanta gradi su ogni fronte.
Trecentosessanta gradi su ogni fronte. Mi torn in mente quella frase con la foto del mio babbo in mano, quella in cui sta seduto su una sedia, in giardino, e ride un po platealmente gettando la testa allindietro. Quando rideva gli occhi gli diventavano due fessure. E cos, in questa foto non mi viene subito incontro la sua morte. Con questa foto mi sembra ancora vivo e teatrale. Ogni volta che la guardo penso: La mamma  vedova di te. Povera mamma. Anche se poi sono convinta che il babbo abbia lasciato vedovi tutti, dalla mamma alle pareti di casa, dai suoi figli al libro che stava leggendo. Mi sconcertarono, allepoca, tutti gli oggetti che rimasero.  cos quando si muore senza preavviso. Le chiavi di casa stavano allingresso, dove le aveva lasciate, il giornale comprato al mattino stava ripiegato sullultima pagina letta, sul tavolo da pranzo la schedina del Totocalcio che stava studiando, quelli che lui chiamava i sistemi e io non ho mai voluto approfondire cosa fossero. E poi scarpe, occhiali, vestiti (i penultimi indossati) ancora sulla sedia della camera da letto, lodore dellacqua di colonia sul cuscino, la spazzola, il suo pettine (solo suo, guai a chi lo toccava!), carte da gioco, spazzolino, accappatoio.  questa la morte improvvisa: le cose che restano oscenamente l. Mostruose. Quasi intoccabili. A farlo ci si sente subito in colpa. Mi voltai a guardare una foto di mio padre che tenevo incorniciata su uno scaffale della libreria. Indossa un abito molto elegante, fatto su misura, probabilmente grigio perla. Porta gli occhiali da sole e ride seduto al tavolino di un bar. A ogni mio stato danimo, a quel suo volto ho sempre associato una domanda. Quella sera, guardandomi mi chiese: E allora?
Allora che? gli domandai.
Sei diventata mamma. Non lavrei mai detto.
Lo so. E spesso ci prendevi.
Stavolta, invece, no.
Se non morivi, adesso eri nonno.
Lascia stare.
E poi torn a essere una fotografia. Pure un po impolverata per via di tutti quei mesi trascorsi in una casa rimasta chiusa. Mi guardai intorno, e poi riflessa nel vetro della finestra che dava sulla notte. Chi sono? chiesi a quellimmagine. E che far? Mi rispose il primo risveglio del citto alluna di notte. Biberon con camomilla a portata di mano. Se l sempre bevuta a occhi chiusi, un po sudaticcio per poi riaddormentarsi quasi subito. Lo misi di lato, con un cuscino dietro la schiena, e mi portai il cassetto con le fotografie in camera da letto. Avesse mai avuto un rigurgito
Pure la presenza di Osac la sentii come una morte improvvisa. Quel modo che hanno di camminare i cani sui pavimenti di marmo, quel ticchettio delle unghie. A un certo punto mi parve pure di vederlo passare allingresso. Il cervello  fatto cos, conserva immagini e nel luogo giusto le riproduce.
Feci il mio solito fischio con la lingua rasente al palato e ai denti, ma stavolta non intonai lAlmanacco del giorno dopo, e nemmeno la colonna sonora del film Sacco e Vanzetti, feci il nostro fischio stellare, quello che salta da una costellazione allaltra e raggiunge da qualsiasi distanza chi viene richiamato.

10.

Ogni volta che tornavo in campagna, Osac diventava elettrico. Cominciava a girare su se stesso come un tarantolato e abbaiava in un modo strano, pi che abbaiare erano strozzature, improvvise mancanze di fiato. E non la finiva pi. Il citto si metteva a piangere dallo spavento e mia madre se lo portava gi, in camera da letto: Fino a che questo pazzo non si d una calmata.
E allora ce ne restavamo noi due, e io invece di placarlo lo scalmanavo imitandolo davanti a mio fratello che si metteva seduto allingresso, tra i suoi quadri, la barba lunga, la maglia tutta sporca di vernice, il pennello in mano. E di noi rideva.
 tornata la traditrice gli diceva.
E Osac si voltava verso di lui. Laria inquieta, non si sapeva mai se pronto a stramazzare deuforia o a ingaggiare una lunga controversia con quel suo modo di parlare tutto grugniti e molto gutturale. Portava le sue ragioni e mio fratello ci si divertiva. Concordava, assentiva. Quel cane comunicava veramente, bisognava solo intenderne la lingua. Cosa per chi ama i cani. Cosa per chi ne  amato. Niente di paritario, ch questo, caro lettore, ormai lo sappiamo. Per era bello stare l, in quei festeggiamenti, approfondire il selvaticume, e dunque lintensit. Erano giorni lieti che poi finivano sempre male, con le sue maledizioni, con la dichiarazione di un amore che, giustamente, lui non sentiva corrisposto come avrebbe voluto. Da come mi guardava quando ripartivo, io lo sapevo quello che mi diceva: Yry myglyy chy my ly mygnyvy yppyny nyty (Era meglio che me lo magnavo appena nato).
E poi torn alla sua natura selvaggia, allimprovviso. Me nero andata via e l, a viverci, non sarei mai tornata, n lavrei mai riportato a Roma. Potevo andare e venire quanto volevo, non era la stessa cosa. Anche se il cancello era chiuso, lui cominci a scavare sotto la recinzione. Fece un lavoro accurato per qualche giorno, come un prigioniero. E poi fugg. Mia madre mi chiam senza avere saliva in bocca e disse: Se n andato. Restai come travolta da unonda alta, con un po dacqua nei polmoni.
Mio fratello usc con la macchina e and a cercarlo. Mia madre suon il campanaccio che aveva sulla porta e lo chiam tante volte. Restammo tutti sospesi, senza sonno. Io chiamavo da Roma per sentirmi dire sempre che non cera. Lo immaginai morto, provai un gran rimorso di coscienza. Ma cera un filo che non si spezzava. Pure se nei miei pensieri moriva, non ci riusciva mai del tutto. E dopo tre giorni torn, ma diverso. Era pi imbestiato, pi bruto, sozzo, unto. Mio fratello chiuse il buco. E lui prese a girare per il podere come un dannato, incendiario dentro, fatto di cattivi pensieri. Andai a trovarlo e restai due giorni. Quando arrivai lo vidi scendere dal greppo, gettarsi contro il vetro del finestrino quando spensi il motore. Mi fece quasi paura. Scesi dalla macchina e lui mi spinse la testa contro le gambe, poi si alz in piedi appoggiandomi le zampe sulle spalle. Rest cos un momento e subito dopo, approfittando del fatto che il cancello era rimasto aperto, se ne fugg.
Lasciai il citto a mia madre e andai a cercarlo per i campi. Era gi inverno e stava annottando. Ogni tanto ebbi limpressione di vedere unombra, ma poteva essere illusione. Lo chiamai, fischiai. Andai per oltre unora, poi si fece troppo scuro e rientrai in casa.
Questo cane  stata la tua e la mia rovina disse mia madre.
 uno che soffre.
 uno che fa soffrire. Soprattutto me, che di avere un cane proprio non avevo nessuna voglia. Ci far passare dei guai se adesso prende questo vizio di scappare.
Speriamo non li passi lui
E mia madre se ne and a dormire scuotendo la testa. Anchio ci andai col citto, lo misi nel lettone e me lo abbracciai. Ci addormentammo insieme, io subito dopo di lui seguendo il ritmo del suo respiro, proprio cercando di imitarlo, come pu fare una persona a passeggio con unaltra, quando vuole tenerle il passo e ci sta attenta senza farsene accorgere. Oppure come quando si cammina da soli e da soli ci si canta un motivetto nella testa. Insomma, maddormentai, non sognai nemmeno, dormii attaccata al figlio che, giorno dopo giorno, continuava a farmi diventare madre. E diventando madre mi sembrava di diventare sempre meno qualsiasi altra cosa. Ma stavo solo agli inizi di quel divenire che mi sembrava tanto e invece era niente, perch questa  cosa che va tutta in crescita, non si ferma. Capace che va avanti, e incondizionata, pure quando la madre muore.
Osac, ti chiedo perdono per quel sonno felice accanto a mio figlio. Prima che lui nascesse non mi sarei mai data pace di una tua fuga. Ti avrei cercato e chiamato tutta la notte. E invece ero cambiata, quel corpo nato dal mio scendeva come un fiume in piena, e si trascinava dietro tutto. Cerano linvadenza sua e laccoglienza mia. Venivo via a pezzi, gli argini cambiavano, si allargavano per fare posto a quella barca che mi navigava. Capace che essere madre sia venir via come succede a un muro. In tal caso, caro lettore mio, allepoca perdevo giusto un po di intonaco.
Torn quando io ero dovuta gi ripartire. Mi telefon mio fratello.
Lha fatto apposta per darti una lezione. Guarda, ci scommetterei la testa.
E non la perderesti gli risposi.
Che cane!
Eh, s.
 un personaggio.
Un protagonista.
Ha un caratteraccio, per  tosto.
E pure fragile, credimi.
Non ci mettere dentro troppo dramma.  incazzato e se n andato per farti un dispetto.  pur sempre un animale, non ti ficcare in testa che se n andato perch poi non ce la fa a vederti ripartire.
Non  la stessa cosa?
No, non lo .
Ma, secondo te, dove se ne va?
Non lo so, ma lanima da avventuriero ce lha e pure parecchio.  un tipo ardito. Non mi meraviglierei che si stesse creando una doppia o tripla vita.
Altre case?
No, non volevo dire questo. Altre vite, cose diverse da quello che conosce. Lui ama te, se non ci sei, la vita casalinga gli va stretta. Se ne andr in cerca di avventure, di emozioni e
Stavi per dire pericoli, eh?
Beh, quelli ci sono sempre in una vita avventurosa. Lui ce lha scritta in faccia. Te lho detto,  ardito, temerario
Piantala!
 uno di quei tipi che piacciono a te.
S, se non fosse il mio. Se fosse il cane di un telefilm.
Quante ne vuoi Lhai raccolto dalla strada che era in fin di vita, lhai curato, gli hai dato una casa. Adesso lhai lasciato qui da noi, mica in un lager.
Tempo fa, per, mi hai detto che gli stavo facendo una mignottata.
S, certo. Glielhai fatta.
Il Fuggitivo prese a fuggire ogni volta che gli girava. Non lo tenevano pi. Tornava quando gli andava, certe volte anche in compagnia. Mangiava, dormiva una notte o due. Quando cera, per, si metteva ancora seduto sulle ginocchia di mio fratello mentre dipingeva, usmava i colori, si macchiava il naso, sbadigliava, starnutiva mescolando i suoi muchi nei dipinti, lasciando mio fratello esterrefatto. Cos hanno pi valore gli dicevo io. Ormai questo era landazzo. Non me lero riportato a Roma e lui non voleva pi essere il cane di nessuno. Ma quando era l, in campagna, non faceva avvicinare anima viva. Un giorno che arriv il giardiniere per potare una siepe, Osac gli arriv addosso e lo morse su un polso. Mio fratello usc in tempo per fargli mollare la presa, e per fortuna il giardiniere portava al polso un orologio dacciaio che Osac ruppe di netto. Glielo ripagarono e la cosa si concluse cos, con una lievissima ferita e un orologio nuovo.
Poteva andarmi molto peggio, sai? mi disse al telefono mia madre. Non  un cane da guardia,  un pericolo. Quel poveruomo lo conosce da anni. Lo dovrebbe aver capito che non  un ladro. Tutti i cani che abbiamo avuto in passato gli volevano bene.
Lui no risposi laconica.
No, lui  uno squinternato.
Ogni tanto faceva anche qualcosa di divertente. Un giorno si present a casa con un pollo arrosto in bocca.
Ma ti rendi conto? mi disse mia madre ridendo. Qualcuno se lo sar visto arrivare come un bolide, avr spaventato tutti quanti. Guarda, me la immagino la scena, il pranzo pronto in giardino, la tavola apparecchiata e tutti che scappano dentro casa. E lui, bel bello, che fa? Si prende il pollo e viene a mangiarselo qui.
Poteva strozzarsi con le ossa.
E che, non ci ho pensato? Ho provato a toglierglielo, macch, mha ringhiato. Pure a me, razza di irriconoscente. E se l mangiato tutto, sotto a un ulivo, come un gran signore. Poi s fatto una dormitina e se n riandato. La questione si fa preoccupante.
Lo fu. Un giorno si present a casa di mia madre un pastore sardo. Gli avevano mangiato una pecora. Era stato un branco capeggiato da un cane nero. Mia madre deglut e poi, facendo la gnorri, gli chiese come mai era venuto l da lei. Il pastore le rispose che era andato su in paese, sera informato, e quel cane nero che andava per scorribande era il suo. Degli altri non si sapeva niente, dovevano essere randagi, per del cane nero che se ne andava in giro per i fatti suoi, lo sapevano proprio tutti su in paese. Se gli pagava la pecora si poteva chiudere cos la questione, altrimenti
Altrimenti cosa? chiese mia madre.
Mi toccher sparare al cane.
E com che non lha gi fatto?
Perch non ero preparato, non sono arrivato in tempo. Pure uno dei due cani mi ha ferito. Ma se risuccede gli sparo. Mica posso venire qui da lei ogni volta a farmi pagare una pecora.
Senta, spari a qualsiasi altro cane, ma non a quello.
 lui che comanda tutti quanti. A chi dovrei sparare?
E poi, che hanno fatto con la pecora?
Che vuole che ci abbiano fatto? Se la sono mangiata. Avrebbe dovuto vederlo come correva veloce con tutta quella pecora in bocca, e tutti gli altri cani dietro. Saranno andati nel loro nascondiglio a mangiarla.
Dice che ne hanno uno?
Ogni branco ce lha.
E quando li ha visti andare via, non ha fatto niente?
Ho sparato, ma glielho detto, erano gi troppo lontani.
E mia madre pag la pecora, e poi lo supplic di non sparare al cane nero per nessuna ragione al mondo. Gli avrebbe rimborsato il prezzo di qualsiasi pecora gli avessero rubato. Ma il pastore fu incorruttibile, era venuto per farsi rimborsare il dovuto e per avvertire. Lui allevava pecore per poi venderle, non per farle mangiare dai cani, aveva dei compromessi con i suoi clienti. Adesso avrebbe tenuto lo schioppo sempre pronto. E il primo al quale avrebbe sparato sarebbe stato il cane nero.
Dice cos perch  solo un cane lo conged mia madre.
Ci mancherebbe rispose il pastore allontanandosi lungo il vialetto. Ai ladri si spara, cani o uomini che siano.
Qualche giorno dopo torn per portarle una forma di ricotta di pecora. Ne deducemmo che il prezzo preteso per la pecora fosse molto pi alto del dovuto. Quel giorno, per, Osac era a casa e per fortuna dentro. Il pastore lo vide schiumante dietro i vetri della finestra.
 proprio lui disse a mia madre che era uscita fuori. Devessere una bella scocciatura pure per lei avere un cane cos. Se vuole glielo ammazzo.
Ma cosa sta dicendo? Si porti via questo formaggio che qui non lo mangia nessuno.
E lei stia attenta a quel diavolo disse il pastore, offeso, con la forma di ricotta che si era visto rimettere in mano. La prima volta che lo vedo vicino alle mie pecore gli sparo proprio qui disse indicando la propria fronte con lindice sinistro.
Bene, cos sapr chi denunciare! gli url dietro mia madre.
Sta scherzando? le rispose fermandosi a met vialetto. Un cane  solo un cane. Si pu ammazzare pure per divertimento.
Mi telefon che schiumava rabbia. Nonostante non volesse ammetterlo, a Osacchio si era affezionata. Ogni volta che fuggiva chiudeva sempre la comunicazione dellevento con un: Speriamo torni presto.
Come prima cosa, il giorno dopo, lo andai finalmente ad assicurare. Entrai in unagenzia e dissi che volevo assicurare un cane di mia propriet. Mi chiesero se cerano stati precedenti, dissi di no, pura prevenzione, viveva in campagna da mia madre perch io non potevo pi tenerlo, dato che avevo un bambino piccolo e una casa di due stanze (ogni volta che dovevo parlare di Osac in campagna sentivo il bisogno di giustificarmi), era solo per non correre rischi, era un cane da guardia. Mi fecero vedere le tabelle. Scelsi la pi alta. Gli impiegati si guardarono perplessi e poi mi fecero firmare.
Il fine settimana successivo andai in campagna e Osac era l. Mia madre e mio fratello mi spiegarono che da quando era venuto il pastore non lo avevano mai pi fatto uscire, solo passeggiate al guinzaglio. Povero Osacchino gli dissi io, proprio come un cane di citt. Si volt verso di me e fece un verso strano, una specie di polemica che avrebbe voluto iniziare ma lasci l, senza portarla avanti. Era un bel problema doverlo tenere cos, ma non cera verso, scavava sotto la recinzione ormai con gran velocit, si era specializzato. Bastava un niente e non cera pi. Ma nonostante tutte le accortezze, scapp di nuovo e molte altre volte. Trovava il modo quando qualcuno apriva la porta di casa per uscire fuori, sgattaiolava via facendosi sottile come una sardina. Se cera mio fratello gli andava dietro, qualche volta riusciva a prenderlo, altre no. Ci fu addirittura un giorno che stava per raggiungerlo, lui si vide perso e allora scavalc la rete, si arrampic come un soldato nelle esercitazioni. Poi, da lass in cima, senza esitare fece un salto e mio fratello lo vide correre lungo la salita, una corsa cos serrata che parve quasi restringerlo, e subito dopo scomparire dietro tutto il polverone che aveva sollevato.
Di pecore ne vennero fatte fuori altre tre. Probabilmente il pastore gli spar pure dietro come promesso, ma non lo prese. Venne gi di nuovo e questa volta con lo schioppo in mano e due cani da gregge. Per fortuna Osac non cera, ma si mise a urlare a mia madre che era sola e la spavent. Disse che se non provvedeva erano guai. Lei gli chiuse il cancello in faccia terrorizzata, quello lo prese a calci. Rientrata in casa, si chiuse la porta alle spalle e mi chiam.
Mi avete rovinato la vita disse accomunandoci. Non ne posso pi. Adesso siamo passati alle minacce fisiche, ti rendi conto?
Aveva ragione, ma che si poteva fare? Era un cane turbato, le sue euforie come le maree che salgono e poi, raggiunto il culmine, si fermano per fare marcia indietro, mostrare quanto di brutto lacqua aveva coperto. Lui era anche quel brutto, quei detriti, ed era soffocante prima di tutto per se stesso. Nessuno conosceva come me lanimo suo sempre in bilico, loscurit che lo perseguitava, i pensieri neri, le cadute iraconde e infernali che fino a che duravano lo tenevano ammollo in un gran ribollir di sangue. Un cane che viveva per lo pi dentro il suo inferno, che l si dibatteva, che da l era in parte uscito quando ce ne vivevamo a Roma insieme, quando aveva creduto nelle promesse della vita nova. E chi gliele aveva fatte ero stata io, preso e fatto risorgere contro quella volont di distruzione e autodistruzione che sempre gli era andata dietro. Lavevo conosciuto mezzo morto, lo sguardo di chi gi pi non vede il mondo e aspetta le ultime ore di travolgimento. Un cane. Si fa presto a dire un cane. Muscoli, carne, ossa, viscere e un cervello, un cuore, unanima. Tutto molto esplosivo. Ogni cane solo se stesso, come noi. Era lui a rovinarci la vita? Eroico comera, furibondo, sempre temerario Per forza che spesso rasentava lottusit. Come poteva essere altrimenti? Chi ragiona pensa, valuta. Laltro era il coraggio e la saggezza. Questo era la furibondit perch cos gli era stato imposto: la vita presa distinto, vantaggi e svantaggi mai ponderati. Furia. Solo quella a spingerlo contro limpatto doloroso delle disillusioni. Un sentimentale senza cura, feribile pi degli altri nel suo cuore di tortora. Le zanne vischiose del rabbioso, e poi il tenerello poetico che una delusione strugge e distrugge. La sindrome dellabbandono che gli avevo quasi guarito se lera ripreso intero. Non era stato un abbandono crudele per noi che giudicavamo dallesterno, non gli era venuto a mancare il necessario comera accaduto quando lavevo trovato io. Aveva materialmente il meglio. Ma lui, in fondo, non era cane materiale. Quante volte avevo lasciato laltro anche per un mese intero da mia madre quando partivo per un viaggio? Mai che si fosse sentito abbandonato, due paroline prima di partire ed era tutto chiaro. Potevano lasciare anche il cancello aperto, lui oltre non andava. Cose diverse, incompatibili. Dunque laltro non ci rovinava la vita e lui s?  dunque ladattamento al nostro modo di vedere il mondo, o meglio, al nostro modo che vorremmo imporre a loro, il giusto metro di giudizio? Certo, cosa che travolge pure gli umani, ch i sofferenti cos spesso vengono giudicati: rovinatori di vite altrui. Ma io che lavevo fatto ricadere nelle sue paure, io lo capivo. Lontana, a Roma, con il cittino mio che cresceva, vedevo il suo volto affilato, sempre di profilo, leggermente chino verso terra (mai che lavessi visto guardare il cielo) a rimuginare sulle offese, le ingiustizie subite. Sentivo linciampo dei suoi ragionamenti, il confondersi, il dover ricominciare, la fatica che doveva fare nella cronologia. E presi una decisione che ancora oggi non so se giusta o sbagliata. La presi travolta dalla maniera in cui supponevo che lui ragionasse. Ormai era passato pi di un anno, a mia madre avrebbe fatto di certo piacere avere per un paio di settimane il nipote tutto per lei. E cos le proposi questo scambio, le portavo il citto e mi prendevo il cane nero. Lo riportavo a Roma, ce ne stavamo io e lui come i vecchi tempi per un po. Chiss se questa trovata lo rimetteva sulla strada giusta. Magari, dentro a tutto quel guazzabuglio che aveva nella mente, ci aggiungeva pure questa esperienza, la possibilit della sua ripetizione: lo avevo messo a vivere in campagna, ma ogni tanto ritornava a casa.
Fu un viaggio in macchina fatto di cose implicite. Non cera molto da dire, solo da stare a vedere quel che succedeva, e per le due ore di autostrada stette sempre seduto accanto a me, come un signor passeggero. Non abbai mai, nemmeno quando ci fermammo a fare benzina. Era frastornato, cercava di intendere, ma di andare fino in fondo allintendimento aveva anche un po paura. Ogni tanto si voltava a guardarmi, io lo incoraggiavo: Tutto bene, Osacchio, ce ne andiamo in vacanza. Per un po ritorni a fare il mio bimbetto. E lui sbadigliava. Era imbarazzo, commozione. Cose emotive sue che sapevo bene.
Arrivato, perlustr lintera casa, pi che altro i luoghi del citto, ma senza fare provocazioni. Quando mi vide aprire la sua cuccia e rimetterla l dovera sempre stata, non si contenne. Gli venne fuori un mugolio che poi si trasform in un ululato lieve e subito dopo in una cosa strana, tra il singhiozzo e il rutto. Per descrivere ci che gli passava dentro il cuore in un minuto, ci vorrebbe un trattato. Posso per dire che come tutti i destinati alla grande malinconia, veniva ossessionato dai pensieri in forma passiva. Ne era visitato, attraversato, brutalizzato. Gli toccava sopportarli senza esserne andato in cerca. Era un campo di battaglia durante e dopo la battaglia. Non era mai lui a scegliere di pensare, pensavano dentro di lui i pensieri. La sua testa, da che lo conoscevo, era sempre stata terra di conquista. Guardarlo nei momenti in cui veniva preso cos dassedio mi dava ununica certezza: felice  solo colui che sceglie cosa pensare.

11.

Per due settimane mi adattai al Klondike che aveva dentro il cuore. Divenni anchio il Klondike. Non gli mostrai quanta nostalgia avevo di mio figlio e finsi di essere quella che aveva incontrato lui.
Dormiva poco, a ogni mio movimento si svegliava e mi veniva incontro. In ogni istante, per quelle due settimane, ha temuto il ritorno in campagna, che in quella ritrovata pace non vi fosse inclusa la parola definitiva. Immagino, dunque, che un po del benessere lo dilapid. Diciamo che riusc a viverne, ma sempre in uno stato di frenesia e apprensione. Tornammo alle nostre passeggiate alla Caffarella, ai vecchi amici. E lui fece del suo meglio. A parte il ringhio verso ogni altro maschio, se ne stette quieto. Anche quando dovevo uscire e lo lasciavo a casa da solo, non ci fu una sola volta in cui lo sentii abbaiare. Doveva pensare che, comunque andassero le cose, ci aveva il suo guadagno: voleva dire che sarei tornata l. Lo rendeva invece inquieto ogni uscita insieme. Bench vedesse che uscivamo sempre senza bagaglio, fino a quando non si rendeva bene conto che non eravamo diretti alla macchina, aveva una respirazione affannata, il tumulto dentro il petto. Tornare a casa. Ecco, quello gli piaceva immensamente. Sentire le mandate che davo alla porta: quattro. Pareva le contasse. Se ne stava l seduto fino a che non arrivava lultima, e poi mi faceva festa come fossi di ritorno da una lunga assenza. Dopo andava a cercare listrice di gomma e con quello in bocca correva per tutta casa muovendo molto vento.
Gli comprai due giocattoli nuovi: un pollo, che a morderlo con pi o meno forza emetteva un suono pi o meno forte, e un osso in pelle di manzo pressata. Con losso si intrattenne per un tempo molto pi breve di quello che mi aveva garantito il commesso del negozio. Grande comera, poteva durargli per le due settimane. Lo stermin invece in tre giorni, dedicandosi solo a quello, e con un tale lavorio di mascelle che di sicuro lavranno sentito anche i vicini. Poi attacc il pollo, con il quale mi rintron non poco per tutto il tempo che ci rest da trascorrere a Roma. Curioso come tanta racchiusa furia, tanto intenso e furibondo Klondike, potessero poi ridursi allinfanzia con un polletto di plastica tra i denti. Ed era il classico polletto che un tempo in macelleria si trovava appeso a un gancio, gi spennato, insomma, con quellaria molto allungata dalla morte. E molto ben colorato, la pelle leggermente bugnata, come gli avessero strappato le penne da poco, le zampe di quel giallo consumato dalle raspate, gli occhi chiusi, la cresta moscia. Sembrava pronto da mettere in forno. E lui, che sapeva bene quale fosse la differenza tra un pollo vero e uno finto, un po da finto e un po da vero lo trattava. Ogni tanto, per giocare, lo mettevo dentro il forno veramente. E lui restava seduto dietro il vetro ad abbaiare. Era stupito del fatto che avessi messo un pollo di gomma, e dunque incommestibile, nel forno. E tanto ne era convinto che, bench il forno fosse spento, lui per paura di bruciarsi non ci avvicinava il naso. Il gioco durava poco, ch non volevo farmi rompere i timpani. Tiravo fuori il pollo e lui se lo portava in giro come una gorilla fa col gorillino. Ogni tanto lo lasciava a terra tutto sbavato, intoccabile. Quando si asciugava, glielo lavavo col sapone e poi glielo ridavo. Non la prendeva bene, per un po (poco) non lo toccava pi.
Una domenica andammo al lago. Decisi di mangiare fuori e di fare come tutte le persone normali che si portano il cane e lo legano a una zampa del tavolo. Per ogni evenienza gli portai anche il suo pollo.
Era una bellissima giornata di sole. Lo avemmo in faccia per tutti i quaranta minuti del viaggio. Arrivammo bollenti entrambi, soprattutto lui che era nero. Scese dalla macchina rilucente, come gli avessi passato addosso il lucido da scarpe. Una signora che passava disse al marito: Ma hai visto com bello quel cane?
Sono frasi che fanno un gran belleffetto. A noi due lo fece, ci guardammo negli occhi e ci scambiammo cos, implicitamente, leffetto della lusinga. Osac, con il taglio di bocca che aveva, il modo di tenere la lingua, la forma perfetta dei denti bianchi, ogni tanto pareva ridesse. O meglio, che ridesse non ci sono dubbi, anche se in lui era cosa rara, il fatto  che riusciva a fartelo capire, forse grazie proprio alla sua fisiognomica che si prestava. Aveva una faccia nella quale davvero si leggeva tutto, anche una tempesta ancora lontana da venire, ma da lui gi intuita. E la perdita di pazienza, ma lattimo prima, listante in cui la crisalide stava per esplodere. Tutto in faccia portava scritto. Almeno per me, caro lettore, ma anche per te nel caso si fosse trattato del tuo cane, perch se ancora sei qui  probabile tu ne abbia uno, o ne abbia avuti in passato. Ma  altrettanto possibile che possano intenderci anche persone che di cani non ne hanno mai avuti, pur desiderandoli. Quelle persone che non hanno mai trovato le giuste condizioni: genitori compiacenti da piccoli, una moglie o un marito che compensassero da adulti. Anche queste persone, cui lincontro vero  mancato, proprio per questo hanno lavorato di leggenda, su quel se avessi avuto un cane. E dei cani degli altri, che vedono per la strada, fanno un po di romanzo, intrecciano, accumulano, mettono da parte per un ruminamento solitario. Ce n di gente che sogna come sarebbe la sua vita se avesse un cane. E hanno poco da sognare, perch per quanto un cane la possa peggiorare, con un cane la vita  sempre un po meglio di com senza. Il ragionamento  un po contorto, me ne rendo conto da sola, ma non lo posso esprimere diversamente; so che tu, lettore caro che li hai, li hai avuti o li vorresti, mi intendi proprio a meraviglia.
Pranzai in modo beato. Osac si comport come un gran signore, ogni tanto gli rifilavo un pezzo dellarrosticino di pecora (alla faccia del pastore) che lui prendeva al volo facendomi sentire lo schiocco, o meglio, la chiusura a morsa dei denti contro i denti, e poi il veloce deglutimento, quello che non fa assaporare e che mi ha sempre tanto divertita. Ma lhai almeno capito quello che hai mandato gi? La risposta era uno scodinzolio innocente, quasi stupito. Come non vi fosse altro modo di gustare le cose se non la fretta di ingollarle. Poi avvolsi con il tovagliolo il pane avanzato e insieme andammo a lanciarlo alle anatre del lago. Un po si divertiva, ma un po anche abbaiava contrariato e qualche boccone dovevo darlo pure a lui. Mi fumai una sigaretta seduta su una roccia, sotto il bel sole, il brillio dellacqua mossa solo leggermente dal vento, nel brusio di chi come noi, dopo il pranzo, era sceso sulla riva del lago e l aspettava di digerire. Molti stendevano teli, si mettevano a prendere il sole, i bambini giocavano a pallone. E questo gli piaceva molto: a ogni tiro, bench al guinzaglio, mi strattonava in direzione della palla. Fummo felici. Il tepore della giornata non sciolse il ghiaccio del Klondike, noi restammo in quel riverbero fino a che cal il sole e poi riprendemmo la strada verso casa.
Ma due settimane durano poco. Giungemmo alla fine e io preparai in sordina il poco bagaglio. Avevo lasciato aperta una valigia e ogni giorno ci mettevo qualcosa che lui correva subito a guardare, mettendoci il naso dentro. Una sera vidi una mia maglia tirata fuori e lasciata in terra. Un gesto commovente. Lui era cos, come certi laconici film sugli uomini duri, quelli che dopo una vita intera, al momento di dirsi addio, lo fanno di solo sguardo.
Il ritorno fu umido e malinconico. Sembrava che nellauto ci fosse andata a finire dentro la muffa, che tutto si fosse ridotto a un odore andato a male. Eravamo insieme ed eravamo soli, infreddoliti. Osac rimase per tutto il tempo acciambellato sul sedile posteriore, senza mai guardare la strada. Come dormisse anche se era sveglio. Quando arrivammo scese dinoccolato, a passi lenti sal verso il greppo e scomparve tra i tigli. Rimasi solo due giorni e poi me ne tornai a casa col cittino. Lodore di muffa era scomparso. Lui non venne nemmeno a salutarmi, lo vidi che mi guardava caricare la macchina. Lo chiamai, ma rimase lass. Spuntava da dietro un albero e stava seduto, di profilo, ad annusare il vento.
Non passarono nemmeno due settimane che arriv la telefonata di mia madre. Era scappato di nuovo. Non cera verso, bastava un momento di distrazione. Ma non era solo quello. Era scappato e lei non me laveva nemmeno detto, perch aveva avuto un presentimento. Ecco, me lo diceva adesso che era tornato. Ma era tornato male, con le ultime forze che aveva. Era stata una fortuna che mio fratello fosse fuori, in legnaia, e lavesse visto. Quattro passi lungo il vialetto e si era accasciato a terra con tanta schiuma in bocca. Lavevano avvelenato, di certo era stato quel pastore. Mio fratello se lera caricato sulle spalle, laveva messo in macchina ed era corso dal veterinario.
Era forte.  stato il cane pi forte che abbia visto mai. Lo sorreggevano il furore, la veemenza, la rabbia che nutriva contro il mondo. Veniva da una regione del Territorio dello Yukon, nel Canada nord-occidentale, appena al di l del confine orientale dellAlaska, e dalle sue parti cera un torrente pieno di pagliuzze dorate che correvano sullacqua spinte dal vento. Da dove veniva lui cerano la neve e il ghiaccio per buona parte dellanno, e i bambini mangiavano The Original - vanilla ice cream di forma quadrata, dentro una carta stagnola dove troneggia un orso bianco. E in primavera, poi, la neve scompariva, i ghiacci si scioglievano, e chi li aveva sopportati per tanti mesi era diventato pi forte, un anno in pi di forza addosso.
Tutto il veleno del pastore non pot nulla contro la forza della sua tempra. Arriv dal veterinario che sembrava morto, il medico scosse la testa e disse che avrebbe tentato, anche se di speranze ce nerano ormai poche. E invece il suo corpo reag andando a riprendersi la vita lass, da dove veniva lui, dai balzi nella neve, dai torrenti ghiacciati, dal vento che congela e dalle primavere dove tutto rifiorisce. Una scossa dovette percorrere quel corpaccio di cane nero, e tutto si rimise in movimento. Torn regolare il battito, la respirazione, alla fine pure emise un ringhio dei suoi cavernosi a chi lo maneggiava con troppa disinvoltura. E il medico ritir le mani dicendo: Accidenti, che diavolo di cane! E chi lavrebbe detto mai che si riprendeva! E mio fratello lo riport a casa quasi in trionfo, commosso. Un uomo tanto alto con un cane tanto araldico e forzuto che nemmeno il veleno annichiliva. E gliene hanno dato pure parecchio gli aveva detto il dottore accompagnandolo alla macchina. Ce nera di che ammazzare un cavallo.
Lavresti dovuto vedere mi disse mio fratello al telefono. Sembrava morto. Ho detto a mamma di non chiamarti. A che serviva? Sembrava avesse i minuti contati, ho pensato: arrivo dal dottore che  gi stecchito. Ci credi se ti dico che ha mangiato? Ha dormito tutta la notte e stamattina s svegliato che aveva fame.
 uno tosto.
Da tanto di cappello. Avr preso da te.  gi l che sgrufola tra i miei colori.
Vedrai che prima o poi un quadro astratto te lo fa.
A dargli carta bianca Per
Cosa?
Adesso le cose dovranno andare diversamente. Mi dispiace.
Che vuoi dire?
Mica possiamo andare avanti cos, ti pare? Prima o poi gli spara o lo avvelena unaltra volta.
Certo, bisogna starci attenti. Non deve scappare pi.
E allora c un solo modo.
E quale?
Deve stare a catena.
E quello fu linizio dellinferno, per tutti. Mia madre fece mettere un lungo filo di ferro che andava da un palo fino allalbero del fico, e sul filo un anello, e sullanello un gancio a scatto dove veniva attaccata la catena che con un altro gancio a scatto prendeva lanello del suo collare. Aveva uno spazio di una trentina di metri per fare avanti e indietro quando stava fuori, dove veniva portato sempre al guinzaglio. Davanti alla porta di casa venne installato un cancelletto, cos, quando qualcuno usciva, aveva tutto lagio per fermarlo in tempo e non farlo scappare. Divenne un prigioniero. E come tale si comport fino a che gli dur la vita. Quando stava fuori non faceva che abbaiare, senza mai tregua. Quando veniva portato dentro urinava contro il primo mobile che gli capitava a tiro. Lunghe, enormi pisciate che tratteneva per poi svuotare con aria di sfida in casa. I vicini del casale accanto al nostro, separato da noi solo da una strada, cominciarono a lamentarsi. Lo fecero con molto garbo perch erano persone gentili, ma dissero che quel continuo abbaiare stava turbando molto la loro vecchiaia di coppia cittadina che si era venuta a ritirare in campagna. Mia madre aveva stretto una certa familiarit con loro, ogni tanto giocavano a carte insieme. Le prese la smania di scusarsi in continuazione, si sentiva sempre a disagio. Le nostre telefonate avevano sempre quellargomento: Abbaia, non fa che abbaiare. E quando entra in casa mi fa dei laghi.
E che doveva fare un prigioniero con un animo libero come il suo? Come se lo sar mai giustificato quel destino? Lentamente perse anche il suo bellaspetto. Cominci a ingrassare per via del poco movimento che faceva, e il pelo, a forza di starsene sempre sdraiato sulla terra polverosa e nuda che il suo continuo avanti e indietro aveva bruciato, non era pi lucido come prima. Un breve sentiero dove non cresceva pi nulla, cosparso qua e l dalle cacche che ogni giorno mio fratello rimuoveva con una pala. Uno come lui finito in una miseria placida, e dunque ancor pi misera ai suoi occhi. Avrebbe preferito di certo finire con una pallottola in fronte, la pallottola del pecoraro, una fine dettata dal furore altrui che contro quello suo avrebbe vinto. Sarebbe morto pensando che moriva solo perch veniva sparato, ch altrimenti, ad armi pari Sarebbe morto pensando che in quel caso si sarebbe mangiato pure tutte le sue pecore, una dopo laltra. Un salto alla gola pecorara, una stretta potente di mascelle sulla giugulare, sentire il sapore del sangue nemico e continuare a stringere fino a che il corpo fosse diventato uno straccio tra i suoi denti. Quel modo che hanno i cani di strattonare, quello sgrullio di testa, fatto di soli muscoli del collo, senza mollare mai la presa. Avrebbe preferito la fine breve, veloce. Listantaneo morire di quando si  colpiti e tutto allimprovviso sfugge. E invece gli toccava latrare tutto il giorno, e poi mangiare pi brutalmente di prima, affogarsi nella ciotola, aspettare quei due momenti del giorno come gli unici in cui si concentrasse il senso della vita. E sembrava sempre fuori dei sentimenti, come annebbiato. Era il pupazzo in balia delle stagioni, del loro cambiar le cose. Osservava tutto con lassenza che gli dava quellabbaiare continuo, ossessivo, alla fine fatto solo del suono della sua voce che era diventato un tuttuno con lui fino a che stava a catena. La notte dormiva sempre dentro, allingresso. Faceva i suoi soliti movimenti bruschi, si rivoltava nella cuccia senza trovare pace, sognava muovendo veloci le zampe. Di certo erano fughe, grandi avventure, entragne di pecore che portava in bocca nelle corse precipitose. Un cane nero nelle colline, un rimuovere di tanta terra, zolle che saltavano per aria con ciuffi derba attaccati. Tutto quello che non poteva pi fare lo sognava.
In una primavera inoltrata, verso la fine di maggio, mia madre lo trov a catena che starnutiva sangue. Faceva il verso dei cavalli, tirando prima su e poi gi la testa, e una raggiata di schizzi rossi tempestava laria. Lo prese per il collare, lo tampon con un asciugamano e lo fece salire in macchina. Quando il medico lo vide non ebbe dubbi, gli era entrato un forasacco su per il naso. Bisognava solo toglierlo.
Con cosa? chiese mia madre.
Con delle pinze.  un po doloroso, ma  lunica maniera.
E come pensa di farlo?
Tenendogli la testa.
Ha un assistente?
Ne ho tre. Ma non ce ne sar bisogno. Vuole che dopo ventanni di mestiere non sappia tenere un cane?
Il medico e i tre assistenti non poterono nulla contro la furia del Klondike. Mia madre rimase l, involontariamente, ma quasi affascinata nel vedere quellenergumeno di cane appesantito dal poco movimento dimenarsi con la flessuosit dellanguilla e la forza di una tigre. Li morse a turno. Alla fine il sangue che schizzava era il sangue di tutti. E cos, mentre mordeva, uno gli fece uniniezione su una chiappa. Ma ad accasciarsi ci mise ancora qualche minuto. Barcoll sul tavolo di metallo in un rumore di forti, raschianti e scivolose unghiate. Poi gli fecero unanestesia generale e gli tolsero il forasacco.
Ma chi ? chiese alla fine il medico a mia madre.
Un forsennato gli rispose lei con una certa fierezza.

12.

Ne pass di tempo. Passarono anni. Divenne leroe di mio figlio. Osac il leggendario, il cane furia, limbattibile, il migliore. Quando gli annunciavo che saremmo andati in campagna, lui subito gridava euforico: Da Osacchino! S, perch nel frattempo, a mano a mano che mio figlio cresceva e lui invecchiava, i due avevano pure fatto amicizia. In tutti noi cera ogni volta grande apprensione. Ma Osac sempre la sment.  che da citto era diventato un ragazzino, e se ne stavano ore allingresso a giocare, a fingere una spaventosa lotta fatta tutta di versi. Certe volte mio figlio ci si addormentava sopra. Lavati le mani! gli dicevamo in continuazione. Ci rispondeva che Osacchino non era un cane malato. E lo baciava. Io tremavo, ma alla fine, lo devo ammettere, quando se ne stavano tutto quel tempo abbracciati, lo sguardo di Osac cambiava. Che fosse un inizio di cataratta, che fosse il suo modo per manifestarmi ancora il suo adorante amore. Tra i due cani, il famoso primo e lui, mio figlio diceva sempre che non cera paragone, Osac era molto meglio. Non mi vorrai dire che era pi forte di Osac, vero? E io no, non glielo potevo dire. E se si fossero sfidati? Solo il pensiero mi faceva rabbrividire, per, effettivamente, se si fossero sfidati, non ci sarebbe stata nemmeno lotta. Il boxerotto di pelo biondo e pelle sottile, quel bel filosofo tanto taciturno, avrebbe avuto la peggio. Per non parlare di tutti i cani del mondo. Li vincerebbe tutti, vero? E io affermavo sotto lo sguardo vigile dei due che erano ormai complici. Anche adesso concludeva mio figlio. E poi un po si commuoveva, perch pure se era un ragazzino lo sapeva che Osac si stava facendo vecchio. Gli piaceva guardare le fotografie di quando era giovane e gagliardo. Ne volle una di quando in campagna aveva nevicato tanto e lui cammina di spalle, andando verso il cancello. La coda dritta, le zampe affondate nella neve. La volle ingigantita, incorniciata e appesa nella sua camera da letto. La sera, prima di addormentarsi, gli mandava un bacio. Loggetto della nostra separazione era diventato il suo pi grande ammiratore. Ogni volta che dalla campagna venivamo via, erano pianti che duravano quasi tutto il viaggio. Mi chiedeva in continuazione di portarlo a Roma con noi. Io gli spiegavo che non potevamo. Un cane doveva uscire almeno tre volte al giorno. Aveva voglia di portarlo fuori insieme a me prima di andare a scuola? Dovevamo farlo per tre volte. E poi era troppo piccola la nostra casa. Qualche volta avrei potuto anche farlo, per qualche giorno. Ma non osai mai. Dopo quellultima illusione, di dargliene anche unaltra ora che si stava facendo vecchio Povera bestia mia. Io continuavo a diventare madre, non smettevo pi. Andavo avanti per quella strada, facevo ogni giorno il tratto che mi spettava. Non  a mettere al mondo un figlio che si diventa madre,  una storia lenta che dura una vita intera. E quando poi la madre muore, si pu forse dire che  diventata madre solo fino a quel punto, che la sua strada si  interrotta l? Ecco, non  una strada che finisce. Nella nostra vita ci sarebbe stato spazio per un cane magari nel futuro, quando il figlio si fosse fatto un po pi grande. Solo a dirglielo era farselo nemico. Non cerano altri cani al mondo che lui volesse, voleva solo quello. Perch quello era Il Cane.
Le cose succedono anche allimprovviso. Ci si convince che debbano accadere un po alla volta, che vi sia un adattamento, una linea che da retta si incurvi, faccia la gobba, allunghi il brodo. E invece, a volte,  proprio tutto nel passo successivo. Prima camminavi spedito e poi sei inciampato. Non cera stato il tempo per preparare la nuova andatura. Non esiste forza che resti tale per sempre, vigore, temerariet, baldanza. Tutto si increspa e perde di smalto. Se nera andato cos in fretta il tempo, tutto vorticoso, una vertigine. Mica ce ne accorgiamo. Non sempre lo misuriamo il tempo, a volte siamo addirittura capaci di scavalcarlo, di uscirne fuori, ma intanto passiamo noi, e non insieme a lui. Lui solo ci governa, un po come i contadini fanno con le bestie. E noi, dal tempo, di notte veniamo rimboccati, svegliati al mattino, annoiati nelle prime ore del pomeriggio, nei tempi lunghi e morti. E se il nostro tempo lo riversiamo sul cane che ci  compagno, allora eccolo che allimprovviso lo vediamo scivolare via, prendere da un giorno allaltro una rincorsa, tramutare, sfigurare. Da un giorno allaltro Osac divenne vecchio. Non ce laveva pi il bel corpo dellet matura, quella dellapice che fa di ogni cane un cane che ai nostri occhi diventa eterno: il bel cane adulto. Eppure, a catena abbaiava ancora. Quella reclusione dal mondo dellavventura stava ancora l a morderla nellaria. Fosse stato sciolto sarebbe fuggito come ai tempi, sarebbe tornato l dove cera quel gregge che ormai chiss dovera andato a finire. Sarebbe andato in cerca dei suoi luoghi conosciuti, quelli che continuavano a corrergli dentro il pensiero che ricovera i ricordi. La sua vita, fermata da quella catena, aveva continuato a risuonargli dentro il petto, a gettargli lamo dei suoi richiami. Immobilizzati dal suo tempo, certo, ma per lui ancora vivi, rimasti intatti come ogni cosa che da movimentata si paralizza. In tutti quegli anni, lui aveva continuato a vagheggiare le ricchezze che con lavventura sera conquistato. Ogni cosa trascorsa laveva fatta sua. E poi, cos diviso, sera accontentato di ci che gli restava: il panorama sempre uguale, le lunghe e vendicative pisciate dentro casa che ormai avevano infradiciato quei dati mobili, le ciotole, la cuccia, la stufa dinverno, lodore di pittura che continuava ad affascinarlo. Giornate scandite da poche cose, giornate vecchie. Sulle ginocchia di mio fratello, mentre dipingeva, ci saliva ancora. Ed era quasi glorioso vederli cos. Luomo dei quadri e il cane adottato, la mano col pennello e il muso che la segue. Alla fine, era diventato il cane di una catena e di un pittore. E labbaio era diventato roco, un rimbombo frenato, qualcosa che gli rumoreggiava pi dentro che fuori. Si sentiva ancora, certo, ma non quanto potesse sentirlo lui. Sembrava che ormai non abbaiasse pi per il mondo, ma per se stesso. Una cosa sua, che a un certo punto cominci ad avere a che fare col suo corpo. Da un giorno allaltro, invece di abbaiare cominci a piangere. Venne portato dentro casa e fatto uscire solo al guinzaglio per fare i suoi bisogni. Zoppicava, sulla parte destra del ventre si era un po gonfiato. Il medico lo sed lievemente e gli fece le lastre, le analisi del sangue. Rispetto alla sua et non aveva niente di particolare, al dunque rientrava tutto nella norma.
E il gonfiore? chiesi io.
Potrebbe essere una botta. Magari  andato a sbattere contro qualcosa.
Mica mi convinceva. Questi veterinari di campagna hanno sempre a che fare con pecore, cavalli, mucche, in un corpo di minori dimensioni si confondono. L dove tutto sta in poco spazio non si raccapezzano, o meglio, come disse mio fratello: per capirci di un cane dovrebbero tagliargli la pancia dal collo fino ai genitali, tirare tutto fuori e vedere gli organi uno per uno.
Allora lo portammo da un veterinario di citt, addirittura in una clinica dove lo rivoltarono e sfoderarono. E confermarono la diagnosi: di grave non aveva nulla, giusto qualche acciacco dellet. Ma lui continu a lamentarsi come sentisse un dolore. Io gli passavo la mano su tutto il corpo, spingendo lievemente ogni volta che cambiavo spazio. Ma il piagnucolio, il gemito, era sempre costante, sempre uguale. Di stare in casa e uscire solo al guinzaglio mi parve contento. Forse era quello stare a catena ad averlo tanto consumato. Del resto, che si poteva fare? Mica si poteva tenere sempre chiuso in casa. E di lasciarlo libero neanche a parlarne, che prima o poi ne avrebbe combinata una delle sue e chiss se quellassicurazione sarebbe stata sufficiente. Era diventato vecchio, e quel lamento era il rimpianto degli anni trascorsi, il ricordo di quando stava a Roma, o di quando era forte e saliva il greppo con due balzi, o di quando scavava sotto la recinzione per poi raggiungere il branco di cui era al comando e con quello entrare dentro un gregge, lottare con i cani da pastore, farlo esplodere quel gregge, fino a che, vittoriosi, se ne andavano portando via una pecora che chiss dove si nascondevano a divorare. Era il peso degli anni, il vagheggiamento di uneterna giovinezza, come capita agli uomini, caro lettore che sei arrivato fin qui e magari condividi anche tu la sua pena degli anni verdi che se ne sono andati. Poteva essere il sentire che le forze di un tempo gli erano venute meno, poteva essere il conteggio delle cose perdute e che gli avevano detto addio. Potevo essere io. Poteva essere, addirittura, quellantica famiglia del primo abbandono. Ecco, doveva essere il passato.
Appena potevo andavo a trovarlo. Lo sguardo gli si illuminava quando dalla macchina vedeva scendere mio figlio. E chiss come doveva ragionarsela la questione di saperlo ancora un ragazzino mentre a lui, nello stesso arco di tempo, era toccato di invecchiare. Quello che  certo  che ci aspettava sempre. E chiss con quale stato danimo lo faceva, con quale capacit di valutare il tempo dellattesa. Lo immaginavo simile a quelle persone che vanno a un appuntamento e aspettano unora, due, e continuano ad aspettare anche quando diventa evidente che non verr nessuno. Passava un intero giorno, si faceva notte e noi non eravamo arrivati. Avr dato per scontato che di notte non doveva pi aspettarci? Credo di s, di notte non ci aveva mai visti arrivare. E tu, lettore che ami i cani, che di certo ne avrai uno o ne avrai avuti, o forse stai pensando di averne in futuro perch questo libro ti  capitato tra le mani e hai pensato, toh, un libro su un cane, e poi hai continuato a leggere, a questo cane nero ti sei un po affezionato, certo, starai pensando che se un giorno avrai un cane non lo vorrai cos, ch questo  proprio buono per scriverci un romanzo, mica per viverci insieme e Insomma, come si fa a perdonarsi per aver deluso unanima pura anche se vestita datroce? Perch questo lo sappiamo, nellanimale latrocit  cosa naturale, segue un istinto, non si pu considerare cattiveria. Osac, per esempio, per tutto il tempo che  stato in campagna non ha mai fatto entrare un gatto nella propriet. Quando era libero e gagliardo, bastava ne fiutasse uno perch quello fosse bello e spacciato in un secondo. Gli saltava sopra e con le zanne gli spezzava la spina dorsale, e poi lo scuoteva come un fantoccio, e dopo un po lo lasciava l, stupendosi del fatto che pi non si muovesse. Lo abbiamo stramaledetto tante di quelle volte Mio fratello prendeva poi una pala e con quella portava via il corpicino del malcapitato. Un povero gattino della macchia attirato dallodore di cibo, spinto dalla fame e finito nelle fauci del cagnaccio nero. Che per era il mio, a questo punto direi quasi il nostro, e nella brutalit aveva lanimo delicato di chi soffre per amore, lanima di un persistente che attende un arrivo allinfinito. E siccome, come di certo avrai capito, di sensi di colpa ne so collezionare molti, credo che alla fine, proprio di questa attesa sia morto.
Un mattino non si  alzato dalla cuccia. Hanno insistito tanto, gli hanno messo del cibo davanti che lui, per ingordigia antica, ha un po spilluzzicato, ma sempre non alzandosi. Gli hanno dato lacqua, hanno preso in mano il guinzaglio dicendogli la fatidica frase: Osac, andiamo? Ma lui niente. Li guardava, muoveva per compiacenza un po la coda che batteva sulle sponde di ferro, e sospirava. Quel giorno sospir in continuazione. Era domenica e il veterinario non rispose al telefono, nemmeno a quello di casa. Nel pomeriggio se la fece addosso. Mio fratello cerc di farlo alzare prendendolo per il collare, ma lui, anche se debolmente, gli ringhi. Lultimo ringhio lo fece al suo amico pittore, al creatore di tutti quei grandi quadri che popolavano la casa, allodore di trielina, agli stracci sporchi di colore, alla tavolozza che laveva sempre tanto incuriosito perch grumosa e a lui piacevano le cose gnoccolute, bitorzole e bugnate. Parole che ho avuto sempre la sensazione di sentirgli pronunciare. So per certo che quando un cibo gli piaceva in modo particolare era perch lo trovava sufficientemente gnaccuso. Se dovessi aggiungere unaltra parola che di certo poteva essere di suo gusto, direi equinozio. Perch aequinoctium vuol dire notte uguale, perch  rivoluzione terrestre intorno al Sole e lui, animale notturno per natura, avr sempre parteggiato per la durata della notte rispetto al giorno, perch la notte era per lui una tregua dallattesa, e se la notte era lunga almeno quanto il giorno Mia madre disse che lavrebbero portato dal medico la mattina successiva. Lo disse a mio fratello. Io non cero, non ero nemmeno in Italia e non sapevo niente. Quella sera avevo anche telefonato, ma non mi avevano detto nulla. Lultima volta che lavevo visto, forse poco meno di un mese prima, salutandolo prima di andarmene, negli abbracci che a ripetizione gli offrivamo io e mio figlio, per lui quasi un gioco per rimandare la partenza, a volte addirittura un motivo per farci scendere dalla macchina che avevo gi messo in moto per il famoso ultimo abbraccio, beh, quellultima volta, lavrai capito da te, caro lettore, stringendolo a me sentii in lui lodore della miseria.
Trascorse una notte intera. Al mattino presto mio fratello si alz dal letto per andare a vedere come stava. Si era fatto tutto sotto, liquidi e solidi. Pi tardi mi avrebbe commentato quellimmagine dicendomi che galleggiava letteralmente nel piscio e nella cacca, ma di quella compatta, niente di diarroico, e che respirava debolmente. Prov a chiamare il medico, ma non rispose nessuno. Troppo presto per lo studio, troppo tardi per il numero di casa. Allora gli and vicino e cominci a carezzargli la testa.
Lultimo respiro fu uno sfiatamento. Un attimo prima di farlo aveva mosso, come in un rictus, le zampe anteriori. Non stava dormendo,  stato sveglio e lucido fino allultimo ricambiando pure i suoi sguardi con unespressione di rassegnazione e di vergogna, ch uno come lui avrebbe almeno voluto potersi nascondere in un momento come quello, andarlo a fare in un posto dove non lavrebbe trovato mai pi nessuno, solo animali che si nutrono di carogne, ch questo so non gli sarebbe dispiaciuto. Aveva mosso le zampe semplicemente per mimare una corsa, e forse proprio per ricordare a tutti che di quella era stato privato per tanti anni. In ogni sua fuga, mio fratello ha sempre sostenuto che venisse a cercare me, ma siccome era un disorientato e un forsennato, le sue ricerche lo portavano solo alla rabbia di non trovare mai una strada che andasse oltre quelle colline e quelle stradicciole sterrate di campagna. Secondo lui, galoppava per intere giornate per ritrovarsi sempre al punto di prima. Ecco perch poi ritornava a casa loro, perch quello era lunico itinerario che ricordava e perch l, almeno, sapeva che ogni tanto ci tornavo. Per dimostrarmi quanto mi amava, alla fine ha quasi amato di pi mio figlio. O almeno questo ha voluto darmi a intendere per farmi patire lerrore daverlo creduto pericoloso. Ogni volta, quando giocavano, sembrava dirmi: Lo vedi? Son buono io col bimbetto tuo. Sbagliasti.
Come darsi pace, visto che tra laltro, come ho gi detto fin dallinizio, non  nemmeno stato il cane da me pi amato? Certo, di lui mi sono sentita sempre responsabile, quando cera da correre correvo. Per cera stata quella scelta che non sapr mai pi se giusta o sbagliata, anche se tutti continuano a dirmi che era lunica cosa da fare, al figlio s attaccato quando  cresciuto, allinizio era davvero pronto a mangiarselo in un boccone. E ammettiamo che abbiano tutti ragione e io non potessi fare altrimenti. Spero mi venga per almeno concesso il diritto di accorciarmi un po il fiato ogni volta che ci penso. Non si resta indifferenti a tanto amore, pure a tutto quel rancore che lo fece un po ammattire nei sentimenti, tanto da andarmi a cercare in tutte quelle fughe che poi finivano nella furibondit di sbranare pecore. Certe volte, come ricorda mio fratello, tornava ferito da qualche battaglia. Di certo lotte, o meglio, sfide per le femmine o per il governo di quel branco di selvaggi assaltatori con i quali si era messo. Ce ne saranno di figlietti suoi per quelle colline. Ogni volta che per la strada incontro un cane nero come lui, dentro di me lo chiamo col suo nome, ma dentro di me, senza emettere un fiato. E quello sempre si volta, come a dirmi: Sappiamo. Perch di questo sono convintissima: esiste tra gli animali una comunicazione universale, una cosa che ha a che fare con la forza del pensiero. E dunque, quello che credi di sapere tu e pochi altri, te lo senti un giorno ripetere da un gabbiano che ti vola davanti, da uno scoiattolo che esce da un tronco dalbero, da un gatto dietro una finestra. E di ogni evento noto, ognuno di loro ti d il suo personale commento. Gli animali sanno tutto di tutti, sono i depositari di ogni nostra malefatta e di ogni nostra buona azione, e nel ciclo della loro vita c questo continuo prendere nota di quello che facemmo, facciamo e faremo. Devono avere una visione delle cose vagamente cosmica, perch possono andare anche molto indietro col pensiero, ma quando ti incontrano e ti fanno qualche laconico commento, stanne pur certo, caro lettore, solo di te stanno parlando, ti raccontano la tua storia rispetto al loro mondo, ch seppure hai avuto a che fare con un animale solo, loro sanno perfettamente come sono andate le cose, hanno un registro giorno per giorno. E quando li incontri non li puoi ingannare. Inutile fermarsi e dire un: Ti sbagli, le cose andarono diversamente. Non te lo consiglio, prima di tutto perch non hai nessuna possibilit di dargliela a bere, e secondo, nel caso non fosse un animale solo ma avesse un padrone, rischi di passare per matto.
A me, quando succede, abbasso gli occhi. Osac lo sento ancora per casa. Certe volte, di sera, con la coda dellocchio vedo passare per il corridoio una grande ombra. Sono io che lo ricreo, come il nostro cervello fa con certi odori chimici che ci sono scesi per sbaglio gi nella gola. Qualche volta pu capitare che facendo una passeggiata e pensando a tuttaltra cosa, allimprovviso quel cattivo odore ce lo risentiamo addirittura nelle papille gustative e ci chiediamo come sia mai possibile se sono passati addirittura anni.  una questione di registrazione del cervello, tutto quello che sciocca lascia un segno, quasi la sua possibile riformulazione. E Osac, ormai lo sai, quanto a scioccare ci era andato gi pesante, il segno laveva lasciato bello grosso, avevo la formula fisica o metafisica per ricrearmelo ben inciso nella testa. E cos, ogni tanto, mi capita di vederlo ancora, di sentire le unghie sul pavimento, un boato nella notte. Perch queste mie proiezioni alla Invenzione di Morel mi capitano solo quando cadono le tenebre.  il momento suo,  evidente, era un magnifico cane nero, con una personalit tremenda che faceva infuriare e raddolcire. Una volta, una delle prime in cui giocava con mio figlio, non dos le sue forze e lo fece cadere e battere la testa sul ghiaino. Divenni io una belva, per la prima volta lo vidi accucciarsi impaurito, mentre mio figlio si affrettava a dirmi che stava bene, non si era fatto niente. Me lo sarei mangiato, quel cane. Maveva toccato il citto e aveva risvegliato in me una furia pi potente della sua.
Che era morto, e in che modo, me lo dissero quando tornai in Italia. Eravamo appena rientrati a casa dopo un bel viaggio in Portogallo, il primo che mio figlio fece. Ce ne stavamo a tirare fuori le nostre cose dalle valigie. Lui si occupava soprattutto delle sue, giocattoli che gli avevo comprato, magliettine con i disegni che gli erano piaciuti. Stavamo in questa bucolica tra madre e figlio quando squill il telefono e mia madre mi disse che Osac era morto, e in che triste modo. Al momento, non ricordo se mi colp di pi la sua morte o il triste modo. Mi parve di avvampare per lui, di sentirmi dentro lo scotimento della ribellione. Uno cos doveva morire pi eroicamente, gli doveva almeno essere concesso di scomparire, magari anche di andare a cercare quella famosa pallottola del pecoraro, se il pecoraro cera ancora. Non in quel modo, immobile nella sua cuccia, in un lago di piscio e circondato dalla sua merda che mio fratello, non so perch, continuava a ripetermi che era molta, e bella soda, sana, e secondo lui ne stava facendo tanta perch quello era il suo modo di dire addio al mondo.
Mentre stavo al telefono mio figlio mi guard e io gli sorrisi forzatamente. Gioca, gioca gli dissi, voltandomi dallaltra parte. E poi andai a chiudermi in bagno, ma per poco tempo, ch mio figlio era ancora un ragazzino e non si sapeva mai quello che gli passava per la testa quando restava solo. Lultima volta che ero stata al telefono un po troppo a lungo, lavevo poi scoperto in camera sua che faceva colare la cera di una candela su una lampadina accesa. Piansi per poco tempo, decisi che avrei avuto molte altre occasioni per farlo, non adesso che eravamo appena tornati da un bel viaggio, che lui era felice. Dare tempo al tempo. Rimandare. Rimandare di parecchio, nessuno mi obbligava a dare quella brutta notizia entro un lasso di tempo. E se gli avessi detto che sera innamorato e scappato con una cagnolina? Era scappato tante volte, no? Capace che poi tornava. Decisi per la menzogna, ma di rimandare pure quella. Lettore che ami i cani e magari sei pure padre o madre, mi capirai, saprai che certe volte la verit  una virt crudele e la menzogna una cosa dolce e pietosa che ti riscalda un po dentro il petto sapendo che il brutto del presente, nel presente resta per un po circoscritto, come se il domani non vi fosse incluso. Del doman non v certezza eh, Osacchino? Quante volte ce lo siamo canticchiato questo ritornello? E allora che sia, mi sono detta, che il tempo scorra, che venga gi portandosi tutto dietro e che passi giorno dopo giorno lasciando sempre il domani senza certezza. Un giorno glielo dir. Far come con la sveviana ultima sigaretta. Un giorno glielo dir, magari domani, o fra una settimana, o quando dovremo andare in campagna e lo preparer dicendo: Questa volta non lo troviamo. Devessere andato a fare uno dei suoi giretti. S, pure da vecchio. Che ti credi, che i vecchi non abbiano ogni tanto pure loro voglia di sgranchirsi un po le gambe? Rimandare, ecco, come quando si suona il campanello della porta del dentista e nessuno viene ad aprire. Si scendono le scale in punta di piedi per non farsi sentire, per fuggire e ritrovarsi in strada pensando quasi ad alta voce che labbiamo scampata.
E me lo portai per un bel po quel macigno. Mi ci svegliavo di notte, lo sognavo che si scannava con laltro, il preferito. E che io, di fronte a quella colluttazione, non sapevo davvero pi da che parte stare. Di cuore stavo sempre col primo, ma di senso di colpa mi toccava stare con lui. E cos mi svegliavo, in piena notte, assetata. Me ne andavo in bagno a fumare una sigaretta guardando le poche luci delle case altrui ancora accese. Solo tu, caro lettore, mi capisci, a dirti il vero ho limpressione che queste pagine le abbiamo scritte insieme, che ogni tanto ti ho lasciato il posto e sei andato avanti tu. Ti dicevo: Tanto lo sai com, no? E tu facevi cenno di s con la testa. Il lettore scelto dal caso, non certo da me, e che mi si era seduto accanto e leggeva mentre scrivevo, e ogni tanto, come si fa quando si guida, mi teneva per un po il volante. Solo tu mi puoi capire, tu che sei andato a fondo, che hai compreso cos lemotivo di un amore da cani, mettersi in testa di leggergli le parole l dove gli batte il cuore. Cosa complicata, certo. Ma  che si ingaggia una specie di gara tra umano e cane, una gara a chi capisce meglio laltro. E se lumano accetta la sfida, beh,  fritto.
Alla fine, passati quasi tre mesi, glielo dissi. Una domenica mattina che avevamo dormito insieme nel lettone e io avevo pure portato la colazione per entrambi a letto. Come in albergo, aveva detto lui. Quando si  pigri, avevo risposto io, ch altrimenti si scende per avere pi scelta. Ma vuoi mettere? aveva detto lui pensando alla comodit. E io avevo fatto i pancake con tanto di sciroppo dacero che gli piacevano molto, il caffelatte tiepido perch caldo gli faceva venire i nervi, e i biscotti Oro Saiwa messi uno sullaltro, ma in modo artistico, un po come si fa con le pile dei libri in libreria, e un paio di cornetti comprati la sera prima in quello strano posto gestito da egiziani che stava aperto 24 ore su 24 e i cornetti costavano la met che in pasticceria. Mi sono presentata con tutto questo ben di dio su un vassoio e lui s tirato su col busto. Ha fatto il solito applauso convinto, s tirato indietro i capelli biondi che allepoca gli arrivavano fino alle spalle e io mi sono infilata sotto le coperte dicendo la solita frase di sempre: Facciamo attenzione a non rovesciare nulla, eh?
Mica me lero programmata quella confessione, matur da s intanto che ingurgitavamo la colazione riempiendo di briciole e di appiccicaticcio il letto.
A pancia piena gli raccontai la verit. Gli dissi come sempre si dice in questi frangenti che ormai era grande abbastanza per sapere, doveva essere forte. Del resto, dopo tanto tempo non ci era arrivato da solo? In fondo, mica era mai successo che Osac fosse stato via cos tanto, anche se si era innamorato, che gli costava portare ogni tanto anche la sua bella? Ma la reazione non avrei mai potuto prevederla. Scoppi in un pianto che mescolava alle urla intanto che si copriva la faccia con le mani e si rivoltava dentro il letto. Lo strinsi forte a me, e pure se le lacrime non mi dovevano uscire fuori me le sentii tutte scorrere dentro, come si sente certe volte col sangue, quando un pensiero troppo tremendo gli d una velocit diversa. Mi rimprover anche di averglielo detto, tra le grida di un dolore disperato, mi disse che se glielo avessi taciuto per sempre sarebbe stato meglio. Lui ci avrebbe creduto. Mi guard prima con rabbia e poi con disperazione tornando a singhiozzare sul mio petto, ma senza mai un attimo di requie. Che potevo fare? Non faceva che ripetere:  stato il mio unico cane. Lo ripeteva in modo ossessivo mentre dava pugni sul cuscino e sul materasso. Pensai che se Osac lavesse visto si sarebbe sentito assai importante e fiero di tanto autentico dolore. Certo, il dolore di un bambino, let delluomo in cui  pi vicino allanimale e pu fare cose di tenerezza grande o crudelt inaudita senza premeditare. E mentre lo sentivo disperato in quel modo che appariva senza fondo, mi spaventai. Forse avevo davvero fatto male a dirglielo. Ma senza la completezza lerrore sta sempre in agguato. E io mica ero madre, lo stavo sempre diventando.
Osac, pensai, sei comunque tremendo. Da vivo come da morto. Trascini via come la tempesta, come lavventura. E perdonami dellabbandono, ma credimi, non potevo fare altrimenti. Lo vedi, no, chi sono? Adesso mi tocca fare mio il suo dolore. Come se non bastasse il mio. Ecco, Osacchino caro, ti devo proprio superare. Come si superano tante altre cose, certo, anche se tu eri un bel po pi leggendario del comune. Un selvaggio cane che veniva da lontano, dal Klondike, ma mica uno da slitta, no, uno di quelli indomabili che vivono sempre fuggiaschi, che i chilometri li fanno nelle tenebre e di giorno se ne restano acquattati pensando che il meglio sarebbe una notte sempre pi lunga, ma che ci si pu accontentare pure dellequinozio, della parit. Un predatore capace di vivere di niente. Un sentimentale, un groviglio di fantasie allaganti, e capace di renderle molto pi intense della vita. Uno che si giocava sempre tutto sul piatto del tutto o niente. Un abbrutito in preda a spasimi che lo rendevano anche un po ottuso e ingombrante, ma pur sempre straordinario. E io ti ho ammirato, cane binario e bipolare, sofferente psichico, dilapidatore di ogni istante di benessere. Il passato ti incombeva sul presente e sul futuro. La tua paura del domani, sapendo che non v mai certezza. Ho percepito la tua sofferenza nascosta in ogni piega, anche nelleuforia sempre cos transitoria, transeunte, unta Quando volevo ridere di te dovevo farlo di nascosto, vedermi ridere dei fatti tuoi ti metteva addosso uneccitazione che non portava mai a niente di buono, prima o poi distruggevi qualcosa tanto per farmi capire che non si poteva ridere gratis di nessuno, tanto meno di te. Forse il fatto di venire dal Klondike ti ha dato un po alla testa. Tutto quel bianco, quella luce, il fiato grosso, e poi ti sei ritrovato qui, a Roma, dalle parti della Tangenziale Est, in via Caltagirone, semisvenuto davanti a una scuola. Dal Klondike catapultato l dove ti ho raccolto io, che poi ho fatto per te quello che ho potuto.
E mentre mio figlio mi si riaddormentava addosso anche se si era svegliato da poco e aveva fatto colazione, sentendo dal peso della sua testa che era proprio invasa da te e dal dolore che la tua morte gli causava, perdonami Osacchio mio, ma ho ripensato a una frase che lessi una volta in un romanzo. Diceva pi o meno cos: La morte dei genitori, se paragonata alla morte del cane,  piscio di gallina. Mi divert e mi piacque molto, soprattutto perch volutamente estrema. Per, ora che sono qui a finire la tua storia, questa bella frase mi ritrovo a vederla divisa in due: la me di tanti anni fa che la lesse e la me di ora che se la ricorda. Due diversissime letture. La me di allora si strusse, la me di adesso Che posso dire, per me le cose sono poi andate assai diversamente. Lamor canino, per carit, rimane intatto,  cosa fulgida che resta per sempre incisa negli anni della mia giovinezza. Per, a essere sincera, non lo so se andrei davvero fino al Polo Nord, e a piedi, come dicevo un tempo, per riprendermi quel primo e assoluto cane che aveva navigato per anni solitario in tutto lo spazio del mio cuore di ragazza. Il fatto  che l dentro ci sono andate a finire altre cose di mezzo. Altre cose, poi Una. Insomma, nellanimo mio, man mano che ho continuato e continuo a diventare madre, in questa strada che a volte va liscia e altre  davvero molto accidentata, in questo sport dove i muscoli non crescono mai abbastanza, in questo unico e sovrumano amore che smunge e d vita insieme Osac, mi devi credere e perdonare, ma sebbene involontariamente, senza nemmeno accorgermene,  stato tutto il resto delluniverso mondo, ma proprio tutto, inclusa me, che giorno dopo giorno, paragonato a questo figlio che mi cresco, si  trasformato in piscio di gallina.

A lui la parola.
Che non usava vocali, caro lettore, lo sai. Ma farlo parlare come realmente parlava sarebbe impossibile. Lo capivo solo io. Quindi gliele lascio, saprai gutturalizzarle tu.
Al dunque, mi  parso giusto che la sua storia te la raccontasse anche lui.
Trugla, anacrant, turun tarun. Zzolo. Grrrrrrrrrrrrr, alo monno. Ecazzete, zzolo alo monno. Magnaccio, annuv? Hammgna graah. Currire, currire, currire. Finisto checcarino alluntano sta, nn l chiappo pi. Strata, strata. Curreme avvicino cazzete de omini de fero. Va cchi viloci e me. Grrrrrrrrr ci le zampe de rote. Denti fa male quando nun chiappa le rote. Mai le chiappa. Dove io me trove nun zzo. Zzolo. Giti alluntano, via. Finisto checcarino1
Bevere, niente bevere, zurut! Zzolo se piovvere. Drrrgah broof. Aria che escere. Buagh, panza vota. Omini de fero troppi, zeppusi de paura. Gnagh. Temere me. Nun ze fermare. Primo che ferma: magnolo.
Strata de omini de fero. Strata che manco strata .  come n arco. Se vedeno case, grrrrenough, abbasso, gi, gi, pequegnat. Mgnate case. Ehhhh
Agrahh. Mgnate, mgnate, zo dies cannummagnate gnente. Quinozi. Gurguglii ntela panza. Fatigazione, tarramagna fatigazione. De notte mejo, de giorno nasconne. Omeni cativi. Omeno de fero ca me portava andato, finisto checcarino. Doleme. Me cado, sprofonno. Tarramagno grosso. E maddormo, eppoi, quannu nun ce lo so, me sveja omena ca pare meghigna, boncita. Ma legame faccia e apportame via nun antro omeno de fero, e annamo. Vita nova faccio. Bona. Me piace. Grrhhouagh, agna agna agnuuuuu!!!! Zzolo nun ce vojo sta. Te acchiude la porta pe annattene. E io aggrido, faccio avveni giune la casa. Tuttarravasto e scombusso. Ti, ti e ti. Aperseme o core dammore. Pe Tsouro. Tsouro boncita commicu. Daveteme a magnatere. Cane, nutricatenne. E ie magno chemmasfonno. E magna e magna e magna. Burp!!! Arrotto.
Vita nova me piace. Bella canzona. Issa addice: veldommannovecrtzza, e io arripete. A Tsouro ce piace. Tarramgano si je piace accanta. E canta e canta. Quannesce me porta consicu. E allusingati stamo. Ningueno ce faccio parla co Tsouro miu. Agguai. Si savvicineno ammorsico. Groaghhhh. Bruhhhhuuu, stragagnammeh. Muhhuahhh!!! Sammedrognischeno. Faccio paura. Me piace.
Bene staviamo, pure si cera na cana, capper se gonfia e poi more. Bono. Ti. Finomale zzoli! Ahhh! Ahhh! Epper addopo se gonfia Tsouro. E mammedrognisco ie. Tive paura ca si sammoriva Tsouro mammorivo purie. None none, nun muorete Tsouro mio. E nun more. Bono. Castavamo pure numa casa tarramagna grande. E terra, e terra, e terra. Quinozi de pace. Eppoi panza se sgonfia. Ma prima aggrita, uhhhhhhh, marpareva cammoriva. Grrrrhhagh Urgahhhhh Habrrrrghah. Purie caggritava nu mozzu2.
Artorna ntla casa, ma co lo citto. Nato da Tsouro mio. Ominino de caccola, puah grhaghh. Cacase sotto, stinca como nu porcu. Ascaroso. Gnomolo de pele gnaccusa, griggia, puah! Ascaroso o citto. E zzolo ntelo cittu penza Tsouro. Nun me penza. Me vede e nun me vede. Aho, ce sto? Aho, me vedi? Nutricatenne de lo citto. Ce penzo. Via lo penziero. Ma ce ripenzo. Mmmmhhhhh
Carringhio dannatu, e Tsouro sammedrognisce e me. Dulore, e dulore, dulore ca provo. Ntele trippe marbudella. Mencazzo, la schiumma mesce, focu. Cabbruciaria tutt. Cazzete. Sto coso, cammanco cera, mo pare lo Re de Tsouro. Vive pe sto gnoccolo, o chiama Citto. Cabbrutto nome. O nome che ce se encascia. Citto, Citto, Citto. Mgnate, me dicio. Eppoi me fermo e me pento. Eppoi no, mencazzo. Arive fatte justo a magnallo. Belleffatta. Burp e arrottava. Tsouro sencazzava e poi ce passava. E quanto cadduveva penza a nu freghino? A magnallo, ora nun ce stavo quine zzolo, come nu cazzete. Montata su no omo de fero co lo Citto e via aspariti, finisto checcarino natravezz. Caragliune do destino mio. Magne, beve, dorme nte la casa, ma Tsouro nun cene cchi. Sfiammate de core, e pure de culo, no torcibudella. Spruzzate, foco de panza. Curre o dulore, come o pozzo ferma? Me fermie, ma issu no. Me correre arinto, ie ce sto fermo, ecazzete, ma lu desgostu nunzappara. Caraglio e sto cielo, eccazzete, pure de li quinozi. Groaghrrhhhhhhhh. Ammorsico le sbare de fero. Me sanguignano denti. Eccazete.
Scappo, vo ncerca de Tsouro. Ndosta? Currire e currire, e currire. Campi e antri campi. Cevena na citt onde stavame, ammo? Terra, e terra e terra. Ndo cazzete stanne li due? Artorno a casa. A vecchia e o fratete de Tsouro. Maddimandarene e Tsouro me dette? Maddoveva appregunta a me. Ie nun ce stavete, ie annavame co Tsouro e o Citto (puah, caccuso! A magnallo saria como ammagna a cacca. Puah!) achilla de vacche  bona, de citto none.
Pe campi trovo antri cani. Arringhio come nasciornato. Marizzo no pelo. E sammedrognischeno tutt. Sappaureno e divento o capo. E curre, e curre, e currene tutt. Cheffamo? Me chiedeno. Magnamo, arrisponno. Magnamo!
Groanchgrrrr! Trugla. Anacrant. Wroughoth. E giune allassarto. A schizza pecore. Na botta e cadene, nuie ammorsicamo. Una, du pecore. Se lannamo a magna alluntane. Me piace, arrotto. Ahhhh. Ahhhhh.
Ammorsico lo monno, tutt. Eccazete lomo carriva. Pecore mie, addice. Boh, ie addico mie. Li cani, repetono. Penzano gnente. Accomandie. Zo imperioso. Accumanno e accumanna me piace. Tsouro artorna, zempre co lo Citto. Sta, eppoi argisce ndo staveme noiantri. Zzolo na vorta cartorno purie. Eccazete. Me taja a faccia. Sine e none. Eppoi zzolo none. Scappe torno, scappe torno. Tsouro nun artrovo maje. Vecchia e fratete dicere ca sto mejo arreparato. Pe nun ze movere. Accatenato. Accaragliositi, eccazzete. Appriggionato come no strunzo. E tire, e tire, e tire. Quant passato? Boh. Quinozi. Tarramagni. Pure o Citto mo me piace, aggioca commicu, pi de Tsouro. Boncito, mabbacia schiumato. Puah. Ma me piace. E o schiumme purie. Lavate! je dice a vecchia. Lavateve voi, penzie. Eccazzete. Vita nova accatenato bona nun . Penzo, marcordo cose de gnente, maripertico lantichi quinozi. Omeni ameno poco, ameno gnente. Attufano. Acchicecrede? Currire, e currire, e currire zolo penza. E magne e beve e maddorme. E poi magnaccusa tarramagno iddolore, e l core pesa, cchi core n petto a iddolere. Eccacemetto parreggelo a stu pesu? Quinozi tanti. Stelle che isfuggeno. Gnam. Aaaanacrantttt. Vieggi!!! Acala, acala. Isfuggive, poi nucazzuenesciuno. Avante e arretro, scintilla u fileferro. Arrisca, arrisca, arrisca, zzzttt, zzzttt, zzzttt. Mo pia tutto foco arzo locchi a guarda. E poie maffracco. E fratete me dice che accatenato no cchi. Accasa. Arriposa. Ce piscio. Troppi quinozi senza Tsouro. Me guardo lungne, mascarrafaccio, mammorbo, dichene che mammalo e nun me movo. Eccazzete. Ammanco mannammene. E tutto me se smove afforrasticato dentro, de sopra e de sotto, come cavesse lafformicolio de bachi. E lento saspegne sto monno ca guardo. A porta stacchiusa, o monno staffora. Tsouro chie amava nun g. Lafforrasticato me se smove dedentro. Boh, e stu rispiro, ca n? Ha da esse lafforrasticato ca esce, ha da esse ca tutto ormai mesce e non sappara cchi addentro. Firmete! accumanno, ma lafforrasticato nun sente. E accus me resto. Penzo espertino, penzo co li quinozi, strata che vedo e non vedo cchi. E allora ha da esse ora.  ita accus. A sfraccielo, a faccia tajata, avvergugnata. Accus. Eccazzete. Cacome sotto. Moro.
1 Forse si riferisce alla famiglia che lo ha abbandonato. Probabilmente, fino a che lavevano tenuto, e soprattutto quando era cucciolo, guardandolo si saranno spesso detti: Che carino.
2 A rigor di logica si potrebbe tradurre con parecchio, ma non ne sono sicura. E se volesse semplicemente dire mozzo, nel senso che lui si sentiva il mio mozzo? Resta il dubbio.
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FINE.